Un uomo solo

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di Linnio Accorroni

A dar retta a molta cronaca cinematografica dal lido di Venezia in occasione dell’ultima Biennale Cinema ed al Fazio gongolante dell’ultima puntata di Che tempo che fa questo Un uomo solo (uscito il 15 gennaio) dovrebbe essere davvero un mix di eleganza e raffinatezza, almeno quanto lo era ieri sera nello studio televisivo il suo regista, quel Tom Ford che, da stilista glamour e talentuoso, ha saputo metamorfosarsi nel regista raffinato e ispiratissimo di questa pellicola. Sull’onda delle entusiastiche recensioni dal lido veneziano (Colin Firth il protagonista del film ha vinto anche il Premio Volpi quale miglior attore) quest’estate mi sono riletto, nella vecchia edizione Guanda (oggi è in circolazione una nuova edizioni targata Adelphi) il libro di Christopher Isherwood (1904-1986) da cui è stato tratto, con svariate licenze narrative, il film. Pier Vittorio Tondelli, che era un grande estimatore dell’opera omnia di Isherwood, nutriva soprattutto per questo romanzo una predilezione particolare, le cui tematiche fondamentali – il tema della morte del compagno e l’ impossibilità della rielaborazione del lutto – riaffiorano in maniera evidente anche nel suo Camere separate. Ma Un uomo solo era un libro anche adorato da Grazia Cherchi, critica di rango e di nerbo, tutt’altro che facile agli elogi, ma che nel suo Scompartimento per lettori e taciturni (Feltrinelli, 1997) celebra quest’opera alla stregua di un prezioso capolavoro tout-cort. A single man è del 1964, scritto quando Isherwood aveva 60 anni. È la descrizione, trasparentemente autobiografica, di una giornata del professor George Falconer nel dicembre del 1961 a Los Angeles: sullo sfondo c’è l’incubo della crisi internazionale legata alla Baia dei Porci, un evento che, fatalmente, in quei giorni, trasforma Cuba nel luogo più temuto e disprezzato dall’immaginario, fortemente suggestionabile e plasmabile, della upper class. Ma Castro è solo l’altra faccia della paura e dell’odio verso ogni forma di diversità, verso lo spettro di ogni alterità la cui estraneità – politico, sessuale, razziale, economica – sembra poter minacciare la quiete pacifica dell’alta borghesia californiana anni ‘60, una quiete confortevole e algida, costruita a colpi di drink, barbecue, prati da golf, televisione e supermarket. George è il protagonista incontrastato di questo racconto: professore d’inglese trapiantato in un college della California, sconvolto dalla recente morte per incidente automobilistico del suo giovane compagno Jim. D.F. Wallace diceva che le opere più belle si riconoscono perché sono capaci di far suonare dentro di noi quella sorta di squillo da jackpot di slotmachine.

Basta aprire l’incipit di questo romanzo per sentire la peculiare sonorità dello stile isherwoodiano: «Svegliarsi e cominciare a dire sono e ora. Poi ciò che si è svegliato resta sdraiato per un momento a osservare il soffitto e dentro se stesso finché abbia riconosciuto Io, e da questo dedotto Io sono, Io sono ora. Qui viene dopo ed è, almeno in negativo, rassicurante; poiché stamane è qui che si aspettava di trovarsi; come dire a casa propria». Ma questo libro, che fa commuovere e fa sorridere praticamente in ogni sua pagina, è letteralmente costellato da mirabilia di questo livello: ciò che più fa trasalire è l’enorme differenza che si avverte fra la scabra essenzialità del linguaggio, fra una ruvidezza espressiva che sfiora la laconicità e la forza potentissima delle riflessioni e delle illuminazioni intellettuali ed esistenziali che zampillano a getto continuo da queste pagine. George è davvero l’epitome fatta carne della solitudine umana: perché è straniero, perché è un intellettuale, perché è un omosessuale, perché il suo compagno Jim è morto, perché ha scelto di essere solo. Ma è solo soprattutto perché è vecchio: «vecchio, nel nostro Paese del Mellifluo è diventata una parola sporca quasi come ebreo o negro». La sua giornata non ha niente di eccezionale, scandita da una serie di tappe obbligate e abitudinarie che attraversa tra rassegnazione e scetticismo: sveglia, colazione, lezione all’università, incontro con colleghi e studenti, pranzo al refettorio dell’università, visita all’ospedale a trovare una ex di Jim, malata terminale di cancro, palestra, supermercato, cena a casa della sua cara amica Charlotte, poi bar, ubriachezza al primo stadio, incontro con un suo studente Kenny, ubriachezza al secondo stadio, bagno nell’oceano, ritorno di entrambi a casa di George, ubriachezza al terzo stadio con finale a sorpresa. Ciò che smaga e incanta è come su questa antiepica del quotidiano domini indomato il coriaceo vitalismo di George, che non ha quasi niente a cui aggrapparsi, se non l’idea di dover continuare a lottare per la felicità fino alla fine con un istinto quasi belluino. Un elefante che si allontana dal branco perché sa che dovrà morire di lì a poco, ma che continua a vivere sempre allo sbaraglio, che riesce a far tabula rasa di tutti gli scacchi e le mortificazioni subite in precedenza così come delle vittorie ed i successi inanellati in una vita esemplare: «Lui è ancora in lizza, e loro no.[…] Sì, a dispetto delle rughe, della carne flaccida, dei capelli che diventano grigi, della maschera di fissità e delle labbra strette, s’intravvede qualche volta il fantasma di una persona tenera, giovanile, affascinante».

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10 Risposte to “Un uomo solo”

  1. veronica Says:

    non ho letto il libro di isherwood ma dire di tom ford regista raffinato e ispiratissimo è un insulto al cinema, alla raffinatezza e all’ispirazione. a single man è uno dei film più ridicoli che abbia mai visto, immaginare che un uomo devastato dal dolore della perdita al posto dei ricordi abbia flash back di spot alla dolce e gabbana è veramente deprimente

  2. linnio Says:

    il pezzo è sul libro ( e non sul film).
    i giudizi che riferivo ( raffinatezza ed ispirazione) erano, come si evince chiaramente dal post, inerenti alle cronache veneziane della critica nostrana ( natalia aspesi e dintorni… ma anche mereghetti ha scritto un peana sul corriere della sera a tale proposito).
    anch’io ho poi visto il film e debbo dire che concordo sostanzialmente con il tuo giudizio perchè c’erano solo vaghe tracce del mood presente nelle pagine del capolavoro ( questo sì, a miogiudizio) di isherwood.

  3. veronica Says:

    sì sì, lo so che il pezzo è sul libro, che tra l’altro ero anche curiosa di leggere, e il tuo pezzo a questo punto ha fatto aumentare la curiosità. infatti non ce l’avevo con te ma proprio con quelle recensioni entusiastiche che sono uscite sul film. è una cosa che non so spiegarmi. vabbè andrò a comprarmi isherwood per consolarmi.

  4. Laura Says:

    non mi incuriosisce questo film…perchè se la critica avesse detto:’però, sto Tom Ford per essere un non regista non è male’….
    No, è partita subito la ola di esaltazione…e ame sta roba subito infastidisce

  5. Laura Says:

    (e adesso mi concentro ariflettere di più sul libro….)

  6. antonio Says:

    le storie de frosci (uso un linguaggio alla feltri quindi vale come citazione) istintivamente non mi piacciono, le donne di solito ti parlano di rimozione e latenza ecc su cui sospendo il giudizio, di isherwood mi parlò in un’intervista tondelli per “incontro al fiume” ecc, insomma quella “sensibilità” non mi appartiene e anzi mi da’ un po’ fastidio perchè far apparire tutto normale accettabile tutto perchè no? e perchè siamo liberi progressisti e senza tabù non mi sembra così sano…non ho letto il libro nè visto il film e nemmeno l’articolo di linnio che adesso leggerò ma questo serviva come premessa augh

  7. joanna burden Says:

    a me non sembra sano, invece, far confluire tutto in “quella ‘sensibilità'”. cos’è? abbiamo creato delle sensibilità a compartimenti stagni così come abbiamo suddiviso la letteratura in settori? non credo nei generi: esiste la Letteratura. esiste la Morte. esiste l’Amore. ognuno declinato in base alla propria Weltanschauung. questo per me vale. poi potremmo parlare dell’opportunità di giudicare un libro in base alla nostra capacità di entrare in empatia con chi scrive. ritorno forse sullo stesso punto: penso che la Letteratura vada oltre. un esempio su tutti: non condivido tutto ciò che dice Céline, eppure Viaggio al termine della notte rimane nel mio olimpo letterario.

  8. antonio Says:

    con un incipit come quello di isherwood -«Svegliarsi e cominciare a dire sono e ora.-cadono le mie remore che comunque non c’entrano niente con la letteratura anzi con la parola che esprime sentimenti…joanna ha ragione naturalmente ed è divertente-per me- notare che senza leggere il pezzo di linnio ho citato tondelli (ma non ho letto camereseparate e comunque la lettura del pier è troppo lontana per me per fare confronti attendibili)

  9. libereditor Says:

    Bellissima la frase: “Sono come un libro che tu devi leggere. Un libro non può leggersi da solo”…

  10. Marco Crestani Says:

    E’ il più grande omaggio alla letteratura.

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