Aldo Moro: essere padri, portare il fuoco

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di Ivan Carozzi

Ecco un libro su Moro, l’ennesimo, verrebbe da dire. In quanto è una vicenda, anche editoriale, che non si decide a lasciarci, come quei morti che nei film si ripresentano sulla soglia di casa – come spesso titola Dagospia: Moro per sempre. Un demone a cui può capitare d’infilare le dita dentro il guanto di pezza della cronaca e muoverla a piacimento, vedi l’affaire Marrazzo che con la scena di Moro condivide un’unità di luogo: il condominio di via Gradoli 96, lo stesso in cui abitarono i Br Mario Moretti e Barbara Balzerani. Due volte prigioniero, il saggio di Rocco Quaglia, psicologo e psicoterapeuta, pubblicato a settembre (Lindau, pp.210, 16 euro) è una piccola sorpresa e un libro che può incidentalmente fare da body scanner allo stato permanente di crisi e agitazione che stiamo attraversando. Tra le pagine di Quaglia, spesso liriche e accorate, non ci troviamo nel gamelan ipnotico dei misteri del caso Moro, ma veniamo posti in contemplazione della maschera umana di Moro, del suo carattere, per come appare nella serie di lettere che il Presidente scrisse nella prigione del popolo brigatista.

Il Presidente si trovava in uno sgabuzzino insonorizzato di circa tre metri per novanta centimetri, e ci restò per quasi due mesi, anche se non tutti sono di questo avviso. C’era una branda, un gabinetto chimico. Roma era una piramide e lo sgabuzzino la camera funeraria nascosta al suo interno. Ma dentro, sdraiato sulla branda, non c’era il faraone democristiano, iellato e dato per morto o, come si disse, vittima della sindrome di Stoccolma e succube dei carcerieri, ma un uomo che non si dava per vinto e voleva vivere. Moro comunicò incessantemente con la famiglia, gli amici, i collaboratori e con la politica. Soprattutto con Luca, il nipotino di tre anni. Una pipeline che per le mani di Valerio Morucci, il postino delle Br, trasportava all’esterno appelli, tenerezze, confidenze, anamnesi della Dc e del quadro politico. Su questo materiale, che secondo Quaglia testimonia la vitalità, la non rassegnazione di Moro, parte il lavoro analitico dell’autore. Dato che questo libro non intende trarre un giudizio sulla storia politica di Moro, ma analizzarne l’evoluzione psichica nel corso dei cinquantacinque giorni del sequestro, vale la pena, in preambolo, di riportare quanto scrisse Raniero La Valle, deputato membro della commissione d’inchiesta sul caso Moro: «Nella vita di ciascuno prima o poi arriva un momento, un istante di verità profonda. Credo che per Aldo Moro questo momento sia coinciso con i cinquantacinque giorni del suo sequestro. Era al bivio di tutte le strade che aveva percorso, di tutte le scelte fatte, del suo futuro e del suo passato. Ha ripensato a tutte le decisioni prese e ha messo la vita a confronto con le sue scelte religiose […] Dunque Moro ha raggiunto questo momento di verità e, durante quei cinquantacinque giorni, è assolutamente se stesso, pienamente e integralmente. È lucidissimo, non è più solo un uomo di partito, riesce a pensare in termini così universali che raggiunge vette di altissima e lungimirante moralità. È uscito completamente dalle categorie opportunistiche del mondo e della politica».

Anche secondo Quaglia, Moro è su un culmine spirituale, vede tutto con grande chiarezza: il passato, il futuro, la drammatica congiuntura di cui il suo corpo è la posta in gioco, e gli preme fortissimamente vivere, ma in ragione del fatto che «a dettare i suoi comportamenti non è un infantile amore di sé, ma un affetto che si chiama responsabilità impegnata». A Moro sta a cuore, più che la sua vita, la ricaduta esiziale che la sua morte avrà sui suoi cari. È afflitto per il vuoto che la sua fine spalancherà nella famiglia, ma anche per l’abisso in cui potrebbe colare a picco il partito, di cui si sente padre e responsabile, e il Paese. Però non dispera, non perde la testa, chiede con fermezza, argomentando, che le ragioni umanitarie non vengano subordinate alla ragion di Stato, perché diversamente sarebbe l’abisso. Non è dominato dalla paura. «Tutto sia calmo», scrive nella lettera recapitata il 5 maggio ’78. Con le sue lettere, colme di affetto, continua a materializzarsi e ad abitare dentro la casa dove ha vissuto con la moglie e i figli.

Come osservato anche dallo storico Miguel Gotor, Moro, nelle lettere destinate al nipote Luca, adotta una grafia larga e tondeggiante. È una premura che gli consentirà di farsi più facilmente comprendere una volta che Luca avrà imparato a leggere. La parola famiglia, sulla punta delle sue dita, raggiunge un candore, un volume, una verità che finalmente le restituisce sostanza e contorni dopo lo sperpero mediatico che se n’è fatto in questi anni. Quaglia fa notare che per Moro famiglia non è soltanto l’insieme dei congiunti, ma il suo partito ed anche il Paese. È qui che irrompe la nozione di genitorialità. Si tratta, secondo Quaglia, di un attributo raro in un orizzonte sociale (ma anche politico-istituzionale, sembra d’intuire) di figli-bambini, litigi, strilli, fazioni, adulti e anziani-bambini, dove gli individui genitoriali non sono affatto la norma. Si legge che Moro diventò una persona normale, una qualità, scandisce Quaglia, che in psicologia è di assoluta eccezione.

Se prendiamo per buone queste analisi, questo ritratto, ne esce una verità più utile ed essenziale di quella irreperibile nei saloni di specchi e misteri del caso Moro. Le lettere di Moro parlano ancora oggi, parlano in tanti modi, e sono naturalmente dirette anche a noi, poiché fu un membro della nostra famiglia. C’è una lezione umana preziosissima che investe il presente, riavvolge il nastro del tempo recente e ce ne offre una lettura che porta in profondità. Noi dobbiamo essere i genitori è il titolo di una conferenza tenuta da Wu Ming all’Università di Londra nell’autunno 2008 e il cui testo è poi stato pubblicato in rete. Un discorso-panottico che squadra un orizzonte di temi vastissimo: questioni letterarie, etiche, di ecologia della mente e di ecologia tout court, ognuna saldata all’altra dall’urgenza di un compito: affrancarci dalla condizione di figli o di orfani per diventare noi stessi padri e capostipiti.

Si potrebbe anche dire: il compito di portare il fuoco. Ne parla Cormac McCarthy nel romanzo La strada. È la raccomandazione che un padre morente pronuncia al figlio: «Devi portare il fuoco». Che cos’è il fuoco? McCarthy non lo dice, ma ciascuno può intenderlo. Nel finale del precedente romanzo, Non è un paese per vecchi, l’anziano sceriffo sogna del padre che lo guida di notte, a cavallo, lungo un passo tra due montagne, reggendo una grande fiaccola che illumina il sentiero. «E nel sogno sapevo che stava andando avanti per accendere un fuoco da qualche parte in mezzo a tutto quel buio e quel freddo». Il fuoco è il dono, la cosa che le generazioni si passano di mano. Ad altre latitudini, questo in cui Moro fu sacrificato è oggi un Paese in cui il fuoco sembra non essere passato, a rischio di spegnersi tra le mani di chi non intende cederlo, e in cui esiste una questione sociale immensa, uno scoglio enorme, che si chiama, per esempio, precarietà del lavoro e impedisce a tanti di alzare un tetto stabile e costruire, famiglia o non famiglia, un progetto di vita. E difatti, si dice e si legge spesso: non è un Paese per giovani. Nell’ultimissimo tratto della sua esistenza, Moro fu padre magnanimo e responsabile, di fronte ai suoi cari e di fronte al Paese. Fu invece severo e angosciato con i suoi colleghi di partito. Per quanto riguarda ciò che scrisse, si può dire che un fuoco, alto e ricco di forme e figure, fu per davvero acceso.

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