Immolazione a Roma

by

Henze all’Auditorium

di Giordano Tedoldi

Riporto le personali impressioni (quot capita, tot sententiae – Formione, Terenzio) del concerto di ieri, alla prima di Immolazione (Opfergang) di Hans Werner Henze all’auditorium Parco della Musica di Roma (seguiva il Canto della Terra di Mahler ma per motivi musicali e extramusicali sono uscito all’intervallo). Il direttore Pappano ha fatto una breve introduzione, ha spiegato un paio di accordi ricorrenti al pianoforte concertante (modulazione fa diesis maggiore-do maggiore era uno, il leitmotiv dell’uomo disperato, molto consigliato in sala prove a postrock, postnewwave, postpunk band, fa diesis maggiore-do maggiore, provateci, fa un bell’effetto Paradiso Perduto; l’altro accordo trascelto, quello del cane, non lo ricordo), indicato la tuba wagneriana e un oboe basso come particolarità orchestrali (ah, l’oboista era palesemente in serata no, nelle note basse con l’oboe basso tutto ok, appena saliva lanciava stecche molto appropriate dato il contesto tardo-espressionista), definito l’organico come quello di un’orchestra da camera allargata, e ha parlato di partitura dai forti contrasti.
I «forti contrasti», come una gymnopedie di Satie, ci stanno sempre bene in una discussione estetica, ma in questo caso come dargli torto? Solo che vien da sospettare che il maestro Pappano abbia parlato pro domo sua, e che i «forti contrasti» siano in realtà l’essenza e alla fine il tutto della sua interpretazione. Della sua direzione, come di certi pugili, posso dire che è stata
generosa, anche se mi sembra ormai acclarato che le sfumature, le nuances, non sono proprio il suo forte. Sbang, breng, brang, avrebbe detto Céline, vedendolo pestare come un Nibelungo sul pianoforte e dirigere l’orchestra da camera allargata con secche frustate delle braccia fortunosamente libere dall’esecuzione della parte pianistica. Opera dai forti contrasti, dicevo. L’opera, infatti, è basata su un poema di Franz Werfel (terzo marito della moglie di Mahler, Alma, spero non sia stato per questo che veniva presentato poi il Lied von der Erde) dove si parla di un uomo disperato che in qualche buco di culo di Città Alienante (un vicolo nei pressi di un porto? Scegliete voi l’alienazione urbana preferita ma col tocco romantico-espressionista che fa dell’alienazione Kunst) incontra un cane bianco, e in preda a una rabbiosa follia strangola la bestia che invece vuol essergli fedele. Segue arrivo di poliziotto con elmetto col chiodo, fischietto, colpi di fucile e di pistola (tutti eseguiti in concerto, forse previsti dalla partitura) e arresto del bruto che però ormai, uccidendo, si è liberato delle sue angosce e si è unito all’Informe tutto dove anche il cane bianco eternamente riposa. Bè, sono uscito da questa roba alquanto irritato. John Tomlinson, il basso inglese che faceva l’uomo, ruggiva, non senza efficacia devo dire, ma mi sono stancato di vedere bassi che ruggiscono versi tedeschi di poeti mediocri. Per l’appunto il poema di Werfel è robaccia tardo-romantica: non mi dilungo, lo legga chi ha stomaco. Ian Bostridge è un bel ragazzino (macché ragazzino: ho controllato su internet, ha una laurea a Cambridge o a Oxford o a entrambe in storia inglese sul concetto di stregoneria, ha 46 anni!), sarebbe piaciuto da pazzi a Thomas Mann e Von Eschenbach, però non ha la voce. No, non è che è giù perché raffreddato: proprio non ce l’ha. Si dimena come un’anguilla, alto e sottile com’è, per cavare dal petto suoni udibili da una sala da concerto grande come quella di ieri, non ce li ha. Questo lo porta ogni tanto a sbalzare le dinamiche in modo pressoché comico, così si va da una frase inudibile a una dove, con sforzo, il volume sale e sembra una radio che perde e trova sintonia. Quanto alla musica di Henze: speravo di chiarirmi le idee con il concerto di ieri, e invece sono sempre più confuso. Non è il suo dichiarato eclettismo a infastidirmi, è che non capisco dove finisca la citazione e il riutilizzo di tecniche venerabili della musica moderna e contemporanea e dove cominci lui, Henze. Sembra un continuo pastiche, ma non al modo scoperto e frivolo di certo Stravinskij (e meno male), ma proprio nel modo che non colgo la novità, la creatività, l’originalità dell’opera. Allora ho pensato anche che stavo ragionando in modo sbagliato. Novità, creatività, originalità non sono criteri utilizzabili. Ciarpame da caffè letterario. Ho pensato che avevo visto un bel concerto, ma non una memorabile prima come pretendevo, e questo mi aveva deluso. Ho anche pensato che Bostridge e Tomlinson, tutto sommato, dovendo recitare due ruoli ridicoli e conformisticamente grotteschi, sono stati perfetti, col ruggire e il fiato sfiatato. Ma sì. Grandi applausi al maestro Henze presente in sala, commento di uno spettaore: «Aho’, c’ha 83 anni». Ok. Serata perfetta. Sono scappato prima di essere travolto dall’ego di Mahler. Si potrebbe fare una moratoria per sospendere Mahler per, diciamo, un centinaio d’anni?

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3 Risposte to “Immolazione a Roma”

  1. Laura Says:

    che tipo, Tedoldi!

  2. Laura Says:

    il leit motiv ‘Uomo disperato ‘, effetto Paradiso perduto per i post punk…interessante

  3. paolopatch Says:

    “non una memorabile prima”, forse sì, “pastiche”, sì, ma il testo – per quanto stilisticamente contorto – secondo me non è robaccia. Lo straniero protagonista non si può definire genericamente un alienato. E poi “romantico-espressionista”, che male c’è? E lasciamo perdere Mahler (che comunque era fiacco..).

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