Sul pubblicare per Berlusconi

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In questi giorni si sta sviluppando in rete e sulla stampa un ampio dibattito sul rapporto tra intellettuali e potere editoriale. Il primo fronte polemico si è aperto sulla decisione di Paolo Nori di pubblicare alcuni suoi pezzi sul quotidiano Libero, criticata tra gli altri da Andrea Cortellessa (qui, nei commenti) e discussa, in presenza dell’autore e del critico, in un incontro pubblico che si è tenuto a Roma martedì 19 gennaio alla libreria Giufà. E di questo e di altro parla Tiziano Scarpa in un pezzo uscito sulla Stampa e ripreso qui. Su Nazione Indiana Helena Janeczek ha scritto, invece, un’appassionata difesa delle ragioni di chi lavora o ha deciso di pubblicare per il gruppo Mondadori pur non condividendo le idee e la politica culturale della proprietà. L’articolo che pubblichiamo qui di seguito, scritto da Vincenzo Ostuni, direttore editoriale di Ponte alle Grazie, risponde in qualche modo al pezzo della Janeczek ed è stato pubblicato sul Manifesto di ieri, domenica 24 gennaio 2009.


di Vincenzo Ostuni

Quando lo scorso novembre Saviano rivolse un appello a Berlusconi perché ritirasse la legge sul processo breve, a Luisa Capelli, editrice di Meltemi, e al sottoscritto saltò il ticchio di rilanciare, mettendo in campo il più perverso tabù della nostra società letteraria (o dei suoi frantumi). Fondammo un gruppo Facebook chiedendo allo scrittore di lasciare il suo editore qualora, com’era scontato, non avesse desistito. Per chi non lo sapesse, ricordiamo che la maggioranza del gruppo Mondadori (oltre al marchio eponimo, Einaudi, Piemme, Sperling & Kupfer, Frassinelli, Electa: circa il 30% del mercato librario) è di proprietà della Fininvest, ovvero Silvio e famiglia. In poche settimane abbiamo ricevuto 2200 adesioni e alcune critiche. Saviano in un’intervista ha dichiarato, in maniera forse indipendente dall’appello: «Sto riflettendo se continuare a pubblicare i miei libri con Mondadori». Da altri autori del gruppo quasi nessuna voce, ed è quest’ultimo aspetto a stupirci. Ma è davvero moralmente indifferente, per uno scrittore dell’ampio e disunito fronte nonberlusconiano, pubblicare i propri libri per B.? O almeno è un errore politico? Si tratta di una scivolatina, incoraggiata da migliori condizioni economiche (mica sempre), dalle maggiori prospettive di successo (ma non è affatto detto), dallo charme del bianco Einaudi (dove c’è ancora), o dall’indubbia (ma ineguagliabile?) professionalità dei suoi editor? O all’opposto, come sostiene ad esempio Wu Ming, pubblicare per B. ha un valore politico aggiunto, l’occasione di attizzare un focolaio di resistenza nel cuore delle cittadelle occupate, all’interno delle quali noialtri si «resisterà un minuto di più»?

Comunque la si veda, la questione desta imbarazzo. Chi, autore, si dissocia dal gruppo – e casi ve ne sono – lo fa senza clamore, come temendo di danneggiare qualcuno ingiustamente; chi vi rimane o vi entra, lo fa alla chetichella, accennando appena alla propria distanza dalla proprietà. Un fatto è certo: vi capiterà di rado, se non mai, di sentir dire nella stessa frase da un autore Einaudi quel che pensa di Berlusconi e rammentare il rapporto contrattuale che lo lega al Cavaliere; non ascolterete nessuno dire «Berlusconi è XYZ ed è l’editore dei miei libri». Col tempo anche quegli XYZ si attenueranno, per una banale razionalizzazione da coda di paglia. Teste altrimenti pensanti insisteranno oltremodo che il problema non è B., che attaccarlo sottrae consensi alla sinistra distogliendola dall’unico scopo: costruire una maggioranza ad ogni costo, come se la missione dell’intellettuale fosse interpretare in trentaduesimo il moderatismo accattavoti di un qualsiasi quadro del PD. E i toni si ridurranno a quelli di una imbelle, semmai dotta, strigliatina.

Siamo d’accordo, il problema non è Berlusconi, ma la mutazione teratomorfa del capitalismo avanzato che, nella sua versione cisalpina, battezzeremmo Berluscoleviatano: un dispositivo informativo-economico-politico-criminale che perverte l’elettorato con la spettacolarizzazione della mediocrità e lo sdoganamento della rapacità individuale e d’impresa. Ma siamo certi che lasciarsene contrattualizzare non sia, pur nel nostro piccolo, avallarlo o anche pascerlo? Siamo certi che da un lato la timidezza critica di cui sopra, dall’altro l’autocertificazione costituita per B. dal pubblicare (occasionalmente!) autori dallo specchiato protagonismo morale come Roberto Saviano – siamo certi che questi fattori non estenuino la già erosa capacità critica della nostra classe intellettuale? Siamo certi che stipulare un contratto con Mondadori – scelta nel 95% dei casi fungibile – sia oggi accettabile, visto che la stessa acquisizione del gruppo è avvenuta corrompendo un giudice? Visti i casi di chiara censura a Saramago, a Raboni e ad altri, e le ineleganti veroniche a giustifica? E visto lo scotoma cosmico, nel catalogo recente del maggior gruppo italiano, di pubblicazioni avverse toto corde all’attuale governo? Saviano ha replicato a un’accusa di Feltri dicendosi non già stipendiato di Berlusconi, ma semmai viceversa. Ecco: se pubblicaste un bestseller con lui, sareste lieti di ingrossarne le tasche? E ancora, qualcuno dei suoi autori di sinistra può dirsi titolare di una visione strategica di tale respiro da scusare nella tattica una non alta asticella morale, come quando si lottava tutti per l’ideologia? Purtroppo non l’abbiamo. Lavoriamoci sodo, e intanto proviamo a tenere alta la testa.

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25 Risposte to “Sul pubblicare per Berlusconi”

  1. troubledsleeper Says:

    ricollegandomi al discorso della Janeczek, in effetti, Mondadori non ha una linea editoriale berlusconiana se non nell’attitudine di pubblicare sopratutto con un occhio attento al mercato.
    Quindi non credo vi sia nulla di male. a maggior ragione per i piccoli autori che in qualche maniera devono farsi conoscere. Potremmo invece discutere del monopolio berlusconiano nell’ambito editoriale, cui però nessuno fa più riferimento….

  2. sergio falcone Says:

    Sono in totale disaccordo con quanto affermato da troubledsleeper.
    Chi ne ha il desiderio, può leggere i miei interventi su Nazione Indiana al post di Helena Janeczek, Pubblicare per Berlusconi?

  3. anonima Says:

    come ho già commentato a proposito di questo testo vorrei porre una questione e lo faccio senza il mio nome perché non è importante individuarne i soggetti: per una mia vicenda di vita che ha un certo valore simbolico uno scrittore mi propose di scriverla e pubblicarla con una delle case editrici di cui sopra al patto però di non nominare il fatto iniziale che provocò la mia vicenda e che per la società italiana è ancora fonte di discussione e ridiscussione anche se la legge è chiara e anche vecchia. La mia storia ha un senso anche scollegata da quel fatto, ma come giudicate questo? E quale è il punto in cui pensare che accettare e sfrondare sia troppo? Si può non chiamarla censura? Io son piena di dubbi.

  4. sergio falcone Says:

    @ anonima.

    Io non avrei dubbi. Piuttosto che venire censurato, preferirei non pubblicare. Ma la decisione finale, nella fattispecie, non può che essere la tua.

  5. enpi Says:

    quindi il gruppo Mauri Spagnol [Longanesi] è meglio del gruppo Mondodori?
    agisce con logiche diverse?
    cioè – per dire – Chiarelettere pubblica Travaglio perché “ci crede”? o perché Travaglio ha un mercato?
    e Guanda o Ponte alle Grazie: che trattamento economico e contrattualistico prevedono per collaboratori e dipendenti?

    no, perché, a ‘sto punto facciamo un bell’elenco dei buoni e dei cattivi.
    e giuro che non muovero un dito a favore dei “cattivi” per il resto della mia vita – non acquisterò libri pubblicati dai “cattivi”, e lavorerò solo per i “buoni”, ecc. [al momento più che altro lavoro pro bono, in realtà]

    e-

  6. sergio falcone Says:

    @ enpi.

    I buoni e i cattivi. In tutta onestà, pur non conoscendo tutto quel che si muove in campo editoriale, ho l’impressione che i “buoni” siano davvero pochi. E ostacolati e mal distribuiti. Allo scrittore non resta che la scelta. Io, la mia, l’ho già fatta.

  7. troubledsleeper Says:

    carissimi tutti,
    io purtroppo vedo tanto opportunismo anche tra i cosidetti buoni. Probabilmente sto diventando cinica e basta. un saluto

  8. enpi Says:

    io, in realtà, immagino ci siano dei “buoni”. a volte fanno gli editor in Enaudi, anche – per dire. poi ci sono degli editori che hanno delle “buone” idee. e cose così. qui – sempre seriamente – chiedo:
    quali organizzazioni, strutture, aziende sono “buone”?
    ci vogliamo confrontare su questo?

    e-

  9. cristiano de majo Says:

    enrico, credo che la tua domanda sia un po’ fuori traccia.
    nel senso che al momento la discussione mi pare sia indirizzata su questo (sintetizzo all’estremo): c’è un blocco sociale/culturale in italia che crede, a torto o a ragione, che berlusconi e il suo sistema di potere siano il male quintessenziato. ora alcuni di quelli che appartengono a questo blocco lavorano/sono stipendiati/pubblicano/fanno guadagnare (in denaro e in immagine)/collaborano con quotidiani che sono di proprietà o sostengono lo stesso sistema di potere che secondo il blocco sociale/culturale di cui fanno parte rappresenta il male quintessenziato. da cui le varie tesi: chi sostiene, come vincenzo, che sarebbe il caso che alcuni di questi autori importanti nonché “protagonisti morali” dessero un segnale; chi fa un distinguo tra mondadori o einaudi e libero; chi dice che sia necessaria la resistenza dall’interno etc. etc.
    non è che stiamo facendo la lista dei buoni e dei cattivi tipo maccartismo alla rovescia. che senso avrebbe? poi certo possiamo anche dire che è tutto una merda e bloccare il discorso sul nascere. ma il vero senso della questione è: qual è la possibilità concreta di agire per un intellettuale italiano degli anni dieci, qual è il suo grado di compromissione con il sistema sopattutto nei casi in cui l’intellettuale anela a combattere il sistema stesso? e, se vuoi, anche: l’intellettuale ha ancora la famosa funzione, il famoso ruolo, oppure no?
    (non sono domande retoriche)
    un saluto,

  10. sergio falcone Says:

    L’aver sollevato la questione, se sia lecito o meno che un non-berlusconiano (e con quali possibilità di successo, poi?) lavori per Berlusconi o, meglio, per il suo quasi monopolio, si è tramutato , a mio modesto avviso, in un clamoroso autogol.

    Meglio farebbero costoro a tacere.

    E vorrei tanto che mi venisse cortesemente spiegato come han fatto, sempre costoro, a salire così “in alto”, nel mondo, discutibile e fetente, dell’editoria italiana.
    Io so, anche per esperienza personale, che chi si colloca sul classico crinale antagonista, trova immediatamente un bel fuoco di sbarramento, da parte del Potere. Anche se è dotato di grande talento. A meno che non abiuri.
    E’ la stessa domanda che mi posi, a suo tempo, per Franco Lattanzi, in arte Sbancor. Anarchico di tutto rispetto, dopo un lungo periodo di silenzio, venne accolto (… ohibò!) prima tra gli alti vertici della Confindustria e, poi, tra i quadri dirigente del Mediocredito Centrale (… ari-ohibò!). E poi si riciclò al movimento, stavolta su posizioni negriane (del chiarissimo professor Antonio “Toni” Negri). Per me si tratta di un clamoroso caso clinico e, purtroppo, non è l’unico.
    Viceversa, ritengo illecito e, francamente, anche un tantino schizoide, che un antagonista aspiri ad entrare nelle stanze dei cosiddetti bottoni.
    Per me il problema non s’è mai posto, perché l’ho risolto alla radice; facendo, alla “tenera” età dei miei 16 anni, una precisa scelta di campo.
    Provengo dalla cultura critica e del rifiuto.
    La politica discende dall’etica ed il fine non giustifica i mezzi.
    E molti della mia età (senza parlare de’ giovani e giovanissimi), l’hanno accuratamente dimenticato.

    Cos’è più la virtù?, intitolò uno dei suoi romanzi la madre di tutti noi, l’indimenticabile Fernanda Pivano.

    Ed io dico: “Cos’è più l’etica?”.

    Non si possono servire due “padroni”. Lo disse, se ben ricordo, un certo Gesù di Nazareth. Ed aveva ragione.

    ***

  11. Marco Says:

    Nel merito del post di enpi, io in effetti non ho capito che c’entrano il Gruppo Mauri, Guanda e Chiarelettere e tutte le discussioni sui buoni/cattivi… Mi sembra che la provocazione non fosse sulla situazione complessiva dell’editoria italiana, quanto piuttosto sul fatto che un uomo politico (sic), presidente del consiglio, sia contestualmente l’editore di alcuni tra i suoi più accaniti critici. Non mi risulta, infatti, che il sig. Feltrinelli o il sig. Mauri Spagnol o il sig. Ponte alle Grazie (o altri) abbiano ruoli politici o incarichi di governo. Questa è davvero un’anomalia italiana di cui, forse, questo aspetto è anche uno dei mali minori…

  12. enpi Says:

    @Cristiano
    sì, non sono domande retoriche.

    “poi certo possiamo anche dire che è tutto una merda e bloccare il discorso sul nascere. ma il vero senso della questione è: qual è la possibilità concreta di agire per un intellettuale italiano degli anni dieci, qual è il suo grado di compromissione con il sistema sopattutto nei casi in cui l’intellettuale anela a combattere il sistema stesso?”

    ma siamo sicuri che il berlusconismo non si nasconda anche in aziende, sistemi, case editrici, non direttamente riconducibili alla proprietà del Presidente del consiglio?

    e per berlusconismo io intendo: finto liberismo che – nella realtà dei fatti – è un oligopolio, anche di “idee”, che – a catena – si propagano dall’alto verso il basso. idee alle quali io sono del tutto contrario.

    per questo chiedevo: chi sono i buoni?
    e neanche la mia è una domanda retorica. perchè, di buoni, ne conosco. ne esistono.

    è – credo – il solito discorso che mi hanno opposto per tutta la vita, che si sintetizza in: “tu non puoi essere *contro* il sistema, perché sei *dentro* il sistema”.
    che ha una sua sostanza, come affermazione. però io posso contestare il mondo, e il sistema, cercando di essere più coerente possibile.
    posso mettere in atto, nel mio piccolo, delle azioni, e creare dei piccoli sistemi, cooperare con chi non è d’accordo, come me.

    spero di non essere uscito di nuovo fuori traccia, e di non essere troppo sintetico. e spero di poter parlare – dal vivo – di queste cose, con te, e con gli altri, prima o poi.

    enrico

  13. enpi Says:

    @Marco
    il punto è che “il sig. Mauri Spagnol” e “il sig. Ponte alle Grazie” sono lo stesso “signore”.
    anche il sig. Bollati Boringhieri è lo stesso signore.
    e il punto è che il berlusconismo – di cui sopra – va oltre Berlusconi.
    e allora: cosa devo guardare per “giudicare” ed eventualmente collaborare con una casa editrice – o pubblicarci?
    il catalogo [libri e autori]?
    la proprietà?
    la “storia” della c.e.?
    chi ci lavora [e il trattamento economico di chi ci lavora]?

    per dire: Lettere a nessuno lo devo comprare nell’edizione Bollati B., o in quella Einaudi?
    oppure – altro esempio – Confine di Stato, di Sarasso, lo devo comprare nella prima edizione [effequ] o in quella Marsilio [RCS]?
    c’è una risposta “corretta”?
    [lo chiedo seriamente]

    e-

  14. helena Says:

    Salire così in alto? Ma fammi ridere!!!!!

  15. sergio falcone Says:

    Sono qui a segnalarvi, per dovere di cronaca e in tutta onestà e serenità, che Nazione Indiana m’ha chiuso la porta in faccia. Qualsiasi mio nuovo intervento viene censurato. Evidentemente devo aver infastidito qualcuno, tra i redattori del famoso sito letterario. Ed è scattato l’ostracismo. Non ho più la possibilità di replicare, nemmeno alle accuse, indegne, di tipo personale.
    La censura è sempre un fatto autoritario. E dimostra che il censore non ha altri argomenti. Ne prendo atto.
    Mi auguro che, almeno qua dentro, possa continuare ad esistere un minimo di quello che, in epoca non sospetta, chiamavamo “confronto democratico”.
    Viviamo i tempi difficili del falso totale. Ed è evidente, purtroppo.
    Come vado ripetendo in queste ore, la letteratura non è mero esercizio verbale. La letteratura non è accademia. Letteratura son le ferite che il vivere ti lascia nella carne. E niente altro.

    ***

  16. cristiano de majo Says:

    (caro falcone, ti preghiamo di risparmiarci le tue vicissitudini personali nei commenti.
    i commenti servono a commentare l’articolo pubblicato. tutto quello che esce fuori da questo campo -e già siamo stati di manica larga più sopra – verrà cancellato in quanto non pertinente.)

  17. cristiano de majo Says:

    @enrico: provo a risponderti dopo, spero.

  18. fre de rics Says:

    @enpi

    se il passaggio di diritti è fatto bene (quindi per dire come *non* successo nel caso dei racconti di Wallace quando furono ripubblicati semi-illegalmente da einaudi) semplicemente non c’è scelta: tu non puoi proprio comprare l’edizione effequ di Confine di Stato perchè una volta che Marsilio ne ha comprato i diritti quella è fuori commercio e fuori catalogo, e se vai sul catalogo di effequ in effetti non ce lo trovi più Confine di Stato…

    Ma la risposta – anche se fossero presenti tutte e due le edizioni (cosa illegale, nel caso di autori con i diritti ancora validi) – non è che l’edizione da acquistare è sempre quella dell’editore piccolo. L’editore piccolo non è per sua natura migliore o *più virtuoso*, anche se così si propone (poi qua per puro caso si parla di Effequ che nella mia personalissima esperienza è uno dei pochissimi – se non proprio l’unico – tra i piccoli di cui mi fido ciecamente). Bisognerebbe poter valutare caso per caso, e mi riferisco principalmente non all’immagine specchiata che questi vorrebbero offrire ma al loro reale comportamento nei confronti dei colaboratori: fanno contratti? Pagano chi lavora? Regolarmente? Oppure altrimenti: come tirano avanti? Bisognerebbe essere in grado di rispondere a queste domande – e lo si può fare solo per conoscenza diretta – e, a mio avviso, ove le risposte non siano accettabili, ripiegare decisamente su libri pubblicati da grandi editori, anche da Mondadori, che almeno i collaboratori – c’è da starne sicuri – li paga.

  19. enpi Says:

    rispondo @fre, cercando di non uscire troppo di traccia:

    io – però – non sono d’accordo neanche su: “a ‘sto punto meglio i grandi”.
    su PrecarieMenti c’era l’intervento di una collaboratrice Mondadori, un paio di mesi fa: la situazione lì è spesso identica a quella tipica delle piccole c.e. [precariato spinto, spada di Damocle perenne, pessime retribuzioni ecc.]

    quello che volevo dire io è:
    la situazione è decisamente ingarbugliata, e additare solo il gruppo Mondadori come “il male” è semplicistico. non sbagliato, eh!
    è solo un’evidenza. chiara e definita. ma di “mostri” là fuori ce n’è a bizzeffe.
    io non credo sia giusto *non* comprare Canti del caos perché l’editore è Mondadori – sempre: per dirne una. o additare chi lavora, magari precario, per una delle case e. del gruppo.
    ciò, però, non toglie che il sistema Mondadori costituisca un problema grosso per la libertà in questo Paese. per quello che combina a livello distributivo, per esempio, o perché preso a modello dalla stragrande parte degli altri editori – piccoli, medi e grandi.
    e parlo solo di Mondadori libri, ché poi ci sarebbe da dire molto altro.

    ma è ora di confrontarsi – anche in privato, anche davanti a una birra – e di chiarirci le idee. di scambiarci informazioni e aiutarci l’un l’altro a evitare gli squali [se mai è possibile, evitare gli squali].

    enrico

  20. cristiano de majo Says:

    enrico, non dirlo a me, io penso e ho scritto che il berlusconismo si nasconde, e nemmeno tanto, anche in serena dandini e in altri presunti insospettabili. e sono molto, pericolosamente, vicino alla corrente di pensiero “è tutta una merda”. e, devo dire, non impazzisco per i modelli gramsciani e pasoliniani dell’intellettuale, ancora oggi molto in voga sul suolo patrio.
    la mia posizione personale non è quella del militante. trovo paradossale, però, come diceva marco, che alcuni che, a differenza mia e di altri, si definiscono esplicitamente militanti o fanno del discorso politico, spesso agguerritissimo, la loro piattaforma concettuale, non trovino problematico pubblicare per berlusconi e il suo gruppo. voglio dire piperno è un discorso, ascanio celestini ne è un altro. e in questo il ragionamento di vincenzo mi convince.
    trovo, invece, che sia di poca o nessuna utilità spostare il discorso sulle scelte di consumo del lettore, anche perché se il lettore vuole leggere, per dire, la strada di mccarthy non ha altra possibilità che acquistare il bellissimo, peraltro, volume einaudiano.
    sul ragionamento che fai sui grandi gruppi e le grandi concentrazioni, pesa, infine e ancora una volta, il peccato di considerare berlusconi al pari di altri magnati/tycoon, dimenticando il suo ruolo di presidente del consiglio. per fare un esempio stupido: uno degli argomenti retorici più utilizzati dai politici del centrodestra è che berlusconi è in fondo un imprenditore liberale – quello che si dice sempre “ma se le iene vanno in onda su mediaset!” – ed è un argomento che ha convinto e continua a convincere moltissime persone/elettori, e proprio in nome di questa presunta libertà, a mio avviso, il cerchio si stringe sempre di più, in un modo che anche persone in buona fede possono non constatare con evidenza. (da cui il berlusconismo…) vogliamo parlare del degrado di strade blu? o della inclusione nei coralli di autori che solo cinque anni prima mai si sarebbero sognati non dico di includere, ma di proporre per la collana? non mi pare che guanda o garzanti o, appunto ponte alle grazie, per quanto imparagonabili, stiano seguendo una simile china, anzi semmai si muovono in una direzione opposta.
    e comunque, certo, sarebbe meglio parlarne dal vivo.

  21. sergio Says:

    Ma Nicola Lagioia dov’è? Non ha niente da dire?

  22. enpi Says:

    @Cristiano.
    sì. ne parleremo – prima o poi – sul serio e dal vivo.

    per me non è “tutta una merda”. non ancora, almeno. son pieno di speranze, e cuore, e volontà.
    però, sì, c’hai ragione, mi cambia poco tra il multimiliardario che è anche ai vertici politici e il multimiliardario che controlla i vertici politici. e aggiungo anche il multimiliardario e basta.
    m’infastidisce l’idea stessa di multimiliardario.
    è come quando uno “fa una fortuna in Borsa”, quando li ha semplicemente tolti a chi ha perso in Borsa – e in borsa c’han “giocato” i padri di famiglia, perché han detto loro che avrebbero fatto una fortuna in Borsa, come quello lì, il multimiliardario ecc.

    [sì, lo so… troppo “ideologico” ;)]

  23. Pubblicare per B. è sbagliato? « Ai Nostri Posti Says:

    […] Continua la lettura seguendo questo link […]

  24. Eva Says:

    Quanti conoscevano Saviano, prima che pubblicasse per Mondadori? Quanti avevano avuto il privilegio di leggere ciò che aveva da dire al mondo? Se avesse scelto un’altra strada, il suo messaggio al mondo sarebbe stato diverso? Il fatto di aver pubblicato per Mondadori, ha tolto qualcosa al suo “Gomorra”? Soprattutto, il mondo ne avrebbe davvero tratto guadagno?
    Allora, Saviano non pubblichi più per Mondadori. Ed io? Io lettore? Io, che leggo Saviano, pur sapendo che lavora per il demonio? Io che con le mie letture ( e con ciò che vi investo in termini di denaro) contribuisco al mantenimento del Sistema? Non sono forse proprio io, “utilizzatore finale”, la chiave di volta di tutto il Sistema? Boicotto Saviano per colpire il gruppo Mondadori? E’ questa la strada?

  25. johnny doe Says:

    L’articolo è semplicemente ridicolo,e ricalca vecchi stilemi di una sinistra anni ’50 (ma almeeno allora erano Vittorini e Togliatti) contro chi non si allinea al loro pensiero.Forse non ricordano le censure della Einaudi pre-berlusconi di scrittori non politicamente graditi, per non parlar di quello che succede nei giornali della sinistra.Sempre il vecchio vizio (leggi Consolo) di puntare il dito,far morali,puramente per scopi politici.La storia italiana ,per questi signori,sembra iniziare da berlusconi,mentre questo tipo di articoli si scrivono da un quarantennio almeno.L’intellettuale deve sempre essere organico ad una parte a costo del grottesco.Il caso Nori e le censure a cui è stato immediatamente sottoposto dal politburo degli scrittori è illuminante,così pure il ridicolo Consolo che prende cappello per le letture di Saviano.
    Sembra che sia tutto un turarsi il naso condito da sofisticate analisi sociologiche e psicologiche per giustificare i soliti compagni che sbagliano.(e incassano)
    Mai viene in mente che forse sbagliano loro.E la libertà dove sta?
    Perchè,ridicolo per ridicolo,non censuriamo anche gli scrittori che guardano canale 5,sia pure un film o una partita di calcio.
    Anche così si ingrassa il berlusca!

    Peggio del grande fratello!

    johnny doe

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