Seminario sui luoghi comuni

by

4. Le leggi della fisica

di Francesco Pacifico

Dopo la prospettiva Nevskij, porto oggi una versione italiana del quadro d’insieme: la descrizione di una pensione in «Una buona nutrizione», racconto contenuto in Accoppiamenti giudiziosi. Gadda si impasta le mani di tutti gli elementi quasi obbedendo ai principi della dodecafonia e volendo usare tutte e dodici le note della scala nella stessa descrizione. Tutto è citato, dal vegetale all’umano, dai metalli alle stoffe, ma in un modo che trovo più complesso che nella prospettiva gogoliana: dove Gogol’ ha osservato con attenzione qualcosa che ha una vita certa, un certo viale conosciuto in tutto il mondo, Gadda ha riprodotto oppure inventato un luogo che spettava a lui costruire sulla carta in modo che non potesse crollare: e l’ha fatto con pochi elementi tutti eterogenei, riuscendo a farli rimare (dove in Gogol’ contava e interessava soprattutto la varietà di umani).
Allora ci racconta di vasi da fiori capovolti e di una sporta fiammeggiante di sedani dove i sedani sono come ipocalorici fulmini di Zeus. Ci racconta di una cameriera che sculaccia col battipanni il groppone indignato dei tappeti: ci sta dentro tutta la morale italiana, in cui non si capisce mai se l’igiene è una metafora o il vero scopo della repressione violenta. Bisogna far prendere aria alle cose per ritardare la decadenza della cose e delle persone: vasi capovolti, tappeti sbattuti: come rinnoviamo la sopravvivenza ogni giorno. Chi di noi apre le finestre della camera la mattina? Chi no? E come differiscono questi due generi di vita? (Oggi ci metterei senz’altro il collutorio e quelle specie di yogurt da bere molto pubblicizzato; oggi si parla tanto dell’intestino e di come si va di corpo, nonostante lo schermo multitouch e il trionfo dell’inorganico.)
Poi: arriva Cesare il giardiniere e viene descritto nelle sue abitudini come fosse una creatura non umana, comprensibile, quel poco, solo per analogia con gli umani – se ama qualcosa ama il caldo estivo, ma non si saprà mai bene il perché, lo si potrà solo dare per assodato osservandolo, è una lucertola; mentre il pero, all’opposto, reagisce agli eventi della propria vita (la visita provvidenziale del giardiniere) come un umano, anzi, come un vecchio appena uscito dal podologo che gli ha limato i calli: prende l’aspetto di chi s’è liberato d’un fastidio.
Trionfa infine, come nel disneyano Fantasia, l’insalata di mutandine delle ragazze pensionanti: capriccio di colore e promessa di assoluto che è il fiore all’occhiello del mondo nodoso e naturale della pensione Wedekind: possiamo dire la sua ragion d’essere ultima – la donna? la giovinezza? l’allegria? l’amicizia? insomma, la ragion d’essere della pensione Wedekind e della vita.
Così Gadda, sempre tanto temuto da chi non lo idolatra, temuto come un professore di matematica che pone problemi insolubili usando parole antiche o localissime al posto di x y z e suscitando in noi altrettante incognite, è in realtà un molto responsabile dio che crea un mondo in cui uscio, cameriera, pero, giardiniere e mutandine respirano insieme: invece di produrre insolubili problemi, Gadda stabilisce con certezza le leggi della fisica di un mondo destinato a durare, come dimostra il fatto che aprendo un suo libro a caso per sorprenderlo nell’insensatezza, lo si trova sempre in perfetto controllo, e del tutto sensato.

Da Accoppiamenti giudiziosi
di Carlo Emilio Gadda

L’edificio maggiore, leggermente schembo e speronato ad un angolo, aveva un usciolo sulla strada, con un gradino, un po’ prima della porta grande. Quell’usciolo, color noce, era ogni volta più lustro della volta prima: un pomo d’ottone lucidissimo, una placca del pari, dove i ragazzi leggevano sillabando, al trascorrere: Pensione Wedekind. I due terzi dei locali, nel caseggiato maggiore, erano stati ceduti alla pensione Wedekind. La signora Gemma conosceva da tempo la signora Wedekind, una attempata e distintissima tedesca (dei tempi del Kaiser) che «voleva molto bene all’Italia»: e più, anche, ai generali tedeschi alleati dell’Italia.
Quando, a mattina, la signora Gemma era occupata a’ suoi fiori, e capovolgeva certi vasi da fiori per metterne il terriccio in altri vasi, la Lena, la cuoca, arrivava su dal mercato e dai negozi, ansimando, con una rigonfia sporta tutta fiammeggiante di sedani. La Rosina, la cameriera, sparava di finestra con una bacchetta in mano certi suoi colpi che parevano colpi di schioppo, o col battipanni, sul groppone intignato de’ tappeti, o di vellosi o di vellutati scendiletti. La Lisa era a scuola, dalle Nunziatine.
Cesare, il giardiniere, appariva solo a quando a quando, per lo più a giorni alterni: e in ora impreveduta: o all’alba, o al cader della sera, o a notte fatta, magari: domestica ma intermittente ombra. Stava due minuti, recava un fastello in cucina, un secchiello: apriva e poi richiudeva subito dopo con una chiave enorme la stalla, come a sincerarsi che non ci fosse stato il cavallo: spariva, col sole: riappariva, con la luna. Vecchio, e dimolto birbo, scansava il più possibile ogni rapporto ufficiale col mondo. Primavera non lo interessava affatto, né la tenera neve delle sue fiorite, pei colli: mentre l’estate un po’ di più. Dopo le provvidenziali di lui visite, a fine agosto, i peri del giardino si sentivan meglio, se pur gli allori erano rimasti tal’e quali; prendevan l’aspetto, i peri, di chi s’è liberato d’un fastidio. Già grevi ed incurvi a rimirar la terra, ecco, i rami più onusti principiavano adagio adagio a sollevarsi, con infinito stupore della signora Gemma, come avessero mutato idea tutt’a un tratto: e aspirassero al cielo.
(…)
La Wedekind ospitava signore e signorine: dieci al massimo in otto camere, di cui due a due letti. Dai ventuno, l’età di Elena, in su: quasi tutte straniere: tutte più o meno inclini alla partenza, date le difficoltà monetarie, e i pericoli e le privazioni comportati dalla guerra. «Doch! ein Blitzkrieg!…» diceva lei, a trattenerle. E i suoi occhi fermi, d’un grigio d’acciaio, vincevano i loro occhioni stanchi o spaurati, distraendoli, per un attimo, da spalancate valigie, dov’erano le mani a rimestare, in una angoscia, in una febbre, in un’insalata di mutandine.

Leggi le precedenti puntate di Seminario sui luoghi comuni
3. Idiosincrasie di un protagonista
2. Compassione per la comparsa
1. Il viale per lo struscio

Tag: , , , , , ,

Una Risposta to “Seminario sui luoghi comuni”

  1. sara Says:

    bello! In effetti io mi sento meglio quando pulisco casa. ma ho sempre paura di frastornare gli oggetti. E poi il nome, battitappeto, è così violento. il piumino invece è adorabile ma sordido, sempre sporco. Sì, Gadda se la tira un pò linguisticamente ma si divertiva, anima beata. Grazie.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: