Persone/Nessuno

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Riprendiamo un post apparso la settimana scorsa sul blog di Linnio Accorroni, Un cuore intelligente; la sua associazione delle opere di Christian Boltanski, nella mostra recentemente allestita dall’artista al Grand Palais di Parigi, con le immagini che ci sono arrivate nelle utlime settimane dal terremoto di Haiti o dai dormitori-lager in cui vivono i nuovi schiavi di Rosarno, ci è sembrata particolarmente interessante e per questo ve la riproponiamo.

di Linnio Accorroni

Only connect, come al solito. Così, quasi inavvertitamente, per una suggestione sensoriale e cromatica prima ancora che concettuale e cronologica – quei vestiti colorati, quei panni smessi e/o indossati – viene quasi naturale sovrapporre in questi giorni immagini che provengono da contesti (Haiti, Parigi, Rosarno) e da ambiti (la realtà e la sua rappresentazione figurale) profondamente diversi. Le prime, quelle più tragiche e sconvolgenti – anche se ben presto placate dalla serialità anestetizzante della televisiva morte in diretta – erano quelle provenienti da Haiti. Ciò che accadeva nell’isola dopo il terremoto del 12 gennaio: le immagini delle centinaia di cadaveri abbandonati, le strade di Porte au Prince trasformate in una enorme morgue a cielo aperto. E la possanza / Qui con giusta misura / Anco estimar potrà dell’uman seme, / Cui la dura nutrice, ov’ei men teme, / Con lieve moto in un momento annulla / In parte, e può con moti / Poco men lievi ancor subitamente / Annichilare in tutto.
Persone certamente, quelle di Haiti, ma anche tanti Nessuno. Personnes: si chiama così anche l’esposizione di Boltanski inaugurata, proprio il giorno dopo il terremoto haitiano, al Grand Palais di Parigi fino all’11 febbraio: Personnes è lemma volutamente ambiguo che rimanda a più registri semantici: Personnes, cioè persone, certo, ma al singolare, in francese, questa parola significa Nessuno. E questa mostra di Boltanski è un trasparente omaggio alle tante Persone, ai tanti Nessuno che hanno lasciato, lasciano e lasceranno tracce effimere del loro involontario passaggio sulla terra. Un’installazione questa di Boltanski dove lo sgomento si fa plurisensoriale, dove il freddo glaciale («Lo spettatore – dice l’artista – non deve essere davanti, ma dentro l’opera, che deve avvolgerlo completamente: Personnes è stata concepita per essere un’esperienza dura»), il rumore infernale, assordante (che altro non è se non il battito amplificato di tanti cuori), la vista (un’enorme distesa di vestiti multicolori accatastati per terra, inquadrati in una meticolosa scansione per settori di uguale misura, recintati da pali di ferro ed illuminati da pallide, gelide luci al neon da obitorio) concorrono a sollecitare senza sosta una desolante meditazione sulla condizione umana: «Al visitatore non viene chiesto di dire se l’opera è bella o brutta, ma deve sentirsi all’interno della tragedia. I vestiti sono rappresentazioni di corpi umani:ci sono migliaia di persone, ma in realtà non c’è nessuno, perché sono tutti morti».

Nell’ abside del Grand Palais, poi, si alza un’immensa montagna conica di abiti spiegazzati, alla cui sommità c’è un’enorme gru dagli artigli meccanici che, a caso, ne solleva alcuni per pochi secondi sospendendoli in aria e poi li lascia ricadere sul mucchio.

Una metafora trasparente e immediata del destino, del caso (quello che, per questa volta, ci ha preservato colpendo gli abitanti di Haiti) perché, dice Boltanski «giunti a una certa età si ha la sensazione costante di attraversare un campo minato: si vedono gli altri morire intorno a sé, mentre senza ragione noi sopravviviamo. Fino al momento in cui non salteremo anche noi». I duecentomila vestiti usati (maglie, camicie, pantaloni, abiti…) sparsi per i 13.500 metri del Grand Palais sono oggetti che rimandano senza equivoci agli esseri assenti, alle persone che non ci sono più. In fondo, quando qualcuno scompare, tra le tante questioni angosciose che la morte dell’altro ci pone, c’è anche quella inerente il destino che debbono avere i suoi abiti: gettarli, regalarli, farli scomparire, oppure tenerli come una reliquia preziosa a testimonianza di un’assenza. C’è stato qualcuno che adesso non c’è più; questo oggetto che è rimasto con me rinvia ad un soggetto assente. Che cosa debbo farci?
Fu nel 1988 che Boltanski usò per la prima volta dei vestiti ad evocare la memoria di una scomparsa collettiva e plurale, quella degli ebrei nei lager nazisti:
Reserve Canada si chiamava l’installazione perché il Canada era una Terra Promessa che, nell’immaginario dei sommersi, rappresentava un luogo di liberazione, perché nei campi di sterminio gli hangar nei quali si radunavano i beni delle vittime erano chiamati, in maniera oltremodo odiosa ed offensiva, proprio con i nomi dei paesi dove gli ebrei avevano pensato di recarsi per trovare la salvezza.
La terza sovrapposizione cromatico – concettuale è quella che proviene dalle foto dei dormitori-lager di Rosarno: anche qui abiti colorati e dismessi, anche qui vesti abbandonate che indicano lo sfondo e la permanenza di una tragedia, le tracce effimere del passaggio di storie individuali. Qui i Nessuno non hanno neppure un’identità anagrafica, ma solo etnica: nigeriani, senegalesi, africani, negri…
In quelle foto colpiva la differenza fra lo squallore e la malsanità dei luoghi – quei dormitori-lager dove i nuovi schiavi si rifugiavano a rubare, tra la fame ed il freddo, poche ore di sonno – e quei tentativi commoventi di approntare comunque una civiltà domestica, casalinga, una forma di decoro in mezzo all’orrore.

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