Bird vive, e la sua ombra pure

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Da John Coltrane al genio degli scacchi Bobby Fischer al ritorno al jazz. Questo il percorso di Vittorio Giacopini nei suoi ultimi tre libri narrativi. Pubblichiamo una recensione al suo ultimo – Il ladro di suoni – uscita sul «L’Indice» a firma di Nicola Villa.

Dopo Al posto della libertà – Breve storia di John Coltrane (e/o 2005) e Re in fuga. La leggenda di Bobby Fisher (Mondadori 2008), Vittorio Giacopini torna al jazz con questo Ladro di suoni, che sembra una sintesi dei precedenti, costruito sulla figura, ambigua e nevrotica, di Dean Benedetti, jazzista dilettante di origine italiana degli anni trenta e quaranta diventato mitomane di Charlie Parker e suo ufficiale registratore pirata di assoli e concerti su nastri andati persi, anche nella leggenda, e poi ritrovati.

Il tema del romanzo è riconducibile, a grandi linee, agli sporadici squarci che l’arte può aprire in una società massificata (non a caso Giacopini ha curato l’edizione italiana di Masscult e Midcult di Dwight Macdonald). Infatti riescono ancora a nascere delle figure mitiche, come Charlie Parker, nonostante viviamo in una società basata tutta su comunicazione e spettacolo e che produce dei sottoprodotti orribili. In questo creare miti la nostra società, la nostra cultura di massa più che la midcult, ha ancora una grande potenzialità. Il ladro di suoni è tutto una variazione sul tema del mito di Charlie Parker, l’uomo che suonava come un uccello, Bird appunto, un dio non solo alle orecchie del suo fan numero uno Benedetti, ma anche abbastanza auto-consapevole: «questa l’ho già suonata domani» (citazione di Charlie Parker che fa d’apertura al libro). Una vicenda artistica e umana, tragica e autodistruttiva, che si è conclusa nella miseria e povertà a soli 35 anni per colpa della droga, fenomeno storico e culturale legato al fattore razziale. Il jazz, come appare nel libro, è morto ed è un cimitero monumentale di esperienze troncate, occasioni mancate, percorsi ascetici e ordalici allo stesso tempo. Jazzisti come santi maledetti che vivono precoci martiri tra i quali Parker assume una figura quasi da profeta dell’avanguardia del bebop, come dice Giacopini, «l’unica avanguardia di tutto il Novecento che non sia finita per diventare la parodia di sé stessa».
Ma Il ladro di suoni non è soltanto questo: è una riflessione sull’arte, sulla possibilità di fare arte in questo mondo e sulla sua esperienza di verticalità che sopravvive comunque; è un libro sul tema del doppio, l’ombra Dean Benedetti ma anche lo sdoppiamento della musica e dei trascendentali assoli di Bird, la loro riproducibilità tecnica, eterna sui nastri e i dischi; è un romanzo in cui gli individui vivono una profonda frattura con la storia, non riescono a capire il tempo in cui vivono e non sono capiti o sono postumi a loro stessi; è una carrellata di scrittori americani del Novecento come Kerouak, Capote, Pynchon e soprattutto Ralph Ellison (di cui Einaudi ha ripubblicato quest’anno il suo primo e unico Uomo invisibile). «La storia la scrivono i distratti», si dice a un certo punto, oppure la paranoia diventa, pynchonianamente, l’unica chiave di lettura per decifrare i fatti che circondano i personaggi di questo libro, hipster, hippy, hobo (vagabondi del Dharma) e jazzisti qualunque, dimenticati e inghiottiti dal turbine della Storia. Dean Benedetti è, in tutto questo, testimone in bilico tra realtà e leggenda, il vate sbagliato di una generazione di artisti che si è bruciata rapidamente, il sacerdote-custode di un mistero o di una rivelazione impossibile da comprendere, uno sconfitto in partenza che è condannato a «sognare di essere diverso da quello che è», come diceva Kerouak.
Giacopini ha scritto, come in Re in fuga, la mitica storia dello scacchista Bobby Fisher, un romanzo-vita nel quale si avverte una completa e ideale adesione alle esistenze raccontate. L’autore sembra calarsi nelle personalità con disinvoltura, arriva a conclusioni personali assolutamente plausibili e parla con una voce che spesso stride di disperazione. Il ladro di suoni vede anche un’accelerazione di pessimismo con i temi dell’autodistruzione tragica e volontaria, il senso della sconfitta e il rifiuto di un mondo che degenera con il progredire della Storia, la scelta del silenzio. Soprattutto il tema della non-esistenza e della non-esperienza sembrano centrali: in una delle rare confessioni di poetica alla sua ombra Benedetti, Charlie Parker fa combaciare esistenza e musica: «la musica non è tecnica è la vita. Se non vivi non hai niente da fare, o da suonare». Il libro di Giacopini è fatto di tracce che vanno avanti e indietro, senza seguire una linea precisa, di uno stile incalzante, inoltre, che a volte disturba il lettore, di un genere eclettico che mette in crisi: né storia, né fiction, né epica, ma tutto insieme con riflessioni sull’arte e la politica. Una eccezione in un panorama narrativo italiano sempre più ammiccante e consolante verso il pubblico.

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Una Risposta to “Bird vive, e la sua ombra pure”

  1. Eva Says:

    Avevo già avuto modo di apprezzare “Re in fuga”. Leggerò volentieri “Il ladro di suoni”.

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