Archive for 9 febbraio 2010

Seminario sui luoghi comuni

febbraio 9, 2010

5. Il giovane moralista

di Francesco Pacifico

Gioventù, di J.M. Coetzee, è uno dei più bei romanzi di formazione degli ultimi anni. Il protagonista, J.M. stesso, è un aspirante poeta chiuso, freddo, deciso a diventare un grande artista e a conquistare donne come un Picasso, ma destinato al lavoro ben più congeniale di programmatore informatico in una Londra che non riesce a schiudersi all’immigrato sudafricano pur esplodendo di vita nel dopoguerra che sta americanizzando la capitale.
Coetzee ha avuto una sfortuna fondamentale come autore: è stato legato indissolubilmente al tema del razzismo grazie al successo di Vergogna, che trattava di una relazione di difficile lettura morale e sociologica fra un professore bianco e una studentessa nera. La sfortuna del grande tema di solito penalizza perfino più i lettori che gli autori stessi, e più di tutti i lettori che vogliono imparare a scrivere: prendiamo Proust e quella indigeribile madeleine che sazia con un morso ogni curiosità nei confronti del vate di St. Germain consegnando a un virtuale oblio la teologia della vita sociale in relazione allo scorrere del tempo, una raffinatissima commedia delle mode linguistiche dei salotti parigini, e uno dei più complessi personaggi della letteratura, M. Swann. Così finisce che non si riesca a trarre da certi autori altro che dei giganteschi e ingestibili temi, che tutt’al più, e con imbarazzo, si riesce solo a citare senza evocare. E ogni sciocchezza della propria infanzia, dal tè alla pesca alla sigla di Pollon alle figurine Panini, diventa una raffazzonata madeleine, e accecati non riusciamo più a saccheggiare la quantità di tesori narrativi che Proust ha lasciato talmente in bella mostra che non ce ne accorgiamo.
Torniamo dunque a Coetzee: ho ricopiato un brano che racconta dell’antipatia del protagonista per il ballo. Il giovane originale che parla male di una realtà cui non vuole conformarsi è una figura arcinota: la letteratura dei giovani scrittori ne ha offerto esempi chiarissimi, come la dolce antisocialità del Giovane Holden e la meno dolce misantropia onirica del Patrick Bateman di American Psycho. Questi sono modelli ormai classici, ma di classico non hanno la prima cosa: la normalità che lascia passare gran parte delle frasi e delle idee sotto i radar (come tutta la saga di Swann) per andare più in profondità delle semplici trovate ad effetto. (Nonostante siano poi due personaggi veri e profondi e nati da esigenze irrinunciabili dei loro autori.) L’aspirante scrittore, nel momento di farsi un’idea su come trasformare certe proprie idiosincrasie in un personaggio letterario, segue l’esempio di J.D. Salinger e Bret Easton Ellis (nel migliore dei casi… nel peggiore prendiamo come modello i protagonisti illuminati a buon mercato di Andrea De Carlo), e non avendone lo smalto si ritrova a esagerare certi propri vizi borghesi flebili flebili, cominciando a sentirsi un gran pazzo scatenato, un beone, un tossico, quando poi magari non è che uno studente fuoricorso con la passione per la parmigiana di melanzane e per i peggiori epigoni di Capossela.
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