Seminario sui luoghi comuni

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5. Il giovane moralista

di Francesco Pacifico

Gioventù, di J.M. Coetzee, è uno dei più bei romanzi di formazione degli ultimi anni. Il protagonista, J.M. stesso, è un aspirante poeta chiuso, freddo, deciso a diventare un grande artista e a conquistare donne come un Picasso, ma destinato al lavoro ben più congeniale di programmatore informatico in una Londra che non riesce a schiudersi all’immigrato sudafricano pur esplodendo di vita nel dopoguerra che sta americanizzando la capitale.
Coetzee ha avuto una sfortuna fondamentale come autore: è stato legato indissolubilmente al tema del razzismo grazie al successo di Vergogna, che trattava di una relazione di difficile lettura morale e sociologica fra un professore bianco e una studentessa nera. La sfortuna del grande tema di solito penalizza perfino più i lettori che gli autori stessi, e più di tutti i lettori che vogliono imparare a scrivere: prendiamo Proust e quella indigeribile madeleine che sazia con un morso ogni curiosità nei confronti del vate di St. Germain consegnando a un virtuale oblio la teologia della vita sociale in relazione allo scorrere del tempo, una raffinatissima commedia delle mode linguistiche dei salotti parigini, e uno dei più complessi personaggi della letteratura, M. Swann. Così finisce che non si riesca a trarre da certi autori altro che dei giganteschi e ingestibili temi, che tutt’al più, e con imbarazzo, si riesce solo a citare senza evocare. E ogni sciocchezza della propria infanzia, dal tè alla pesca alla sigla di Pollon alle figurine Panini, diventa una raffazzonata madeleine, e accecati non riusciamo più a saccheggiare la quantità di tesori narrativi che Proust ha lasciato talmente in bella mostra che non ce ne accorgiamo.
Torniamo dunque a Coetzee: ho ricopiato un brano che racconta dell’antipatia del protagonista per il ballo. Il giovane originale che parla male di una realtà cui non vuole conformarsi è una figura arcinota: la letteratura dei giovani scrittori ne ha offerto esempi chiarissimi, come la dolce antisocialità del Giovane Holden e la meno dolce misantropia onirica del Patrick Bateman di American Psycho. Questi sono modelli ormai classici, ma di classico non hanno la prima cosa: la normalità che lascia passare gran parte delle frasi e delle idee sotto i radar (come tutta la saga di Swann) per andare più in profondità delle semplici trovate ad effetto. (Nonostante siano poi due personaggi veri e profondi e nati da esigenze irrinunciabili dei loro autori.) L’aspirante scrittore, nel momento di farsi un’idea su come trasformare certe proprie idiosincrasie in un personaggio letterario, segue l’esempio di J.D. Salinger e Bret Easton Ellis (nel migliore dei casi… nel peggiore prendiamo come modello i protagonisti illuminati a buon mercato di Andrea De Carlo), e non avendone lo smalto si ritrova a esagerare certi propri vizi borghesi flebili flebili, cominciando a sentirsi un gran pazzo scatenato, un beone, un tossico, quando poi magari non è che uno studente fuoricorso con la passione per la parmigiana di melanzane e per i peggiori epigoni di Capossela.
Nella gara che ne deriva a chi è più sghembo rispetto alle cose (mi fa pensare al ministry of silly walks dei Monty Python), si tende a perdere di vista un problema: serve molta attenzione per costruire dentro di sé e poi sulla carta un mondo in cui la proporzione fra soggetto e oggetto, fra desiderio e dati di fatto, fra ciò che si mostra e ciò che sta dietro l’angolo, produca un senso vero di realtà.
Nel brano in cui questo maldestro giovane sudafricano ricorda la madre e la passione di lei per il ballo troviamo un tema, che poteva essere esasperato in molti modi, trattato con olimpico equilibrio. Coetzee vuol far capire che al suo giovane sé dava fastidio veder ballare la madre; ma vuole anche far capire come esattamente funzionava questa normalità suburbana del ballo; quali rapporti avesse con un’esigenza di promiscuità non riconosciuta: e fin qui siamo alle cose che il protagonista ritiene vere e giuste. Compresa una tirata su quanto l’esigenza romanticheggiante e promiscua della danza sia stata resa più urgente dall’influenza culturale del cinema americano. Ma accanto a tutto ciò, e a descrizioni delle usanze della madre che riescono allo stesso tempo a farci vedere benissimo in cosa consistesse questa attività della danza («Il luccicante vestito azzurro con la spilla d’argento, i guanti bianchi, il buffo cappellino che lei portava su un lato della testa») e a lasciarci in testa ben distinti sia il giudizio del figlio («Tanta risolutezza non la portò da nessuna parte»), che la realtà vera e propria, accanto a tutto ciò abbiamo un resoconto di come questo fastidio nei confronti della danza sia un sintomo di una ben più seria chiusura del protagonista alla vita: «Perché vestirsi di tutto punto, perché quei movimenti di rito; perché quell’immane finzione?» Questa è una descrizione del ballo, ma sembra anche una descrizione della vita umana, fatta di vestiti e movimenti di rito, che nei giorni no sembra solo «un’immane finzione». La chiusura del giovane J.M. è confermata dal tentativo, all’apparenza quasi schizofrenico, di imparare a ballare, dopo il cui fallimento si impone con ancora più forza la difficoltà di entrare in rapporti caldi con gli esseri umani. Tema ricorrente in Coetzee, tema che risuona in tutta la sua opera con una coerenza che testimonia del processo di conoscenza di sé che Coetzee ha messo al centro della propria scrittura.
Gli effettacci con cui cerchiamo di rendere interessanti i nostri protagonisti sono il segno della nostra paura che tali protagonisti non abbiano davvero diritto a esistere. La calma che promana dai brani di romanzi i cui protagonisti hanno trovato dignità a prescindere dalla propria pochezza è – mi rendo conto che è un paragone un po’ patetico ma lo voglio fare comunque – una versione poetica della lotta non violenta per i diritti civili: il personaggio non conquisterà la cittadinanza e i diritti strepitando, ma imponendo la propria presenza, la propria autoevidenza, facendo presente la propria relazione con il mondo, nel bene e nel male.

Da Gioventù
di J.M. Coetzee

Anni fa, quando era ancora un bambino in una famiglia che faceva del suo meglio per essere normale, al sabato sera i suoi genitori di solito andavano a ballare. Lui li guardava mentre si preparavano; se rimaneva alzato fino a tardi, dopo poteva interrogare la madre sulla serata. Ma quel che succedeva per davvero nella sala da ballo del Masonic Hotel nella cittadina di Worcester non è mai riuscito a vederlo: che genere di balli facessero i suoi, se fingevano di guardarsi negli occhi mentre danzavano, se ballavano solo insieme o se, come nei film americani, un estraneo poteva posare una mano sulla spalla della donna e sottrarla al partner, così che questi doveva cercarsi qualcun altro se non voleva starsene in piedi in un angolo, immusonito, a fumare una sigaretta.
Perché mai gente sposata dovrebbe prendersi la briga di vestirsi di tutto punto per andare a ballare in un albergo, quando avrebbe potuto benissimo farlo nel soggiorno di casa, ascoltando la musica trasmessa dalla radio, lui non riusciva proprio a capirlo. Ma per sua madre, a quanto pareva, i sabato sera al Masonic Hotel erano importanti, importanti quanto essere libera di andare a cavallo oppure, se non c’erano cavalli a disposizione, in bicicletta. Ballare e andare a cavallo rappresentavano per lei la vita che aveva fatto prima del matrimonio, prima – nella versione che lei dava della storia della sua vita – di diventare prigioniera («Non sarò prigioniera di questa casa!»)
Tanta risolutezza non la portò da nessuna parte. Chiunque fosse, tra i colleghi d’ufficio di suo padre, a dar loro un passaggio il sabato sera, cambiò casa o smise di andare a ballare. Il luccicante vestito azzurro con la spilla d’argento, i guanti bianchi, il buffo cappellino che lei portava su un lato della testa, scomparvero negli armadi e nei cassetti, e la cosa finì lì.
Quanto a lui, era contento che avesse smesso di andare a ballare, anche se non lo diceva. Non gli piaceva l’idea che sua madre uscisse, non gli piaceva l’aria svagata che aveva il giorno dopo. Nel ballare in sé non vedeva comunque nessun senso. I film che promettevano scene di ballo li evitava con cura, allontanato dall’espressione sciocca, sentimentale, sui volti nella gente.
«Ballare è un buon esercizio fisico», insisteva sua madre. «T’insegna ritmo ed equilibrio». Lui non ne era convinto. Se la gente aveva bisogno di fare ginnastica, poteva andare in palestra, fare sollevamento pesi oppure correre intorno all’isolato.
Negli anni trascorsi da quando si è lasciato alle spalle Worcester non ha cambiato idea sul ballare. Quando, all’università, cominciò a trovare troppo imbarazzante andare a una festa senza saper danzare, s’iscrisse a un corso di ballo e pagò le lezioni di tasca sua: quickstep, valzer, twist, cha-cha-cha. Non funzionò: dopo pochi mesi aveva già dimenticato tutto, in un atto di volontario oblio. Perché ciò sia successo, lo sa fin troppo bene. Mai per un istante, nemmeno durante le lezioni, si era sul serio abbandonato alla danza. Sebbene i suoi piedi seguissero i passi, dentro di sé rimaneva sempre rigido, opponeva resistenza. E così è anche ora: nell’intimo non vede la ragione per cui si debba ballare.
La danza ha senso solo se la s’intende come qualcos’altro, qualcosa che la gente preferisce non ammettere. Quel qualcos’altro è il nocciolo della questione: la danza non è che una copertura. Invitare una ragazza a ballare significa invitarla ad avere un rapporto sessuale; accettare l’invito significa essere d’accordo ad avere un rapporto sessuale; danzare dunque è un modo di mimare e preludere a un rapporto sessuale. Le corrispondenze sono così evidenti che si chiede come mai la gente si prenda la briga di andare a ballare. Perché vestirsi di tutto punto, perché quei movimenti di rito; perché quell’immane finzione?

Leggi le precedenti puntate del Seminario sui luoghi comuni
4. Le leggi della fisica
3. Idiosincrasie di un protagonista
2. Compassione per la comparsa
1. Il viale per lo struscio

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Una Risposta to “Seminario sui luoghi comuni”

  1. marilena Says:

    Eppure il migliore Coetzee è proprio quello di Vergogna. Gioventù è notevole, ma per quello che può apparire il suo peggior difetto: un tono secco e respingente che impedisce l’identificazione e ci fa desiderare che il giovin autore la smetta con le sue menate e si lanci nel turbine della vita

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