La bestia ruminante e la questione del velo

by

di Carlo Mazza Galanti

Di fronte ai discorsi che in questi giorni, sui media francesi, affrontano la questione del velo islamico e della sua legittimità sento muoversi in me un’imbarazzante pulsione regressiva… Perché non riesco riconoscere le ragioni di coloro che si oppongono al velo? Perché, io che con la religione ho un rapporto del tutto esteriore, nel divieto di questo oggetto non vedo altro che un sintomo di oltranzismo laicista e di illuminismo accecato dalla sua stessa luce? Perché immagino strette relazioni tra la nostra imposizione, chiaramente razzista, di conoscenza della costituzione italiana e l’obbligo (proposto come una difesa dei diritti civili) di tenere la testa o il volto scoperto, che in Francia è da qualche anno un punto controverso del dibattito politico-culturale e che ora pare stia procedendo verso una soluzione piuttosto drastica? Forse ultimamente ho letto troppo Pasolini, forse mi sono lasciato plagiare dalle sue mirabolanti provocazioni, come quando si è presentato al convegno dei radicali per sostenere che le persone che non sanno di avere diritti sono molto più umane e simpatiche di quelle che sbandierano diritti a destra e a manca. Il diritto diventato ricatto, strumento di omologazione e di conformismo, o peggio di un fascistoide imperativo identitario, questo mi sembrano oggi certe misure simboliche, come quella del velo, o meno simboliche, come la pretesa della conoscenza linguistica o l’esamino costituzionale per gli aspiranti italiani. Il tutto fa parte di un sinistro e ridicolo dibattito sull’identità nazionale che in Francia, ad esempio, si consuma in altrettanto sinistre e ridicole pretese, come quella che i bambini cantino a scuola, almeno una volta all’anno, la marsigliese. E che mostra il suo volto nascosto ogni volta che prendo un taxi a Parigi e che il tassista africano di turno, approfittando della mia origine straniera, si lamenta del razzismo pesante e strisciante che regna in una città apparentemente aperta, tollerante e cosmopolita. Apprezzo il postino Besancenot, dirigente del NPA, il Nuovo Partito Anticapitalista (il successore del LCR, insomma i vecchi trotskisti), che fa candidare alle amministrative una donna mussulmana e velata, sfidando, oltretutto, le prevedibili resistenze femministe di una parte del suo stesso partito.
Sul New York Times hanno fatto notare che l’idea francese di vietare (è una delle proposte) alle donne velate di entrare nei mezzi pubblici non farebbe altro che portare acqua al vendicativo mulino dei vari integralismi. Un ragionamento semplice e scontato, puramente utilitaristico, che da solo dovrebbe bastare a far abbassare le armi della cosiddetta «integrazione». L’«identificabilità» infine, usata a mo’ di giustificazione logistica per le pretese «umanitarie» di eliminazione del velo, unisce a questo clima da piccola crociata la follia legalista e l’ossessione sociale per la sicurezza di cui sono da anni vittime le società occidentali, mostrando, se ce ne fosse ancora bisogno, come dietro a tutto si nasconda la solita disperata inappartenenza, il solito inquieto sonno comunitario e sociale capace di generare mostri ben peggiori di quelli di cui qui si parla.
Il dibattito sul velo e in generale sulla libertà di culto richiederebbe di differenziare e articolare i problemi e questo forse sarà fatto, speriamo, ma probabilmente lontano dai megafoni mediatici. Il discorso pubblico, quello chiassoso e maggioritario, è invece come al solito in balia di umori incontrollati, che i politici, con la complicità di molti giornalisti, sanno benissimo come fomentare e sfruttare per creare effimeri consensi.
Manca drammaticamente, alla nostra pubblicistica e alla nostra coscienza civile, una figura difficile e complessa come è stata quella di Pasolini. Sulla questione del velo, e in generale sull’immigrazione, l’autore degli Scritti corsari e delle Lettere luterane avrebbe certamente detto cose penetranti. Per colmare in qualche modo questo vuoto, possiamo, provvisoriamente, provare ad affidarci alla letteratura. Una letteratura che non vuole surrogare il discorso politico e giornalistico, ma parlare del mondo dal suo luogo specifico, che è quello della creazione immaginaria. Ad esempio, potremmo provare ad ascoltare le parole di un personaggio inventato da qualcuno che con l’opera di Pasolini ha avuto un rapporto strettissimo. Il passo che segue è tratto dal primo romanzo di Walter Siti, Scuola di nudo, pubblicato del 1994. Il protagonista, che ha lo stesso nome dell’autore e che, come l’autore, di lavoro fa il professore universitario, è stato invitato da un’associazione di immigrati africani a esprimere la propria opinione sul fenomeno dell’immigrazione, sulla questione postcoloniale, sul razzismo, ecc. Il suo discorso va molto al di là di quello che si attendono gli organizzatori dell’incontro.
Quello che potete leggere qua sotto non è un ragionamento politico. Walter Siti – l’autore in carne e ossa – mai si sognerebbe di firmare su un quotidiano un testo del genere. Colui che parla, è bene ripeterlo, è un personaggio letterario, un soggetto esemplare. La sua è una provocazione, possiamo dire, esasperatamente pasoliniana, ultra-pasoliniana. Pasolini, diversamente dal Walter di Scuola di nudo, per quanto umorale e angosciato, anche negli anni più bui continuava a misurare le proprie opinioni col metro di un giudizio profondamente razionale, e quindi in fondo speranzoso. Si tratta, in queste righe, dello sfogo immaginario di un uomo disperatamente ossessionato dal destino del mondo occidentale, di cui allo stesso tempo non può, tragicamente, non sentirsi parte (Io sono l’Occidente, dirà lo stesso personaggio in un romanzo successivo, intitolato Troppi paradisi). È un discorso maniacalmente, sublimamente ideologico, che non potrà certo servire per fare leggi ma forse potrebbe servire, nel suo parossismo letterario e nichilista, a incrinare, a contaminare, o almeno a controbilanciare le certezze, altrettanto ideologiche ma meschine, che nutrono il desiderio di normalità delle nostre anime belle.
La lunga citazione vuol essere anche un invito a leggere uno dei più bei romanzi pubblicati in Italia negli ultimi anni, recentemente riproposto da Einaudi in edizione tascabile.

da Scuola di nudo di Walter Siti

Il colonialismo e l’imperialismo sono stati un genocidio esteso e duraturo rispetto al quale l’olocausto degli ebrei è quasi uno scherzo, con la differenza che stavolta le SS (o almeno i contadini polacchi che vedevano il fumo uscire dai camini e continuavano a sbocconcellare il loro pane e cipolla) siamo noi. Altri crimini certo sarebbero stati commessi senza il nostro contributo, e sono stati commessi: ma quello d’aver piegato gran parte dell’umanità ai nostri comodi è così clamoroso che non lo vediamo più, come una forma che supera in ampiezza il nostro campo visivo non la percepiamo più, o un rumore che dura da sempre cessa di essere un rumore. La nostra coscienza però non lo sopporta e reagisce elaborando un finto sapere; qualcosa di peggio che menzogna o ipocrisia, qualcosa che è più simile all’impossibilità di pensare pensieri interi. Il nostro cervello è foderato di teorie che non abbiamo il coraggio di formulare…
… un tempo i rivoluzionari borghesi rinunciavano ai privilegi in nome della verità, ora si tratta di rinunciare ai privilegi e insieme alla verità: alla nostra verità, a quella che per noi è la verità, perché non è altro che la difesa dello status quo, del nostro essere in cima. Il vero contrasto oggi è tra chi crede che i valori occidentali meritino di sopravvivere e chi invece è convinto che debbano autocondannarsi ad essere sopraffatti; soltanto il nostro masochismo può stare alla pari delle vostre ragioni…
… le vostre culture, è inutile negarlo, ci sembrano infantili, tiranniche, superstiziose, tali che rischiano di trascinare il mondo intero nel caos; ma la nostra tra poco le ucciderà tutte, imporrà il bene e si stenderà come una bestia ruminante gonfia d’innocenza. Di fronte a questa volgarità immensa, che sporca i sentieri dell’universo, abbiamo il dovere di dirvi “distruggeteci, quando assumerete il comando vi odieremo, ma riconosciamo il vostro diritto a calpestarci in nome degli interessi superiori della dignità della specie”. Le nostre condizioni di vita peggioreranno, metterete le bombe nei bar, perseguirete i diversi, velerete le donne, brucerete i libri, ci imporrete usanze e modalità logiche che considereremo degradanti; eppure venite, il poco orgoglio che ci resta consiste nel sabotare noi stessi le nostre armi per favorire la vittoria degli incivili. Volere l’Europa unita significa recalcitrare al castigo; siamo nell’attesa ansiosa di una catastrofe, non crediate a chi ci governa e alle loro ottimistiche prescrizioni, tutti ci sentiremo sollevati quando potremo finalmente consegnare nelle vostre mani un potere che ci inibisce. Voi dimostrerete che il potere e la soggezione possono cambiare di campo e sarà comunque un guizzo d’allegria; se lo guideremo noi, il mondo sarà come un vecchio rimbecillito così lentamente che non si è accorto d’essere rimbecillito. Meglio gli sbudellamenti per strada che l’acquiescenza generale…
… l’internazionalismo deve impegnarsi ormai alla distruzione della cultura europea, perché non c’è in Europa una particella che non sia padronale; l’imperialismo ci ha colonizzato la comprensione, l’uomo onesto dentro di noi l’abbiamo ridotto al silenzio, non possiamo più fidarci che del nostro istinto di traditori. Le nostre migliori creazioni sono state divorate di una virus che le ha lasciate identiche in apparenza ma tramutate internamente nel loro rovescio ottuso. L’unica memoria a cui possiamo decentemente appellarci è quella dei capolavori mancati, delle competenze sprecate, delle opposizioni naufragate del ridicolo…
… mia nonna aveva due fratelli minori, gemelli: appartenendo a una famiglia di mezzadri, erano destinati alla terza elementare ma si dimostrarono così dotati per la matematica che il padrone li prese sotto la sua protezione e pagò i loro studi; frequentarono l’università, vinsero un concorso nazionale, suscitavano meraviglia per il modo barbaro e geniale di risolvere i problemi e per quel loro misterioso funzionare insieme: ne parlò Peano su una rivista. Andarono in guerra, morirono sul Piave lo stesso giorno; nessuno dei due era mai stato con una ragazza. Mia nonna ne conservava i ritratti sul cassettone, col doppio viso imbambolato. A duecento metri da dove vi sto parlando, in un appartamento di Borgo Stretto, una notte del 1903 il poeta Saba voleva morire: un amico bellissimo e musicista lo sospettava d’una tresca con la propria fidanzata e Saba era ossessionato dal delirio che l’amico bellissimo volesse vendicarsi denunciandolo alla polizia asburgica; leggeva negli Juvenilia di Carducci “per Vanni Fucci frusta e galera” e vomitava quel che aveva mangiato per cena, accusandosi di essere ladro e miserabile, marchiato da ferite anteriori alla sua nascita. Questa è la tradizione che mi riconosco…
… la nostra è una generazione di senza-padri: cinquant’anni fa a essere piccolo-borghesi erano in cento, ora siamo in mille, in novecento abbiamo un padre da disprezzare. Il non rispettare alcuna autorità, che tra i miei peccati era quello di cui mi vergognavo di più, può essere una qualità che ho da offrirvi; la passione del piromane è benvenuta se il contagio è totale. Maledetto il vizio prometeico di migliorare, di edificare, di non lasciare in pace; se c’è qualcosa che vale la pena di predicare è un radicale antiumanesimo; sovrestimando la vita, l’umanesimo è avaro; solo la sfiducia nell’uomo può salvare il pianeta. Voi non siete migliori: le vostre fedi oscurantiste sono la punizione che meritiamo, ma presto sarete condannati all’illuminismo…
… la democrazia toglie aria e s’impone come unica forma di governo praticabile, alla lunga, perché la modernità rende l’oppressione troppo feroce. Voi potete ancora permettervela, l’oppressione, perché lavorate artigianalmente; la vostra superiorità è nel ritardo. Se non mi sono fatto capire non importa, basta che abbiate annusato l’odore del selvatico che possiamo ancora emanare e che questo odore ecciti in voi il piacere della caccia: perderemo tutti, se la vostra intelligenza si accoppierà alla vostra diplomazia invece che al vostra rancore.

I ragazzi del circolo Maisha, soprattutto i tre o quattro organizzatori che conosco meglio, un ghanese e tre senegalesi, sulle panche della prima fila sono divertiti a forza di sconcerto; se avessero immaginato qualcosa del genere non m’avrebbero invitato, si aspettavano un discorso di solidarietà.

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