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Sovranità migrante

febbraio 14, 2010

Questo pezzo è uscito su Alias il 31 gennaio scorso

di Domenico Pinto

Lo scrittore, già autore di Lager italiani e Lavorare uccide, radiografa il nostro Paese in quanto «laboratorio» della schiavitù nomade, orchestrando testimonianze sul campo (dalla Capitanata foggiana ai cantieri di Zapponeta) e innesti saggistici. Un libro, anche, contro la retorica dell’assistenza
«Ho visto ciò che tutti sanno e che tutti possono vedere. Semplici gesti di mani». Questa considerazione insieme spoglia e incontrastabile costituisce l’apertura di Servi – Il Paese sommerso dei clandestini al lavoro (Feltrinelli, Serie bianca, pp. 224, € 15,00), il diario di viaggio con cui Marco Rovelli sigilla – dopo Lager italiani (2006) e Lavorare uccide (2008) – il trittico in presa diretta sui dispositivi economici e politici che governano i più recenti mutamenti della nostra modernità. Dopo aver accompagnato, nel primo reportage narrativo, i flussi dei migranti espulsi dai polmoni dei Cpt, e aver analizzato le logiche sempre più sanguinarie della produzione e del profitto che istituiscono la cornice materiale delle morti sul lavoro, Rovelli incontra adesso da un capo all’altro dell’Italia le moltitudini di schiavi, le macchine muscolari create dalla nuova economia globale.
Abdelmalek Sayad parlava di «doppia assenza» per il sentimento di estraneazione del migrante, spaesamento che investe sia la memoria che la sussistenza: «né totalmente presente là dove è presente, né totalmente assente là dove è assente». Spinti dal disagio, dall’oppressione, dal mimetismo del desiderio verso il sogno dell’Occidente, scoprono presto l’impossibilità di esserci in una storia umana, alla scadenza di un visto acquistato contraendo, spesso, debiti inestinguibili. I migranti mutati in clandestini sperimentano una sorte che è la traduzione esatta di un quadro giuridico, grazie alle leggi bipartisan dell’aquila bicipite Turco-Napolitano e Bossi-Fini, un combinato che ne disciplina l’esistenza e che al contempo ne impedisce la presenza, lasciando esposti al ricatto, alla violenza, all’inappartenenza.
Rovelli va al cuore di questo problema facendo proprie alcune istanze che vengono dall’Etica di Badiou, come il rifiuto della retorica vittimaria, la logica del discorso che consente di parlare in vece della vittima, sostituendole il racconto di un’alterità corale: «si tratta di essere parlato – attraversato dalla voce delle vittime – ma questo significa raccontare la storia del mio corpo inciso dai colpi delle non-più-vittime […] Si tratta di raccontare, insieme alle storie che incontro, il mio sguardo attraversato da esse, raccontare il suo trapasso, le sue modificazioni: e per converso si tratta di non essere l’Uomo bianco e buono che si china sulla vittima, quella vittima che si offre a buon mercato alla pietà del salvatore». Si tratta, dunque, di modificazioni che passano per entrambi, autore e vittima, a un livello non più solo narrazionale ma anche politico. Qui non può non venire alla mente Walter Kempowski, che ha convertito l’incessante mormorio del carcere di Bautzen, dov’era anch’egli detenuto, nell’impulso guida del suo progetto letterario, fino a restituire il ronzio della Storia entro i dieci volumi di Ecoscandaglio, dove le voci sommerse delle moltitudini hanno trovato una loro sopravvivenza corale.
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