Intervista a Filippo Scozzari

by

di Peppe Fiore

In una delle sue incarnazioni fotografiche più celebri, Filippo Scozzari – torso nudo, occhiali da ragioniere e pancetta da contabile – regge per la coda due piccoli gatti che si dimenano, in una posa a metà tra il cristologico e l’icona pop.
Quella specie di grande ameba culturale che viene definita per comodità «fumetto italiano» ha in quest’uomo una colonna vivente: in carne, ossa e maniglie dell’amore. Scozzari è stato (in ordine cronologico): bambino prodigio, costruttore di fionde, feticista di Paperino, discepolo di Eisner, studente di medicina, collaboratore di Linus, militante fuoriuscito, carrista senza patente, fondatore di Cannibale, poi di Frigidaire, poi scrittore di racconti, scrittore di romanzi, marito, padre di tre figli, coltivatore di ciliegie.

Litigiosissimo, mostruosamente accentratore, antipatico come pochi, Scozzari ha accumulato negli anni un ricco medagliere di gente che lo odia. E, naturalmente, ne va orgogliosissimo. Nei suoi romanzi ama rappresentarsi come una piccola scheggia impazzita dell’industria culturale, che ha scelto di spendersi in un’attività da privilegiati (e magari anche un po’ snob): l’edificazione di un mondo.

E, in effetti, bisogna dire che in quarant’anni di pirateria, il mondo di Scozzari ha assunto un peso specifico di imbarazzante concretezza, che gli ha permesso di sopravvivere agli anni della fantasia al potere, poi agli anni di piombo, poi agli anni del reflusso, e poi agli anni di Craxi. Per arrivare fino ad oggi (gli anni di Ceppaloni) preservando intatto il suo carico di sessualità pirotecnica, di amore rabbioso per la bellezza, e – soprattutto – di infantilismo cronico.

E, a proposito di infantilismo, non è un caso che l’ultima epifania scozzariana si chiami Memorie dell’Arte Bimba: pubblicato da Coniglio Editore (che ha il merito di averlo adottato dalla riedizione del seminale Prima Pagare poi Ricordare), si tratta in sostanza di un ritratto dell’artista da giovane, interpolato con veri e propri pezzi di manuale di tecnica del fumetto. Da questo libro, che è coltissimo e guascone come ogni cosa che esce dalla penna di Scozzari, è possibile ripercorrere l’infanzia dell’istrionico autore che inizia a Bologna negli anni cinquanta e non termina più.

Per quest’intervista incontriamo l’istrionico autore in una piccola osteria nel centro di Roma, funestata dalla presenza di una minuscola anziana signora che insiste per raccontarci certi suoi ricordi giovanili su Pingitore. Scozzari taglia corto e impone di prepotenza rigatoni al ragù.

«Adesso c’è molta più libertà. Ti puoi permettere di rompere le scatole ai professori. All’epoca mia, l’unico dialogo che ti veniva concesso a scuola era: Stai zitto e Ascolta. In famiglia uguale. E poi non c’era la pillola, non c’erano i collant, non c’era niente di niente. Non c’erano gli assorbenti! E a calcio si giocava cento volte più lentamente. L’indebolimento di queste strutture ha aperto grandissimi spazi di libertà. Il tragico rovescio della medaglia – e qui la dico grossa – è che oggi si è persa la possibilità di imporre cultura. Perché adesso, e lo vediamo attorno a noi, hanno vinto gli ignoranti che si sono salvati dalla scuola come la conosco io. Quella odiosa, da odiare e da smembrare addirittura nei suoi componenti umani. Ma come istituzione creatrice di cultura bisognerebbe reinventarla, perché non è più così».

È questo dunque il brodo di coltura di Scozzari bambino: un giovanissimo bolognese che sublima il suo odio divorando fantascienza e Walt Diseny. Vent’anni più tardi, lo stesso Scozzari – cresciuto solo anagraficamente – riverserà la stessa rabbia, lo stesso odio per i professori e la stessa disperata voglia di giocare nei suoi fumetti. Siamo in zona ‘77: Bulagna (come la chiama il nostro) è un corpo celeste incandescente in mezzo allo stivale. Radio Alice, gli indiani metropolitani, l’Autonomia. Sembra proprio il momento della storia in cui tutto è destinato a succedere. Eppure, tanto per cambiare, Scozzari non la pensa esattamente così.

«L’Italia degli anni Settanta e Ottanta era un’Italia schifosa. Se come movimento si intende un profumo di area, allora c’ero dentro. Se come movimento si intende la fase teorico-guerrigliero-combattentistica allora non c’entravo niente. Io ero conterraneo e contemporaneo, ma mai omologato. Il massimo della creatività che si concedevano gli autonomi era pittarsi la faccia di bianco e andare a suonare pifferi e tamburi».

È qui che si forma un gruppo di autori – Tamburini, Mattioli, Liberatore, Pazienza, Scozzari – che sceglie lo sberleffo come poetica: inventano quella orchidea dell’underground chiamata Cannibale, disegnano, cazzeggiano molto e incidentalmente cominciano a scrivere un nuovo straordinario capitolo della storia dell’intelligenza di questo paese. Dall’incubatore di Cannibale nascerà Il Male e poi, nel 1980, la stella polare del fumetto italiano. L’esperienza di Frigidaire dura fino al 2000, ma il lavoro dello zoccolo duro dei Cannibali fondatori si sviluppa specialmente negli anni ’80.
È curioso parlare con Scozzari di anni Ottanta, perché l’immagine che se ne ricava è straordinariamente diversa da quel frullato di edonismo, frivolezza e tetraggine che ci è stato consegnato da tante cronache e testimonianze dell’epoca.

«Tu non c’eri. Per altri possono essere stati anni di disperazione, non lo so. Per me sono stati anni di speranza. Anni faticosissimi, in cui dovevi brigare per costruire un universo da regalare agli altri. Comunque avevi la certezza di essere superiore al letame che circolava, e quindi in qualche modo eravamo certi di essere delle avanguardie. Una speranza che si è andata via via ammorbidendosi, poi raffreddandosi, poi indurendosi, poi tracollando, man mano che l’avventura di Frigidaire proseguiva e ti andavi a scontrare per davvero col mondo reale. Quindi dall’utopia del creativo al cretino che tutte le volte deve inforcare la macchina per farsi l’elastico Rimini-Roma, sapendo che non sta concludendo niente».

Infatti verso la fine degli Eighties, mentre l’Italia precipita verso la necrosi civile e politica, il gruppo dei Cannibali si sfalda: chi in Francia, chi mestamente impiegato nell’industria culturale, chi verso altri lidi ancora più bui. Il bambino Scozzari, nel frattempo, insiste. Cioè, resiste: continuando ferocemente a coltivare quel binomio di violenza e divertimento che resta negli anni la sua nota dominante. Anche quando, precisamente dal ‘96 con gli ormai mitologici Racconti Porni, decide di aggredire la scrittura, con un gesto d’amore al porno in salsa scozzariana.

«Ma quale gesto d’amore. Quelli sono racconti pornografici ispirati dal puro odio nei confronti della pornografia. Partendo da un’autentica forma di sdegno ti dai da fare, pompi il monello che è in te e cerchi di infrangere più vetri possibile. Divertendoti, facendo casino, non negandoti nulla. Bisogna partire da grumi odiosi di realtà per cercare di smontarli con il divertimento, la cultura, con i linguaggi. Per scendere in combattimento contro i nemici degli anni in cui vivi».

Andiamo avanti.
In Prima Pagare poi Ricordare, Scozzari si confronta per la prima volta con la forma romanzo. Naturalmente demolendola. Nel suo memoriale di aspirante fumettaro dentro una Bologna esplosa, è contenuto precisamente questo binomio di sdegno e monelleria che FS (come si firma da sempre, anche sulla tovaglia di carta dell’osteria) insegue da quando aveva cinque anni.
Ormai siamo nel 2003. L’Italia è diventata quello che è diventata. Dai tempi delle braghette corte e dei pastelli Giotto ne è passata di acqua sotto i ponti. Scozzari, cosa ne pensa?

«Macché! Io credo che l’Italia di oggi sia stata volutamente configurata come l’Italia degli anni Cinquanta. Ognuno deve combattere per la sua sopravvivenza ma non ha assolutamente la forza per unirsi ad altri. Più che altro, sono stupefatto dalla capacità di sopportazione della gente. Io ho tre figli. Uno è archeologo e attraverso il suo essere archeologo scopro l’inutilità di essere italiano. La totale inutilità di questo paese. Cosa succederà non lo so. Io, comunque, non ci posso fare nulla».

Costretti dai malcelati segnali di insofferenza dell’intervistato, dobbiamo troncare la discussione anzitempo. Concludiamo che in un modo o nell’altro Scozzari è riuscito a non crescere: è rimasto il monello antipatico che in una foto in bianco e nero di Memorie dell’Arte Bimba sorride nell’abbraccio ipocrita all’odiato compagno di classe Marzio Santi.

Prima di soccombere all’anziana ristoratrice ossessionata dal ricordo di Pingitore, chiediamo al fumetto italiano in persona un messaggio alle nuove generazioni. Anche piccolo.
Scozzari solleva la testa, ringhia brevemente, poi sospira.

«Bisogna fare le cose che servono. Le cose che non servono, non servono a un cazzo».

Detto ciò, il fumetto italiano torna a tracciare sulla tovaglia il ritratto di se stesso.

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