Seminario sui luoghi comuni

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6. Culto della personalità

di Francesco Pacifico

Quanto si può concedere a un personaggio? Quanto gli si può consentire che inventi o che travisi i fatti, che per darsi arie si ingigantisca a parole rompendo le proporzioni della storia? Cosa fa sì che un autore abbia talmente chiare dentro di sé, emotivamente, le proporzioni del mondo che sta riproducendo e creando perché possa su questi assi certi disporre normalità ed eccessi in modo che il lettore ne percepisca la relazione come qualcosa di tridimensionale (intendo per tridimensionale vero in modo fisico)?
Nel brano che segue, troviamo Holly Golightly, la protagonista di Colazione da Tiffany di Truman Capote, intenta a raccontare al suo vicino di casa scrittore, che è poi il narratore della storia, un proprio viaggio in Sudamerica. Nel riferire il viaggio e gli incontri fatti e le scoperte e i flirt, Holly fa una specie di doppio gioco: da un lato ciò che racconta è leggermente eccessivo e Holly sembra mentire al narratore senza ammetterlo; dall’altro, spiegandogli come ha convinto una sua amica di non essere andata al letto con un uomo, ammette di averle detto di essere lesbica, di aver perfino arredato casa per essere una lesbica credibile, quindi ammette di essere bugiarda. Leggendo e rileggendo il racconto del suo viaggio si capisce che c’è qualcosa di improbabile ma non si riesce a decidere cosa. Le troppe visite all’ospedale? «Una guida irresistibile, quasi tutto negro e per il resto cinese», che poi ritrovano attore sullo schermo del cinema?
A legare tutto non c’è la verità del racconto ma la verità dell’effetto che Holly vuole ottenere: impressionare gli altri, e che riesce a ottenere mescolando parti della propria vera vita, già interessante di per sé, con altre (a meno che, certo, non sia tutto tutto vero, ma ciò che stupisce è proprio come al mondo vi siano persone molto affascinanti che hanno bisogno di mentire per dare un tono più rotondo alla propria rappresentazione sociale).

Ciò che dà verità al racconto di Holly è il fatto che il narratore ci tenga a conservare il mito della ragazza. Mito che lei costruisce attivamente e candidamente, e che è gran parte della sua verità. Tutto ciò riesce per un motivo: Capote sa che anche se c’è un lettore da affabulare, la sola persona la cui immaginazione Holly sta catturando in quel momento è quella del vicino di casa, peraltro dispostissimo a farsela catturare.
Un problema ricorrente in chi scrive è voler mettere talmente in buona luce alcuni dei propri personaggi da finire col commettere un errore: usare discorsi o descrizioni di tali personaggi in modo scorretto, per costringere il lettore ad apprezzarli, gettare insomma fumo negli occhi del lettore invece che di un personaggio (come invece fa Capote mettendo fra noi e Holly il vicino di casa scrittore). Quel fumo negli occhi del lettore è una truffa, ed è una truffa di solito malriuscita perché uno un po’ se ne accorge che quel fumo non soffia nel sistema di venti che è il romanzo, e sente che il fumo è diretto altrove, oltre il mondo del libro, e quindi il fumo soffiato negli occhi del lettore per stupirlo è in realtà una prova che il romanzo sta lì a far della metafisica – perché esce dalla fisica del libro, che è tutta rivolta internamente, a se stessa, e che noi osserviamo come fossimo dèi. Poi possiamo sentirci vicini al personaggio che si fa gettare fumo negli occhi, ma il fumo non è gettato contro di noi.
Insomma, se uno ha una gran storia che vuole far raccontare a un personaggio, e quella storia è bella perché esotica, eccitante, insolita, come fa a trattenersi e non usarla per fare il gradasso con il lettore? È richiesto un autocontrollo volto a rispettare le distanze e le proporzioni, il rapporto fra interno ed esterno.
Non esiste il valore assoluto di un aneddoto. Anche il più interessante (ho giocato a basket con Obama), ha senso solo in quanto produce reazioni in uno degli omìni chiusi nel libro. Solo in seconda battuta ce ne possiamo interessare noi lettori. Purtroppo le nostre prime stesure sono piene di aneddoti che vorremmo imbattibili e interessantissimi. Il problema è che non puoi sapere se l’invisibile figuro che legge il tuo romanzo rimarrà colpito-impressionato-avvinto da «E poi ne avevo presa così tanta che ho vomitato sul petto di una cui stavo raccontando della depressione di mia madre. Oggi non mi ricordo nemmeno come si chiama. Mia madre», puoi invece sapere con certezza se dentro la storia che stai scrivendo c’è un personaggio, un credulone stile Milhouse Van Houten o anche il giovane «Marcel», che troverà avvincentissimo un simile racconto di deboscia borghese e che si produrrà in un «ooh» con la bocca a «o». Quello lo possiamo controllare, mentre la maggiore o minore impressionabilità del lettore meglio lasciarla da parte, nell’ombra, come fosse un dio greco che tanto non sapresti mai davvero come compiacere.
Capote fa sì che Holly dica al narratore (che le vuole bene, che diventa a volte un po’ intimo e suo confidente) di essere una che organizza come colpire l’immaginazione altrui. Questo probabilmente era un vizio pure di Capote. Ma esercitando un enorme controllo su se stesso riesce qui a mantenere il gioco dell’affabulazione all’interno del mondo del libro e a non farlo tracimare goffamente solo per strappare gridolini al dio greco che tiene in mano il libro.

Da Colazione da Tiffany
di Truman Capote

A un certo momento, in febbraio, Holly era andata a fare una crociera invernale con Rusty, Mag e José Ybarra-Jaegar. La nostra lite ebbe luogo poco dopo il suo ritorno. Era abbronzata, color tintura di iodio, il sole le aveva schiarito i capelli fino a ridurli a una tinta spettrale e si era divertita moltissimo. «Bene, per prima cosa siamo andati a Key West, e Rusty se l’è presa con alcuni marinai, o viceversa, in ogni modo dovrà portare un corsetto rigido per tutto il resto della sua vita. Anche la carissima Mag è finita all’ospedale. Ustioni di primo grado per il sole. Disgustoso: tutta fiacche e citronella. Impossibile sopportare la puzza che aveva addosso. E così José e io li abbiamo piantati lì all’ospedale e siamo andati all’Avana. Lui mi ha detto che non avevo visto niente finché non vedevo Rio, ma, per quello che mi riguarda, sono prontissima a firmare subito per l’Avana. Avevamo una guida irresistibile, quasi tutto negro e per il resto cinese, e per quanto io non faccia pazzie per nessuna razza in particolare, la combinazione era piuttosto affascinante: così, lasciavo che mi facesse piedino sotto la tavola, perché sinceramente non lo trovavo affatto banale, ma poi una sera ci ha portato a un cinema, e che cosa credi? Sullo schermo c’era lui. Naturalmente, quando siamo tornati a Key West, Mag era assolutamente sicura che avessi passato tutto quel tempo a letto con José. Anche Rusty ne era certo, ma a lui la cosa non interessava più che tanto, voleva soltanto sapere i particolari. Insomma, la situazione è rimasta piuttosto tesa finché non ho avuto un colloquio privato con Mag».
Eravamo nel soggiorno, dove, benché fosse quasi marzo, il gigantesco albero di Natale, scurito e senza la più minima traccia di aroma, i palloncini raggrinziti come vecchio sterco di mucca, occupava quasi tutto lo spazio disponibile. Nella stanza figurava ora anche un pezzo d’arredamento riconoscibile: una branda militare; e Holly, nel tentativo di conservare il suo aspetto tropicale, vi si era sdraiata sopra, alla luce d’una lampada solare.
«E sei riuscita a convincerla?»
«Che non ero andata a letto con José? Oh Dio, sì. Ho detto semplicemente – ma sai, l’ho fatto sembrare una confessione disperata – le ho detto semplicemente che ero lesbica».
«Impossibile che ci abbia creduto».
«Altro che, se ci ha creduto. Per cosa credi che sia andata a comperare questa branda? Sono sempre un asso, io quando si tratta di scandalizzare il prossimo…»

Leggi le precedenti puntate del Seminario sui luoghi comuni
5. Il giovane moralista
4. Le leggi della fisica
3. Idiosincrasie di un protagonista
2. Compassione per la comparsa
1. Il viale per lo struscio

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