Una cover di Baudelaire

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Appunti su Nero sonetto solubile di Valerio Magrelli

di Linnio Accorroni

All’origine c’è questo sonetto Recueillement di Charles Baudelaire: composto tutto di versi alessandrini, ma su un impianto irregolare, con rime che seguono lo schema abab abab ccd ede, inserito dai curatori dell’edizione postuma de I fiori de l male nella sezione Spleen et idéal:

Sois sage, ô ma Douleur, et tiens-toi plus tranquille.
Tu réclamais le Soir ; il descend ; le voici :
Une atmosphère obscure enveloppe la ville,
Aux uns portant la paix, aux autres le souci.

Pendant que des mortels la multitude vile,
Sous le fouet du Plaisir, ce bourreau sans merci,
Va cueillir des remords dans la fête servile,
Ma Douleur, donne-moi la main ; viens par ici,

Loin d’eux. Vois se pencher les défuntes Années,
Sur les balcons du ciel, en robes surannées ;
Surgir du fond des eaux le Regret souriant ;

Le Soleil moribond s’endormir sous une arche,
Et, comme un long linceul traînant à l’Orient,
Entends, ma chère, entends la douce Nuit qui marche.

Questa è la traduzione di servizio( quella cioè che risulta almeno sotto l’aspetto lessicale e sintattico, il più aderente possibile al francese) di Valerio Magrelli:

Fa’ la brava, o mia Pena, e sta’ più tranquilla.
Tu invocavi la Sera; essa scende; eccola:
Un’atmosfera oscura avvolge la città,
Agli uni portando pace, agli altri affanno.

Mentre dei mortali la moltitudine vile,
Sotto la sferza del Piacere, questo boia senza pietà,
Va a cogliere rimorsi nella festa servile,
Mia Pena, dammi la mano; vieni qui,

Lontano da loro. Guarda affacciarsi i defunti Anni,
Dai balconi del cielo, in vesti antiquate;
Sorgere dal fondo delle acque il Rimpianto sorridente;

Il Sole moribondo addormentarsi sotto un’arcata,
E, come un lungo sudario trascinato verso Oriente,
Ascolta, mia cara, ascolta la dolce Notte che cammina.

Alla fine c’è invece un sms, quello inviato dall’attrice Marie Trintignant, figlia di Jean Louis. La povera ragazza aveva smessaggiato il primo verso della poesia di Baudelaire a sua madre, appena due settimane prima della propria tragica morte avvenuta a causa delle percosse ricevute dal suo compagno Jean Louis Cantat, cantante del gruppo rock francese Noir désir.

Tra quell’inizio e questa fine ci sono ( li cito nell’ordine in cui appaiono in Nero sonetto solubile ) 10 autori del ‘900 che si appropriano della lirica baudelairiana, ognuno con modalità differenti, ognuno piegandola ed adattandola al fuoco della propria sensibilità: Valéry, Michaux, Céline, Prévost, Colette, Nabokov, Beckett, Queneau, Perec, Houellebecq, bizzarra, eteroclita combriccola di intellettuali, scrittori, poeti, accomunati da una medesima ossessione, esplicita o sotterranea, per questo testo che per frammenti o in versione integrale, in forma carsica o sorgiva, affiora in alcuni passaggi cruciali delle loro opere. Una lirica questa di Baudelaire non di secondaria rilevanza soprattutto per la cultura francese, visto che in Francia essa è nel canone delle obbligatorie letture scolastiche e, per questo, regolarmente mandata a memoria( cioè par coeur) dagli studenti d’oltralpe. Ma anche una lirica che funziona come una cover perché a questa poesia è accaduto ciò che avviene a certi celeberrimi pezzi di musica rock quando vengono rifatti, stravolti, reinterpretati, citati, parodiati, travestiti, camuffati, riscritti ex novo, etc… Un sonetto pasticca d’uranio, un sonetto nucleo radioattivo scrive Magrelli il quale si addentra, come una specie di libresco stalker tanto curioso quanto filologicamente attrezzato e corretto, nella Zona contaminata della Riscrittura e della Intertestualità scoprendo le riverberanti irradiazioni che possono scaturire da un testo decisivo come questo di Baudelaire. Così, grazie alla densità impressionante di richiami e riferimenti, all’esplorazione approfondita e meticolosa della poetica di questi autori, unita alla paziente auscultazione dei testi, ognuno dei dieci capitoli di questo Nero sonetto solubile finisce per assumere un rilievo che eccede la semplice riscrittura della lirica originale per trasformarsi in un repertorio di mini-monografie solide e circostanziate, a dispetto della brevità. E come se Magrelli avesse deciso di usare questa lirica di Baudelaire come un grimaldello gentile, una virtuosa arma da scasso capace di spalancarci, per squarci e varchi, il forziere grande e labirintico della poetica di alcuni autori della contemporaneità.

Ci si congeda da questo libro con un sospetto: che per la letteratura stessa in toto possa funzionare lo stesso paradigma indiziario che Magrelli tanto efficacemente ha utilizzato per spiegare il modo in cui il testo di Baudelaire si è sciolto nell’opera di tanti autori. Che la Letteratura, cioè, sia essa stessa costruita e basata per intero su citazioni e prestiti, su rifacimenti e riscritture, più o meno riconosciuti, più o meno allusivi, più o meno espliciti o cifrati, pronti a passare e vagare di testo in testo, di opera in opera, di autore in autore. La Letteratura come una irradiazione non-stop di particelle esogene, di colonie straniere, di materiali alloctoni,di presenze aliene, ossia, altrimenti detto, di citazioni.

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2 Risposte to “Una cover di Baudelaire”

  1. carlo mazza galanti Says:

    C’è un racconto di Perec, che mi è ricapitato sotto mano recentemente, e che sembra quasi una elaborazione fantastica dello Stalker libresco di cui parli nell’articolo (e di cui parla il libro di Magrelli). In questo caso si fa strada l’ipotesi fantaletteraria del « plagio per anticipazione », un paradosso su cui gli oulipiani si sono molto divertiti a ricamare. Si intitola Viaggio d’inverno (è pubblicato in italiano dalle Edizioni del vascello), e se Borges e Landolfi si fossero fusi in una sola persona avrebbero probabilmente scritto qualcosa del genere. Il protagonista, un giovane universitario occupato a preparare una tesi su « l’evoluzione della poesia francese dai parnassiani ai simbolisti », invitato in una vecchia villa in Normandia scopre un libro di tale Hugo Vernier, intitolato appunto Viaggio d’inverno. Ad una prima lettura, il Viaggio d’inverno non sembrerebbe altro che un centone o, nel migliore dei casi, un’elaborazione di alcune delle opere più famose della poesia francese fine ottocentesca. Sennonché la data di pubblicazione del libro è 1864, quindi precedente a tutte le opere « citate ». Il resto della vita del giovane universitario sarà dedicato, invano, a dimostrare l’esistenza di questa grande e invisibile matrice, dalla quale tutti i maggiori e minori poeti di fine secolo avrebbero segretamente attinto. Una parabola sull’ansia dell’influenza diventata ossessione, ma anche la fantasia mistica di un autore assoluto, capace di incarnare perfettamente un ideale assolutamente letterario : un po’ come Baudelaire per tanti autori novecenteschi.

  2. linnio Says:

    molto interessante ( così come il tuo reportage boltanskiano che ho appena letto su alias della scorsa settimana)

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