Il giovane Holden

by

Questa recensione del Giovane Holden, pubblicata da Manganelli in l’Illustrazione italiana, marzo 1962, è poi stata inserita in De America, saggi e divagazioni sulla cultura americana (Marcos y Marcos, 1999).

di Giorgio Manganelli

Questa nuova traduzione dell’ormai classico The Catcher in the Rye di J.D. Salinger si fregia in copertina di un disegno di Ben Shahn. Un ragazzo dinoccolato e sghembo, dalla larga faccia cauta a protettivamente ottusa, regge nelle molte dita, ritagliate a fatica nella tigliosa, compatta carne delle mani, un glorioso gelato a quattro strati, quattro colori, improbabile frammento di iride, infantile imitazione di sole; più giù, sventolano le magre gambe, che culminano nella goffa insegna dell’adolescenza, quelle scarpe con legacci, che si slegano sempre, con tacchi grevi e insieme instabili come trampoli; il ragazzo soggiace ad una immobilità coatta, quasi stesse subendo l’oltraggio offensivo di una istantanea. Ben Shahn ha care figure come queste, solitarie e mitemente aspre: campite contro una palizzata, annegate nel verde effimero e caldo di un prato domenicale, intente a giochi di intensità rituale, creature irte e approssimative, diffidenti e solitarie quanto ansiose di colloquio. Holden Caulfield, narratore e protagonista, appartiene a codesta famiglia di esseri ossuti e fragili, eroici e terrorizzati.
Fra tutti i candidi e torbidi personaggi in cui si è incarnato il mito dell’adolescente, abisso di eslege nequizia e di aromatica innocenza, Holden è, insieme, il più esposto e il più scaltro, il più ingenuo e il più cosciente. É più che un protagonista : è una figura collettiva – come ci avverte lo straordinario successo, ormai decennale, di questo libro senza trama, senza amore, senza sesso, senza imprevisti – è un mito. Il personaggio che vive un mito – sia esso Odisseo, o questo loquace Telemaco – deve acconciarsi ad una dura, rigorosa disciplina: non gli sono consentite passioni private e arbitrarie, né potrà trattare se stesso come contingente; le sue prove di esperienza avranno la grazia e la tristezza della spersonalizzazione. Holden non si sottrae a questa legge. La sua solitudine – confermata dai suoi inetti conati di dialogo – ha la qualità del destino. Consapevole di ciò, il ragazzo non se ne lamenta, non si compiange. Di molte cose Holden è consapevole: in primo luogo, di sé medesimo. Non si ama, né si ammira: anzi convive seco con un certo fastidio, una irritazione senza eroismo.
«Io sono il più fenomenale bugiardo che abbiate mai incontrato in vita vostra. É spaventoso. Perfino se vado all’edicola a comprare un giornale, e qualcuno mi domanda cosa faccio, come niente dico che sto andando all’opera. É terribile».

«Io quando comincio a dire bugie posso andare avanti per ore, se mi sento in vena. Senza scherzi. Ore».
«Ma io sono pazzo. Giuro su Dio che sono pazzo. A metà strada cominciai a far finta che avevo una pallottola nel ventre. Il vecchio Maurice mi aveva impiombato…»
Holden si conosce assai bene: ma non per analisi di sé; ma perché si è inventato, si è fabbricato. É, alla lettera, un personaggio: la vitalità dei suoi gesti, delle sue parole si alimenta di altro, che gli preesiste e gli sottostà. Holden è una maschera, una recitazione, una tecnica protettiva: ma la tecnica è inadeguata, la maschera per fessure e discontinuità mostra sotto la dura fibra la giovane epidermide; e il fascino del libro è appunto in questa commistione di vero e falso, in questa costante ambiguità e duplicità di sensi. Si veda in primo luogo questo delizioso impasto di gergo, ammiccamenti, clichés: il linguaggio di un liceale, con la sua pretestuosa audacia, colmo di interiezioni variamente empie e indecenti, ma in realtà innocente e inetto. Sonovabitch, crap, moron, ass, phony, lousy, e altrettali parole «che non si debbono dire» sono gesti apotropaici, scongiuri intelligibili ed efficaci nell’ambito di un rituale collettivo; ma ecco la patetica contraddizione: il gergo collettivo di Holden è parlato da lui solo; l’adozione di un gergo evoca l’immagine di una collettività; ma questa non va oltre un’esistenza puramente allucinatoria; e quel gergo diventa il segno di una solitudine perfetta. Come i matti, Holden «parla da solo».
A codesta recitazione, Holden è costretto dalla necessità di proteggersi, non tanto dagli altri, quanto da se stesso; lo minaccia infatti una rovinosa discontinuità psicologica, anzi la sua vita si svolge in condizione di morte imminente. In qualunque istante potrebbe dissolversi; e codesta labilità egli cerca di contrastare col discorso eccitato, l’angoscioso cerimoniale dei gesti impersonali.
Tema che ricorre in altri racconti di Salinger, v’è nel Giovane Holden un fratello morto; e con questa forma di divinità privata, non ricordabile, non nota ad altri, Holden ha continui dialoghi, e gli offre le sole preghiere esplicite di un libro che costantemente allude all’umiltà dell’invocazione. Ormai prossimo al crollo finale, Holden è colto con atroce chiarezza dal senso della propria inconsistenza, dall’arbitrarietà assoluta tanto della continuità che della sparizione.
«… continuai a camminare per la Quinta Avenue… Poi, tutt’a un tratto, cominciò a succedere una cosa dell’altro mondo. Ogni volta che arrivavo alla fine di un isolato e scendevo da quel maledetto marciapiede, avevo la sensazione che non sarei mai arrivato dall’altra parte della strada. Mi pareva che avrei continuato ad andare giù, giù, giù, e che nessuno mi avrebbe più rivisto. Ragazzi, mi venne un accidente. Non potete nemmeno immaginarvelo. Cominciai a sudare come dio sa che – tutta la camicia e la biancheria, tutto ! Poi cominciai a fare un’altra cosa. Ogni volta che arrivavo alla fine di un isolato, facevo finta di parlare con mio fratello Allie. ‘Allie – gli dicevo – non farmi scomparire. Allie, non farmi scomparire. Allie, non farmi scomparire. Per piacere, Allie’. E poi, quando raggiungevo l’altro marciapiede senza essere scomparso, gli dicevo ‘grazie’. E poi tutto daccapo non appena arrivavo all’altra cantonata. Ma io continuavo a camminare eccetera eccetera».
Non sappiamo quanto sarà efficace questa minima divinità: sappiamo che Holden, egli stesso appena diversificato dal fantasma, ne trae alimento per quel gesto vitale, il rifiuto, il «no», che contrappone al mondo dell’esistenza certa e ottusa. Altra squisita ambiguità del libro: Holden ricorre ad un linguaggio, a modi collettivi per esorcizzare valori collettivi. Tiene a bada il mondo degli adulti, rozzo e fatuo: vero mondo di adolescenza ideologica e sentimentale, proterva e senza pateticità, saldamente ancorata al mediocre cerimoniale di una convenzione noiosa e senza stile; non per caso praticamente l’unico intervento della madre di Holden è il monito a Phoebe, la figlia minore, che non dica una certa parola, perché papà «non vuole». In codesta condizione, le menzogne fantasiose e innecessarie, le recitazioni, la codardia, sono verità, autenticità, eroismo.
Definirei Salinger un «mistificatore tragico»: in questo romanzo, e soprattutto in certi racconti, come lo straordinario Zooey, l’obiettivo di Salinger potrebbe essere descritto all’incirca in questo modo: costruire una tragedia autentica utilizzando esclusivamente ciarpame. Il linguaggio di Holden è ciarpame, e solo perchè tale può essere estremamente individuale; solo perché stereotipato, è idoneo ad accogliere l’ambigua e instabile ricchezza delle cose vive.
Per estremo, conclusivo paradosso, il discontinuo, l’adolescente Holden è pietra di paragone, unità di misura degli adulti, del mondo della storia. A questa, come a tutta la realtà sociale, Holden è estraneo: in qualche modo la precede, ad essa è irriducibile; è dumb, come dice di sé, è lo sciocco, lo stultus, e forse su di lui si rintracciano i segni – le stimmate – del fool, del matto shakespeariano. Salinger ama queste figure costrette ad una perenne, simbolica attesa di destino: ragazzi, bambini, pazzi; esseri fragili e sinistri, come la bambina miope di Uncle Wiggily in Connecticut, che dorme accosto alla sponda del letto, per far posto all’invisibile compagno allucinatorio; o l’altra che gioca sulla spiaggia con l’uomo che deve uccidersi. In costoro i tratti umani sono imperfetti, larvali: esseri forse definitivamente aurorali, si alimentano di un continuo, inconsapevole, fiducioso rapporto con la morte: e ad ogni istante noi ci attendiamo di vederli scomparire definitivamente.

Annunci

Tag: , , , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: