Seminario sui luoghi comuni

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8. Scene di lotta di classe

di Francesco Pacifico

Il motivo per cui Proust è tanto citato ancora oggi a prescindere da quanto poco sia letto è che le scienze cognitive sono andate nella sua stessa direzione e quindi col senno di poi Alla ricerca del tempo perduto sembra un esperimento pionieristico sulla percezione e la memoria. (Tanto per dirne «…nel riquadro del finestrino, al di sopra di un boschetto nero, vidi delle nubi concave la cui dolce lanugine era d’un rosa fisso, morto, immutabile, come quello che tinge le piume dell’ala che se n’è imbevuta o il pastello dove l’ha collocato la fantasia del pittore. Ma io sentivo che, invece, quel colore non era né inerzia né capriccio, ma necessità e vita. Dietro, non tardarono ad accumularsi riserve di luce. Il rosa si ravvivò, il cielo divenne d’un incarnato che mi sforzavo, non staccando gli occhi dal vetro, di vedere meglio, perché lo sentivo in rapporto con l’esistenza profonda della natura, ma a una svolta della linea ferroviaria il treno girò, alla scena mattutina subentrò nella cornice del finestrino un villaggio notturno dai tetti azzurri di luce lunare, con un lavatoio incrostato della madreperla opalescente della notte, sotto un cielo ancora trapunto di stelle, e io stavo disperandomi d’aver perduto la mia striscia di cielo rosa quando la scorsi di nuovo, ma rossa questa volta, nel finestrino di fronte, che poi abbandonò a una seconda svolta della strada ferrata; e così passavo il tempo a correre da un finestrino all’altro per ricomporre, per “rintelare” i frammenti opposti e intermittenti del mio bel mattino scarlatto e versatile e averne una visione totale, un quadro ininterrotto».)
Il problema è che da noi intellettuali-giovani-e-tristi aspiranti autori di romanzi-mondo questo genere di temi altisonanti viene di solito assimilato male e a forza, diventa una moda, come va di moda fra i giovani scrittori usare come esergo la frase di David Foster Wallace «Mi manca chiunque». Difficile fare un uso responsabile di quel che i grandi scrittori ci hanno lasciato come distillato dei loro pensieri più sentiti e di visioni e intuizioni che hanno costretto la loro scrittura ad andare dov’è andata. (È come portare vestiti usati della DDR: non abbiamo lo spessore.) Il rischio di un rapporto con i grandi maestri in cui non si approfitta delle continue riletture per misurare le nostre penose insufficienze intellettuali e creative è che invece di semplici scrittori inesperti finiamo col diventare come giocatori di Guitar Hero che si dimenano con la finta chitarra elettrica semiconvinti che dalle loro dita venga la magia della chitarra di Keith Richards. (Il segreto di Bolaño non sta nella struttura di 2666 ma nell’odore di banconote vecchie e di poetesse ricche che emana la prima sezione dei Detective Selvaggi; non sta nei giochetti borgesiani prevedibili di La letteratura nazista in America, ma nel racconto del cuore nero e reazionario dell’orrendo superuomo protagonista di Stella distante. Provate a fare un romanzo alla Bolaño, vediamo se avete la sua stessa comprensione di come si affonda nel letto di una ventenne o di come si rubano libri agli amici o di come ci si guadagna un soprannome.)
Cosa abbiamo bisogno di capire per far parlare la realtà di cui vogliamo scrivere? Vogliamo continuare a vita a scrivere sull’agendina «Non posso continuare, continuerò»?, o «Madame Bovary c’est moi»? Riusciamo davvero a imparare qualcosa del romanzo continuando ad abusare delle idee ricevute da Beckett e Flaubert? Delle citazioni che leggiamo sulle pareti delle librerie Feltrinelli?
Il brano di oggi è una lezione di Proust sullo spirito classista. Descrive l’imbarazzo di una nobildonna, la principessa di Luxembourg, di fronte a due borghesi: il narratore e sua nonna. Come trattarli? Come evitare di farli sentire umiliati per la loro inferiore condizione? Non si tratta della più grande trovata di Proust, sarà al trecentesimo posto nella mia classifica di pagine della Recherche segnate con un’orecchietta, eppure è un esempio molto lucido di una cosa che va sempre ricordata quando si scrive: tutto è problematico. Abbiamo in questa scenetta due nobildonne, la principessa succitata e la marchesa di Villeparisis: per un paio di pagine entrambe riescono a risultare assolutamente classiste pur non esprimendo nessun giudizio negativo sui loro interlocutori borghesi. Tutto è problematico nel senso che in un romanzo non si tratta di inventarsi motivi per l’azione (come al cinema nella tipica situazione: un vedovo deve salvare sua figlia da un traffico di droga internazionale in cui si è cacciata per sbaglio e senza colpe): il romanzo consiste nel definire la quantità di domande cui si vorrebbe rispondere prima ancora di cominciare. Come primo esempio mi viene da dire «Ma lui ama davvero sua moglie?» (uno crede di doverlo capire prima di mettersi a scrivere, ma probabilmente il romanzo durerà per tutto il tempo in cui dura la domanda e la ricerca della risposta). Per quanto riguarda la scena in questione, invece di dare per scontati i rapporti fra aristocrazia e alta borghesia e a partire da questo quadro fisso far succedere qualcosa, Proust ci mostra i lavori in corso, usa come materia narrativa quel mare di domande di cui si ritiene che l’autore sappia già da sempre la risposta. Nelle trecento pagine che precedono il brano in questione, ci siamo fatti l’idea che la famiglia di Marcel sia potente e importante. Qui vediamo Marcel e sua nonna trattati come bestioline o tutt’al più bambini. Cos’è dunque la società? Cos’è la borghesia? Cos’è lo status sociale?

Proust è talmente assorbito da questi interrogativi che non ha bisogno di far sfigurare a forza le due aristocratiche: per quanto sia ridicola la loro incapacità di trovare il tono perfetto per trattare con degli esseri inferiori appartenenti all’alta borghesia, il loro affanno le rende simpatiche. (Che uno voglia vederle morte o umiliate in quanto aristocratiche ci può stare, ma un romanzo non può vivere della frustrazione di chi lo legge, altrimenti è meglio chiamarlo tazebao.)
Peraltro, il tema “affinità e divergenze fra l’aristocrazia e noi borghesi” potrà sembrarci irrilevante, e perciò merita di essere tradotto in una situazione più contemporanea: come raccontereste l’imbarazzo inconfessato che scorre fra due attivisti della sinistra extraparlamentare figli l’uno di un avvocato e l’altro di un cassaintegrato? Nella realtà i due faranno finta di niente a meno che non siano proprio costretti ad ammettere il disagio che li divide nonostante la passione politica li unisca. Uno che volesse scrivere di una cosa del genere non dovrebbe essere complice rispetto all’imbarazzo dei due attivisti, ma andare dove il dente duole, ascoltare con che accento parlano i due, quali marche di sigarette fumano, se i loro pantaloni hanno l’orlo consumato o meno: c’è chi non può permettersi di distruggere un paio di pantaloni e chi sì – il personaggio con i pantaloni più rovinati sarà molto probabilmente il più benestante.
C’è un detto che dice che il diavolo sta nei dettagli, e ce n’è un altro che dice che nei dettagli c’è Dio. Il che la dice lunga su cos’è che dobbiamo tener d’occhio quando giochiamo al piccolo demiurgo.

Da All’ombra delle fanciulle in fiore
di Marcel Proust

Nel frattempo la principessa [de Luxembourg] aveva teso la mano [a me e alla nonna], e a tratti, continuando a parlare con la marchesa [de Villeparisis], si volgeva per posare sulla nonna e su me uno sguardo carezzevole, con quell’embrione di bacio che si suole aggiungere al sorriso quando lo si dedica a un bimbo in braccio alla balia. Anzi, desiderosa com’era di non farci pensare che la sfera in cui viveva fosse superiore alla nostra, doveva aver calcolato male la distanza, giacché a un certo punto, per un errore di mezza a fuoco, i suoi sguardi si impregnarono di una tale bontà ch’io vidi avvicinarsi il momento in cui ci avrebbe accarezzati con la mano, come due simpatiche bestiole che, al Giardino zoologico, avessero sporto la testa verso di lei attraverso le sbarre. Ben presto, d’altronde, questa idea di animali e di Bois de Boulogne acquistò per me maggiore consistenza. Era l’ora in cui la diga viene percorsa da chiassosi venditori ambulanti che offrono dolci, caramelle, panini. Non sapendo cosa fare per testimoniarci la sua benevolenza, la principessa fermò il primo che le passò davanti; non gli era rimasto che del pan di segale, di quello che si getta alle anatre. La principessa lo prese e mi disse: “È per vostra nonna”. Ma fu a me che lo porse, aggiungendo con un delicato sorriso: “Glielo darete voi stesso”, convinta che il mio piacere sarebbe risultato più completo se fra me e gli animali non vi fossero stati intermediari. Sopraggiunsero altri ambulanti, la principessa mi riempì le tasche di tutto ciò che vendevano, pacchettini ben legati con lo spago, cialde, babà e zucchero d’orzo. Mi disse: “Mangiate pure, e datene anche alla nonna”, e fece pagare gli ambulanti dal negretto vestito di raso rosso che la seguiva ovunque e destava sensazione sulla spiaggia. Poi salutò Madame de Villeparisis, e ci tese la mano con l’intenzione di trattarci come trattava l’amica, da conoscenze di vecchia data, mettendosi alla nostra altezza. Ma evidentemente, stavolta, la principessa situò il nostro livello a un gradino un po’ meno basso della scala degli esseri, giacché per esprimere alla nonna l’idea della parità con noi ricorse al tenero, materno sorriso che si rivolge a un moccioso quando gli si dice arrivederci come se fosse un adulto. Grazie a uno stupefacente progresso evolutivo, la nonna non era già più un’anatra o un’antilope, ma quello che Madame Swann avrebbe chiamato un “baby”. […] L’indomani, mi si rivelò una dorma di cortesia propria dei gran signori, benevoli intermediari tra sovrani e borghesi, quando Madame de Villeparisis ci disse: “Vi ha trovati deliziosi. È una donna di acuto discernimento, di gran cuore. Non come tanti sovrani o altezze. È una persona di autentico valore”. E con evidente convinzione, tutta contenta di potercelo dire, aggiunse: “Penso che sarebbe entusiasta di rivedervi”.

Leggi le precedenti puntate del Seminario sui luoghi comuni:
7. Pettegolezzi
6. Culto della personalità
5. Il giovane moralista
4. Le leggi della fisica
3. Idiosincrasie di un protagonista
2. Compassione per la comparsa
1. Il viale per lo struscio

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4 Risposte to “Seminario sui luoghi comuni”

  1. Sul Romanzo Says:

    Sono quasi sempre costretto a segnalare i vostri pezzi di MeM sul mio twitter, così delicatamente più che singolari, come questo articolo di Pacifico. Complimenti, sempre belle letture qui.

  2. azzurra Says:

    bel pezzo, tematica interessantissima, sarebbe da parlarne ma in un commentino come si fa. dunque grazie!

    tutto è sulla superficie in P, c’è come la messa a nudo dell’abissalità della superficialità.

    è un po’ l’altra faccia della medaglia del faust di mann, dove viene smascherata la superficialità dell’abisso

  3. Enrico Macioci Says:

    Il rapporto di chi scrive coi giganti è un grosso problema (vedi L’ANGOSCIA DELL’INFLUENZA di Harold Bloom). Diceva Emerson: “Un genio sa sempre come prendere a prestito.” Ma c’è un problema, oggi, che Proust e Flaubert e tanti altri non avevano: la tv. Consultare a questo proposito il saggio di Foster Wallace E UNIBUS PLURAM; là dentro c’è spiegato perchè oggi sia divenuto maledettamente difficile essere originali, e persino ambiziosi – il che non significa che non lo ci si debba provare, chiaro.
    Bel pezzo, comunque. E Proust è sempre grandiosa lettura.

  4. Enrico Macioci Says:

    Che non ci si debba provare – senza “lo”. Excuse me.

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