Gli archivi del cuore

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di Carlo Mazza Galanti

Aggiungo al bell’articolo su Boltanski di Linnio Accorroni (pubblicato da minima&moralia qualche tempo fa) questo mio, apparso settimana scorsa su Alias. Se Accorroni ha potuto riconoscere nell’installazione parigina una metafora dell’attualità, al contrario io ne ho sottolineato il valore «sapienziale», la volontà di Boltanski di sollevare domande elementari, universali forse, certamente antiche. Questa capacità di offrirsi a interpretazioni opposte mi sembra una prova, se ce ne fosse bisogno, del grande valore dell’opera dell’artista francese. Nel mio articolo mi sono inoltre soffermato su un secondo, bellissimo lavoro, parallelo e contestuale a Personnes, intitolato Les archives du coeur.

Sei seduto in una specie di sala d’attesa, in mano il biglietto numerato che hai strappato da una macchinetta di quelle che trovi in posta, o al supermercato, e finalmente arriva il tuo turno. Entri in una stanza bianca, dove una ragazza con camice bianco (ma che non è medico, dice) ti fa sedere accanto al computer, ti fa mettere le cuffie alle orecchie e uno stetoscopio sul cuore, il quale passa le informazioni del battito al programma del computer. Tu senti in stereo il tuo battito e vedi scorrere sullo schermo il grafico delle frequenze, un po’ come il monitor degli ospedali. Poi lei lo salva in un file e ti chiede di scrivere il tuo nome e cognome su un registro, accanto a un numero. Quindi il tuo cuore parte in Giappone, con nome cognome e numero. È tutto, avanti il prossimo. Fa uno strano effetto sentire così forte il proprio cuore nelle orecchie, ma fa un’impressione ancora più particolare, quasi schiacciante, pensare a questa enorme riserva di battiti cardiaci donati da persone qualunque, come te, da individui di ogni genere età e provenienza, e pensare a tutti questi cuori archiviati in una piccola isola del mare del Giappone. Il tuo battito, il tuo unico e irripetibile ritmo vitale, è ormai laggiù, catalogato come in una biblioteca, conservato, irrilevante nella massa enorme e risonante di tutti gli altri battiti. Sono già decine di migliaia, diventeranno centinaia, forse milioni. Boltanski non ha posto un limite temporale ai suoi Archives du coeur. L’artista francese, che si avvicina ormai alla settantina, ultimamente si impegna in progetti a tempo indeterminato, scommette sul futuro, gioca con la propria morte, come nella vendita di alcune sue opere a un collezionista della Tasmania, in cambio di un vitalizio. «Basterà aspettare qualche anno» ha detto «perché questi cuori diventino dei cuori di morti. C’è qualcosa di molto strano in quest’idea che il cuore continuerà a battere quando la persona sarà sparita». L’immaginazione si figura scene di grande pathos, episodi commoventi: persone che attraversano il mondo per recarsi nell’isola di Teshima, in un modernissimo centro per l’arte contemporanea disegnato da Tadao Ando, ad ascoltare il battito del cuore di un proprio caro. Inedite corrispondenze di amorosi sensi, nuovi sepolcri dove «la pia terra», sostituita dai database digitali, continuerà a conservare le reliquie sonore delle vite scomparse. Sembra fantascienza, ma è una delle opere più affascinanti di un’artista che, allevato nell’arte concettuale degli anni ’60 e ’70, non ha mai perso di vista la vita concreta, nuda e palpitante, e che nel corteggiamento macabro della morte è stato anche capace, a momenti, di una levità quasi giocosa.
Boltanski da circa quarant’anni cerca di restituire all’arte il valore di un’esperienza universale, elementare e umana e qui, con questi cuori stoccati negli hard-disk (che hanno preso il posto delle più frugali e nostalgiche scatole di biscotti, tante volte utilizzate dall’artista nella sue installazioni), per la prima volta ha deciso di fare i conti con la disumana tecnologia. Lui stesso scomparirà, il suo cuore registrato sarà una cifra fra tante: fin dall’inizio Boltanski ha cercato, propiziato, mimato la propria sparizione. Prima, inventandosi identità fittizie, annullava la propria identità nel gioco delle mitologie personali, poi, via via, ha dato sempre più spazio ai grandi numeri, alla massa. Ha costruito grandi riserve, cataloghi, depositi, archivi, perseguendo un’immagine impossibile della totalità, del destino collettivo e dell’annichilimento individuale per poi restituirla in installazioni complesse e suggestive, innovative, ma anche antiche, influenzate dall’arte religiosa, dai modi visivi ed espositivi elaborati dall’iconografia cristiana. «Durante tutta la mia vita non ho smesso di accumulare prove per impedire alle cose di sparire, e alla fine non ho fatto altro che rinforzare la loro sparizione, accentuare la visione di questa perdita». Gli archivi di Boltanski hanno qualcosa di simile alle mummie che i cappuccini esibiscono nelle cripte delle loro chiese: ripetono un ossessivo memento mori, ma senza terrorismi e ricatti ultraterreni. Evocano una sorta di memoria comune che si confonde con il semplice fatto di esistere, immagazzinano e museificano indizi umani, feticci destinati a scomparire ma capaci comunque, o forse proprio per questo, di sbalordirci, di restituire tutto il peso della Storia alla coscienza dei singoli. È così che la Shoah è diventata, nei lavori di questo artista, occasione per parlare di altro. Nato nel ’44 da un padre ebreo («la guerra e il fatto di essere ebreo sono le cose più importanti della mia vita») Boltanski non ha smesso di assimilare le immagini dei campi e di metabolizzarle nella sua elusiva ed enigmatica poetica della vanità. Anche Personnes, la mostra attualmente in corso al Grand Palais di Parigi (a cui si accompagna il progetto degli Archivi del cuore) ripercorre i tortuosi meandri dell’immaginario concentrazionario offrendolo a letture più ampie e personali. Lo spazio enorme della navata, riempito di quegli stessi battiti cardiaci che il visitatore è invitato a donare, è l’occasione per l’artista di soddisfare un gusto monumentale che dagli altari fotografici degli anni ’80 (che Boltanski chiamava appunto Monuments) è andato progressivamente crescendo nelle opere successive. Monumenta è anche il titolo dell’evento che ogni anno propone in questo spazio un artista di fama internazionale. Prima di Boltanski c’è stato Richard Serra, e prima ancora Anselm Kiefer: tutti artisti cupi, ermetici, notturni, chiamati a rispondere oggi all’ideale trasparenza democratica e mercantile delle esposizioni universali della Belle époque, di cui le vetrate del Grand Palais sono un chiaro esempio. Duecento mila abiti usati sono stati disposti sul pavimento e distribuiti in piccoli lotti delimitati da tubi metallici e illuminati da luci al neon, oppure accumulati a formare una vera e propria montagna alta dieci metri e pesante venticinque tonnellate. Dal soffitto una grande tenaglia scende ad afferrare un mucchio di vestiti, li solleva, li lascia cadere, ripete meccanicamente questa azione. Il fracasso infernale della «mano divina» s’impasta con quello dei battiti cardiaci che emergono dagli smembrati frammenti di vestiario abbandonati per terra come resti umani (come spoglie, quasi l’artista avesse voluto mostrare il doppio senso della parola). Boltanski pensa «che la foto di qualcuno, un abito usato, un corpo morto e adesso un battito di cuore, siano la stessa cosa: un oggetto che rimanda ad una persona assente», e nel quale la persona assente continua a vivere una vita residuale, un’esistenza spettrale. Di tali esistenze, migliaia al Grand Palais, Boltanski ha nutrito quasi tutte le sue opere. Personnes significa «persone» ma anche «nessuno»: le impronte umane che si affastellano nell’edificio sono personnes, esseri sospesi tra la presenza e l’assenza, tra la macabra pesantezza industriale della tenaglia e la leggerezza vitale delle pulsazioni. Questa installazione elefantiaca scomparirà a fine mese, come un grande baraccone allegorico, e se potete visitarla andate dopo il tramonto, quando la luminosità della navata non disturba le atmosfere tenebrose dell’artista. I cuori, al contrario, continueranno ad essere raccolti in giro per il mondo e inviati nell’isola di Teshima dove potranno battere chissà per quanto tempo, come un immenso impalpabile memoriale dell’umanità.

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