L’ultima intervista

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Questo articolo è uscito sul Riformista

di Alessandro Leogrande

«Siamo tutti in pericolo», disse Pier Paolo Pasolini a Furio Colombo, nell’intervista che gli concesse poche ore prima di essere ammazzato all’Idroscalo di Ostia la notte del 2 novembre 1975 e che poi venne pubblicata su La Stampa-Tuttolibri. «Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi». C’è chi ha visto in queste frasi una prefigurazione della propria morte, una lucida accettazione dei rischi delle proprie notturne discese negli inferi dei suburbi romani. Ma in fondo è un’interpretazione forzata, priva di fondamenti reali. Al di là di come sono andate le cose o Ostia (e lo stesso Pelosi ha contribuito a ingarbugliare le ricostruzioni), Pasolini è stato ammazzato barbaramente, non si è suicidato. Né è andato incontro a qualche surrogato del destino.
Rimane il fatto che queste siano effettivamente le ultime parole dette o scritte pubblicamente da Pasolini. Un discorso «finale», successivo all’intervento scritto per il congresso dei radicali che sarà letto pochi giorni dopo (e che si conclude con la celebre esortazione a «continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare»). Successivo persino alla lavorazione di Salò o le 120 giornate di Sodoma, proiettato in anteprima a Parigi tre settimane dopo la sua morte (in cui il fascista interpretato da Paolo Bonacelli a un certo punto dice una frase grandiosa, rivelatrice delle mille facce dei poteri italici, vecchi e nuovi: «Noi fascisti siamo i soli veri anarchici, naturalmente una volta che ci siamo impadroniti dello Stato. Infatti, la sola vera anarchia è quella del potere».)

Nell’intervista rilasciata a Colombo c’è un simile umore, una simile atmosfera. E tuttavia, se quelle parole hanno ancora un fascino, è nella disperata disanima che Pasolini ancora una volta fa di quel paese sinistro e ridicolo che era diventato l’Italia. Un paese omologato, conformista, saturo di violenza, non compreso da intellettuali-marionette.
Cinque anni fa, nel trentennale della morte del poeta, la casa editrice Avagliano ebbe la bella idea di pubblicare quella conversazione autonomamente in un piccolo libro che inaugurava la collana tascabile Le coccinelle: L’ultima intervista di Pasolini. Insieme al testo dell’intervista di Furio Colombo nella versione integrale, il volume conteneva un saggio di Gian Carlo Ferretti sulla loro lunga frequentazione. Ora il volume viene pubblicato in Francia, per la parigina Editions Allia, conservando il titolo italiano originale. Pasolini è stato sempre molto amato in Francia; anzi, si può dire che il regista (specie quello degli anni settanta) sia stato molto più apprezzato, analizzato, studiato Oltralpe che da noi. E non sorprende, quindi, l’attenzione crescente anche nei confronti del saggista.
Pasolini reazionario, mortuario, decadente? Negli ultimi anni, sembra avanzarsi (soprattutto al di fuori della sinistra) questa lettura dell’autore degli Scritti corsari e delle Lettere luterane. Ma il Pasolini inclassificabile degli ultimi anni, anche quando rimpiangeva i volti dell’Italia contadina e pre-consumista, non è mai stato un cantore conservatore rivolto al passato. Se lo era in apparenza, non lo era in profondità, nell’essenza del suo discorso. Ed è questa difficoltà di messa a fuoco che genera uno sfasamento nell’interpretazione dei suoi ultimi testi.
Prendiamo proprio questa Ultima intervista ora pubblicata in Francia. A un Colombo che lo accusa di non cogliere le differenze interne alla società italiana e di voler «chiudere» le scuole e la tv senza pensare a come sostituirle, che gli rinfaccia di avere nostalgia di un mondo povero che non c’è più, Pasolini risponde con una tale chiarezza spiazzante, che è opportuno riportare il brano per esteso: «Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto nessuno li aveva colonizzati. Io ho paura di questi negri in rivolta, uguali al padrone, altrettanti predoni, che vogliono tutto a qualunque costo. Questa cupa ostinazione alla violenza totale non lascia più vedere di che segno sei».
Cosa avrebbe detto oggi Pasolini di quei figli di ex-braccianti calabresi o pugliesi divenuti a loro volta sfruttatori di braccianti immigrati nelle piane del Sud? Più che un reazionario decadente, Pasolini appare qui un riformatore tragico in cerca di una Riforma che non c’è, in un paese irriformabile, bloccato, irriconoscibile. Un intellettuale che, contro la retorica dell’antifascismo, denuncia il dilagare di un nuovo (e pre-politico) fascismo diffuso. Un moderno che ha colto il fallimento di ogni percorso di emancipazione nella modernità: se non proprio tutti, di molti. Discorso estremamente ostico: è possibile, per gli esclusi, gli emarginati di sempre, migliorare la propria condizione «senza diventare quel padrone»? È questo l’enigma irrisolvibile di ogni rivolgimento sociale, insito nella stessa macchina dello sviluppo. Per l’ultimo Pasolini, vista la cattiva integrazione delle classi umili, ciò non era più possibile (e un sistema politico chiuso non faceva altro che surriscaldare la situazione), ma per tutta la sua vita, in tutte le sue opere, non aveva fatto altro che inseguire la risoluzione di quell’enigma. Lo fa nelle Ceneri di Gramsci e in Poesie in forma di rosa, nei film Accattone, Mamma Roma e forse soprattutto nel Vangelo secondo Matteo. Con gli anni settanta qualcosa si rompe, ma anche nella constatazione del disastro quell’enigma resta lì, fino all’ultima intervista. È possibile rimanere diversi in un paese velocemente modernizzato come l’Italia, un paese appunto senza Riforma?
Se l’ultimo Pasolini è disperato (nel senso letterale della parola, privo di speranza) ma non decadente o pre-moderno, allo stesso tempo non può essere utilizzato politicamente in modo tanto facile. Chi lo fa spesso e con sincero trasporto, come ad esempio Nichi Vendola, non a caso si sofferma sul Pasolini degli anni cinquanta e dei primi anni sessanta, un Pasolini ancora «resistenziale», non su quello dell’abiura di una dozzina di anni dopo, su altri versanti (questa volta più culturali che politici) oggi ridotto al solo articolo Io so. Il pessimismo radicale e razionale dell’ultimo Pasolini, una complesso cumulo di intuizioni non riconducile a facili schematismi, deve ancora essere interrogato pienamente. E bene ha fatto Editions Allia sulla scia di Avagliano a ripresentare, anche al pubblico francese, l’Ultima intervista di Pasolini: un testo dimenticato, ma ancora inquietante.

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2 Risposte to “L’ultima intervista”

  1. Tony Braschi Says:

    Quanti di voi hanno letto e riletto I DIALOGHI 1960-1965 di Pasolini?

  2. Antonio Celadio Says:

    “Io so…”: con queste parole Pasolini si consegnava ai sicari istituzionali. Accusare, inoltre, Pasolini di passatismo per quel semplice rivolgersi (ed è nostalgia rabbiosa quasi, non cocciuto spirito reazionario) a tempi più chiari (anche se ferocemente più chiari) è ridicolo, tanto ridicolo quanto quel nugolo di francesi progressisti ad oltranza che accusavano Heidegger di essere un passatista conervatore e disfattista, solo perché invitava la filosofia (e la sua storia) a ripartire dai presocratici (mi si scusi il balzo, è che vi trovo delle congruenze). Ma se si vive in una condizione umana di merda perché non posso, nel mentre spero e vado avanti, rivolgermi anche ad un passato (può produrre una sana rabbia) dove non ci si torceva dal senso di raggiro?

    Bella iniziativa, come sempre.
    Antonio

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