Se niente importa

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Questo pezzo è apparso sabato su Alias.

di Carlo Mazza Galanti

«In mezzo a tutta l’abbondanza di prodotti della Terra, la migliore di tutte le madri, davvero non ti piace altro che masticare con dente crudele povere carni piagate, facendo il verso col muso ai ciclopi? E solo distruggendo un altro potrai placare lo sfinimento di un ventre vorace e vizioso?» La storia raccontata in Se niente importa; perché mangiamo gli animali? l’ultimo libro di Jonathan Safran Foer (Guanda, trad. di Abigail Piccinini, E. 18, pp. 363) sarebbe potuta cominciare con queste parole, pronunciate da un filosofo greco duemilacinquecento anni fa. È Pitagora, come ci racconta Ovidio alla fine delle Metamorfosi, colui «che per primo denunciò come una vergogna che s’imbandissero animali sulle mense». Fu lui a sostenere per primo la necessità morale del vegetarianismo in nome della solidarietà elementare che unisce l’uomo all’animale nello stesso intrascendibile e mutevole principio vitale.
Safran Foer ha però preferito cominciare la sua storia molto più tardi, come una storia sui tempi moderni. Precisamente nel 1923, sulla costa orientale degli Stati Uniti, dove una certa Celia Steele, casalinga e proprietaria di un piccolo pollaio, «ricevette cinquecento pulcini invece dei cinquanta che aveva ordinato. Invece di disfarsene, decise di condurre un esperimento tenendoli al chiuso durante l’inverno, con l’aiuto di integratori alimentari da poco scoperti, i polli sopravvissero». Dieci anni dopo i cinquecento pulcini erano diventati duecentocinquantamila polli. Un altro paio di decenni e il patrimonio genetico di quei primi animali sarebbe stato completamente sconvolto: la loro esistenza biologica del tutto barattata con la nostra smania consumistica. Come spesso accade nei meandri dello sviluppo tecnico-scientifico, un piccolo incidente ha scatenato una vera e propria rivoluzione: la nascita dell’allevamento intensivo e la conseguente mutazione delle nostre abitudini alimentari. Pochi anni prima, osservando la segmentazione seriale delle operazioni di trasformazione degli animali praticata nei primi impianti industriali (i primi mattatoi), Henry Ford pensò di applicare lo stesso schema alla produzione di automobili. La «catena di smontaggio» delle bestie divenne la catena di montaggio degli oggetti. Il genio della tecnica segue strade imprevedibili.
La storia di Se niente importa è una storia a molte entrate, una storia complessa e sfaccettata: il succedersi delle prospettive, il continuo avvicendarsi dei registri e delle testimonianze, l’orchestrazione dei numerosissimi dati, dei soggetti coinvolti, dei problemi e dei possibili orizzonti d’azione, è probabilmente il motivo di maggior interesse di questo libro eminentemente ibrido e composito, capace di trascorrere senza interruzione dall’intervista al trattato filosofico, dal giornalismo d’inchiesta alla letteratura, dal saggio storico alla storia di vita, dal pamphlet alla tavola verbo-visiva. Anche chi già conosce la letteratura di riferimento e segue attentamente le battaglie della Peta (la maggiore associazione mondiale per i diritti degli animali), potrebbe trovare in questa molteplicità di mezzi e prospettive uno stimolo per nuove riflessioni.

Considerandolo da un punto di vista autobiografico, ad esempio, l’inizio della storia potrebbe scivolare molti anni dopo la moltiplicazione dei pulcini della signora Steele: «Quando seppi che sarei diventato padre – leggiamo verso l’inizio del libro – venni colto da impulsi inattesi», tra questi («mi misi a riordinare casa, a sostituire lampadine fulminate da tempo immemore, a lavare vetri, ad archiviare carte») la decisione di scrivere il libro che oggi leggiamo e che ha richiesto all’autore un lavoro di ricerca e documentazione durato più di tre anni (lo testimonia un apparato di note di oltre sessanta pagine). La storia nasce da un impulso autobiografico, sollecitata dall’obbligo morale della paternità, ma già radicata nella biografia e nella genealogia dello scrittore. Vegetariano a fasi alterne fin da ragazzino (vedi il giovane protagonista vegano di Molto forte, incredibilmente vicino), Foer s’impegna stabilmente a non mangiare animali dopo essersi sposato con una vegetariana (la scrittrice Nicole Krauss). «Mangiare e raccontare storie – secondo Foer – sono atti inseparabili: le lacrime sono acqua salata; il miele non solo è dolce, ma ci fa pensare alla dolcezza; il pane azzimo è il pane della nostra afflizione»: la prima storia di cibo il piccolo Jonathan l’ha sentita raccontare da sua nonna: una storia dura, ambientata nei campi di concentramento nazisti; una storia che si conclude con una frase, la stessa che nella traduzione italiana diventa il titolo del libro: «se niente importa, non c’è niente da salvare». Ciò che importa è ciò che si deve (potere) raccontare. Le storie possono orientare l’uomo abbandonato di fronte all’inspiegabile, qualunque sia la sua forma: nel suo primo romanzo Ogni cosa è illuminata, il libro che ha imposto uno scrittore allora giovanissimo all’attenzione del pubblico internazionale, era il grande buio dello sterminio nazista; in Molto forte, incredibilmente vicino il romanziere faceva i conti con il trauma dell’undici settembre; Se niente importa affronta, attraverso i molteplici strumenti della nonfiction, un groviglio morale ancora più complesso: lo spazio vuoto e muto che separa la consapevolezza della barbarie sistematica e massiva dell’industria alimentare (ma anche le sue meno note ma altrettanto disastrose implicazione ecologiche, sanitarie, economiche) e l’indifferenza della nostra condotta alimentare. Tra l’immensa Auschwitz quotidiana che ormai tutti sanno consumarsi nei macelli e negli allevamenti intensivi e la nostra capacità, o volontà, o desiderio di reagire si erge lo stesso filtro di indifferenza, fatalità, impotenza che separa le immagini di (ad esempio) Haiti dall’offerta rituale inviata tramite sms nella vaga speranza di «fare qualcosa». La globalizzazione e il dominio della tecnica ci pongono di fronte a problemi che sembrano trascendere i nostri mezzi pratici e discorsivi. Questo lavoro di Safran Foer può essere letto come un tentativo corale (perché si tratta di un libro scritto anche da tutti coloro, e sono molti, con cui lo scrittore ha parlato, discusso, operato) di immaginare un ponte tra il nostro sapere e il nostro agire. O diversi ponti: quella di Foer non è una presa di posizione indeclinabile e il libro è piuttosto un invito alla riflessione che l’imposizione dogmatica di un’opzione etica (il vegetarianismo). Il caso dell’allevatrice vegana a cui il libro dedica alcune pagine è esemplare di questa apertura di possibilità. Offrendoci delle storie composte di teorie morali, cifre spaventose e testimonianze indimenticabili Foer vuole aiutarci a superare l’impasse dell’onnivoro «che sa» ma non fa nulla, descritto dallo studioso e giornalista Brian R. Myers in termini decisamente colpevolizzanti. Di fronte ai fatti, secondo Myers: «si esibisce l’inconciliabilità delle proprie convinzioni con la ragione come un grande mistero, e l’umile prontezza a convivere con esso pone al di sopra delle menti inferiori e delle loro vili certezze». Più semplicemente Foer sostiene che «sappiamo più di quanto ci interessi ammettere». Se niente importa oltre a (contro-)informare scrupolosamente sullo stato dell’industria zootecnica, ci sollecita ad ammettere e ad esercitare scelte conseguenti e consapevoli di fronte a questioni cruciali ma che, come le immagini delle catastrofi consumate dall’altra parte del mondo, automaticamente «confiniamo nei recessi più bui e nascosti della memoria».

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