Un vero mondo perduto

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Questo articolo è apparso sul Riformista.

di Nicola Lagioia

Chiusi in una sala cinematografica durante la proiezione de L’uomo che verrà, il film di Giorgio Diritti che racconta la strage di Marzabotto, succede qualcosa a cui la narrazione per immagini aveva ormai quasi completamente disabituato i propri spettatori: ci si commuove senza essere costretti a vergognarsene nelle ore e nei giorni successivi. A luci accese e titoli di coda ancora in scorrimento, in queste settimane è stato possibile riconoscere sui volti di chi restava pietrificato tra i sedili di velluto o si apprestava a imboccare la via d’uscita dei vari Eden o Quattro Fontane occhi rossi e labbra tremanti che nulla avevano però a che fare con il tipo di commozione che lo spettatore può provare davanti alla brillante pornografia sentimentale di un Pretty Woman. Ma a guardar bene, non è neanche la stessa reazione emotiva (per restare sul tema del film di Diritti) che potremmo sperimentare dopo aver visto Shindler’s List, o (per restare al solo sfondo bellico) dopo esserci fatti travolgere dalla geniale riflessione su quel disastro etologico che è il male e la stupidità nell’uomo di un Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick. È stato detto che L’uomo che verrà è un capolavoro. Bene, io credo di poter dire che è qualcosa di meno e qualcosa di più, e proverò in queste poche righe a spiegare il perché.
Il film racconta le settimane antecedenti al 5 ottobre 1944, il giorno in cui nel territorio di Marzabotto e sulle colline di Monte Sole in provincia di Bologna, nel corso di un’operazione di rastrellamento le truppe delle SS e della Whermacht massacrarono barbaramente 700 civili – compresi anziani, donne, bambini – sconvolgendo un’intera comunità e aprendo in quei territori una ferita a cui solo il lento succedersi di stagioni e generazioni avrebbe potuto dare una speranza di guarigione. La vicenda è osservata attraverso gli occhi di Martina, una bambina di otto anni che vive in una numerosa famiglia di contadini e ha smesso di parlare dopo la morte del fratellino, ma che si riaccende di speranza grazie a una nuova gravidanza della mamma (ed è il secondo fratellino «l’uomo che verrà», la cui nascita Martina attende con trepidazione, curiosità e vivo – religioso – senso del mistero), prima che la follia nazista sconvolga e distrugga ogni ordine: religioso, sociale, biologico.
Il film è quasi interamente recitato in dialetto (e sottotitolato), ma la scelta linguistica è solo la più scoperta manifestazione di ciò che rende davvero sorprendente questo film. L’uomo che verrà è un’opera nata dopo un lungo e complesso lavoro sul territorio da parte del regista, che prima di radunare una troupe e cominciare a girare ha frugato nella memoria, nei racconti dei sopravvissuti e dei loro parenti, in modo che la narrazione collettiva di quei luoghi (documento scritto, racconto orale, testimonianza di uomini, donne, fantasmi di defunti, vecchie foto, attrezzi agricoli, persino la vegetazione, persino la muta roccia delle vecchie costruzioni e la breccia ai bordi dei sentieri!) irrompesse poi nella pellicola non per «ricostruire» la strage di Marzabotto (come qualunque buon regista – e benché i buoni registi siano pochi – sarebbe in grado fare) ma per farcela vivere. Il risultato è che poi, guardando il film, si ha quasi l’impressione (o meglio si sente) di partecipare a una sorta esercizio medianico. Una seduta spiritica. E, di conseguenza, ci si commuove.

Ma di quale tipo di commozione si tratta? Uno spettatore che si sorprenda a versare una lacrimuccia davanti a pellicole del tipo di Pretty Woman (preso qui a puro scopo esemplificativo, e comunque a chi scrive è capitato di scaldarsi anche davanti a film peggiori…), nel momento in cui voglia davvero indagare il meccanismo del proprio processo emotivo, non potrà evitare di provare un minimo di vergogna per se stesso e soprattutto di disprezzare gli autori del film. E questo perché non esistono prostitute metropolitane che non portino addosso alcun segno del mestiere come Julia Roberts, le quali vengano «salvate» nel modo in cui le salva Richard Gere. Ci stiamo commuovendo insomma davanti a un mondo che non esiste – non un paradiso perduto, ma mai venuto alla luce –, dunque al massimo le nostre lacrime possono essere anche un po’ segretamente rabbiose (ah, come sarebbe bello se le cose funzionassero davvero così!) ma sono soprattutto (commuoversi davanti a qualcosa che non c’è) un morbido esercizio di nichilismo. Il gioco è più scoperto (e appena appena meno deprecabile), quando il film prova a spillarci lacrime facendo leva su un ricatto a basso costo – e cioè se il codice estetico della pellicola non è all’altezza del dolore che vorrebbe rappresentare: La stanza del figlio di Moretti nel più pretenzioso dei casi, il Renato Cestiè del Venditore di palloncini nel più scontato e disarmato. Diverso è il caso dei «grandi ricostruttori» di tragedie, per esempio lo Steven Spielberg di Shindler’s List, o Jona che visse nella balena di Roberto Faenza o La tregua di Rosi, e persino il Polanski mainstream de Il pianista. Pellicole di questo tipo si avvalgono di quello che potremmo chiamare il «filtro esplicito dello studio cinematografico»; è come cioè se il patto (nei migliori dei casi chiaro e onesto e accettabile) tra film e spettatore fosse: adesso ti farò vedere un campo di concentramento, e i nazisti, e gli ebrei, ma non cercherò di mostrarteli come nazisti, ebrei e campi di concentramento furono in realtà bensì come da decenni sono rappresentati su quel terreno di comprensione comune (costruito, per lo più, proprio dal cinema) che è l’immaginario collettivo, e dunque non vedrai un torinese unico e insostituibile di nome Primo Levi che finisce in un posto unico e insostituibile di nome Auschwitz ma un archetipo di Essere umano travestito da Primo Levi che finisce in un archetipo del Male travestito da Auschwitz, perché in film di questo tipo il sentimento di commozione è scatenato dalla rappresentazione di un Tutto che vale (o dovrebbe valere) anche per la singola parte. Nei grandi capolavori del cinema, al contrario – da 2001 Odissea nello spazio, a 8 e ½ a – non ci si commuove quasi mai, perché la potenza della visione è tale da (pur nella tragedia) riconsegnarci clamorosamente alla nostra natura di esseri viventi. A quel punto siamo troppo attoniti per versare anche una sola lacrima.
Ora, Giorgio Diritti non ha la forza estetica di un David Lynch, di un Fellini o di un Buñuel. Eppure, contemporaneamente, si addentra con successo in una sorta di territorio terzo: evoca davvero la singola parte per il tutto, non si propone di portarci su un territorio immaginario che finge di essere reale col nostro beneplacito, ma ci fa fare esperienza di un vero viaggio nello spaziotempo. Guardando L’uomo che verrà – ascoltando il dialetto dei protagonisti mentre parlano intorno a un fuoco, facendo esperienza del loro essere comunità, osservando i momenti che scandiscono la vita contadina, dalla cottura della salsa all’uccisione del maiale agli spidocchiamenti alla vestizione dei bambini nel giorno della prima comunione – abbiamo la sensazione, sia pure attraverso la finzione cinematografica, di vivere davvero insieme alla famiglia di Martina, di addentrarci profondamente nell’assoluta specificità della provincia bolognese di allora, ritrovandovi elementi della nostra italianità e infine (dalla parte al tutto, appunto) della nostra umanità.
Ecco perché chi si commuove in questi giorni dopo aver visto il film non ne prova (non ne può provare) vergogna. Non stiamo versando lacrime per un paradiso mai esistito, ma perché veniamo messi davanti all’evidenza di un vero mondo perduto: un mondo che ci apparteneva (e ci appartiene come eredità perché veniamo da quei dialetti, da quella Italia, da quel senso di comunità, da un’identità che poi si è fatta sempre più incerta e delirante) e che ora non c’è più, e per la cui fine provare cordoglio (gli uni accanto agli altri nel buio una sala cinematografica) soddisfa un sacrosanto bisogno di liberazione emotiva. Per intenderci, qualcosa di molto simile all’antico meccanismo della catarsi.

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4 Risposte to “Un vero mondo perduto”

  1. Marco Rossari Says:

    Io l’ho trovato un film molto, molto, molto brutto. Molto falso e molto furbo. Un film che non mi ha per nulla commosso e anzi irritato. La scelta della bimba che (pathos in arrivo) non parla ma scrive come Celati è tornatoriana e ho detto tutto. La scelta del dialetto è artificiosa tanto che poi tutti parlano come un libro stampato (macchina da scrivere, sentenziosità: Ermanno Olmi è molto lontano). La fotografia è leccata. La regia è poco rigorosa: se scegli lo sguardo della piccola, poi non puoi abbandonarlo per mostrare l’eccidio nel cimitero (eddai pompare la musica quando si mitragliano al rallentatore cento e passa cristiani è roba da fiction). Irritante anche l’insistenza sulle croci e la scelta lombrosiana dei volti: certo, le facce dei contadini sono belle, però quando il traditore assomiglia al Pinguino di Batman qualcosa non torna. In ultimo, mi è sembrato fasullo anche il piccolo mondo antico che delinea. Quando poi si alzano le lucciole dal prato, be’ allora il tanfo da spot diventa insopportabile.

  2. TT Says:

    Bellissimo, grazie.

  3. igor Says:

    Mah, di certe storie ne avrei un po’ le scatole piene. Però mi fido di Nicola, della sua bella scrittura che sa raccontare, e dunque anche della capacità di leggere un film, e quindi andrò a vederlo

  4. Marco Crestani Says:

    Un film molto ben fatto, forse in certi momenti un po’ distaccato.

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