La scuola di D. Barthelme

by

di Fabio Guarnaccia

Donald Barthelme e George Saunders
Dove il secondo parla del primo all’interno di un simposio a lui dedicato, nello specifico di un racconto, La scuola, che in Italia mai s’è visto. E che minima&moralia, grazie a Vice, vi presenta.
Saunders racconta di ricorrere a Barthelme nei suoi corsi di scrittura creativa quando, disperato, chiama in gioco il famoso/abusato triangolo di Freitag. Nello specifico quel cateto che rappresenta la cosa più difficile di tutte, ovvero il rising action di un’opera narrativa. Inutile dire che è anche la più ovvia: se l’azione non monta, tutto muore. E qui entra in gioco il brevissimo La Scuola, un racconto fondato su uno schema che in pochi paragrafi riesce a sorprendere anche il lettore più esigente. Dove tutto muore per davvero in un crescendo che sposta sempre più in là i termini e gli oggetti dell’effimero.
Avviso per il lettore: da qui in avanti si svela il racconto, per non uccidere il piacere della lettura salta questa introduzione e lasciati stupire.

Tutto muore, dunque. Muoiono gli alberi piantati dai bambini, muoiono i serpenti, muoiono le verdure negli orti, muoiono i criceti e muoiono ovviamente i pesci tropicali, muore persino un cagnolino. E questo pattern potrebbe andare avanti fino alla progressione ultima dell’implosione dell’universo o finanche alla morte del Creatore, se Barthelme non rompesse la logica dello schema, ponendo subito dopo la morte del cucciolo quella di un orfano coreano adottato a distanza dalla classe. Un bambino come gli altri. Solo coreano e orfano, e adesso morto. Saunders sottolinea questo passaggio: «Parte del piacere legato all’arte, sicuramente a quella di Barthelme, riguarda il semplice gusto di vedere l’artista comportarsi in modo coraggioso», e ancora: «Barthelme rifiuta la logica stessa del pattern che ha definito… egli sa che lo schema è solo una scusa per lasciare che la storia compia il suo lavoro più importante, che è dare al lettore una serie costante di piaceri che lo spingano avanti nella lettura». In poche parole, l’autore compie un salto di livello che apre nuove praterie da correre in lungo e in largo falciando tutto quello che capita a tiro: insegnati, genitori, compagni di scuola. Quando si racconta una barzelletta, l’ascoltatore sa per certo che arriverà il momento della battuta, se non arriva la barzelletta è brutta e chi l’ha raccontata fa pena.
E adesso? Come procederà Barthelme? Come si tirerà fuori da questo pasticcio nel quale si è cacciato?
Con i bambini e con nuovi salti quantici.
Perché i bambini sono curiosi e preoccupati, sono ormai certi che la loro scuola porti sfortuna. E allora chiedono dove sono finiti tutti gli alberi, i serpenti, i cuccioli, i papà e le mamme che sono morti. «È la morte che da senso alla vita?», chiedono. Quelli che fino a poco prima erano solo bimbetti adesso sono piccoli uomini che si esprimono con una profondità inaudita: «Ma la morte, considerata come riferimento fondamentale, non è forse il mezzo grazie al quale la prevedibile futilità del vivere quotidiano si può trascendere in direzione di…» Altro salto di livello. Un salto vertiginoso perché adesso ci aspettiamo di tutto, persino Heidegger. Ma il discorso abbandona subito queste vette e un altro salto ci attende: gli studenti chiedono al maestro che faccia l’amore con Helen.
Helen? Chi è Helen? Helen è la sua assistente, e da quello che il narratore scrive capiamo che Helen vorrebbe davvero fare l’amore con lui. Ci dice Saunders: «Fino a poche righe prima non sapevamo neanche dell’esistenza di Helen, ma adesso sì, e così lo sa il Narratore, e quella vocina nella testa che ha continuato a ripeterci che il Narratore di questo racconto non aveva una vita personale, che non c’erano emozioni umane, che questa storia allegorica rispondeva semplicemente ad uno schema, viene finalmente appagata: stiamo leggendo una storia d’amore. Una storia d’amore!»
E qui il racconto potrebbe chiudersi, se non che Barthelme è Barthelme e con un colpo di reni compie un ultimo salto che rende questo racconto un capolavoro.

La scuola

Beh, c’erano tutti quei bambini fuori in giardino a piantare alberi, vedi, perché eravamo convinti che… che facesse parte del loro percorso formativo, capire come funzionano, hai presente, gli apparati radicali… e anche il senso di responsabilità, prendersi cura di qualcosa, essere responsabili in prima persona. Non so se mi spiego. E gli alberi sono morti tutti. Forse il terreno aveva qualcosa che non andava, oppure la roba che ci hanno dato al vivaio non era di prima qualità. Abbiamo protestato. E quindi, ci siamo ritrovati con trenta ragazzini, ognuno con il suo alberello da piantare, e trenta alberi morti. Tutti quei bambini che guardavano una serie di stecchi marroni, era una cosa deprimente.

Non sarebbe stato così tragico, se non che, solo una settimana prima della faccenda degli alberi, erano morti tutti i serpenti. Ma credo che i serpenti… Beh, il motivo per cui i serpenti sono schiattati era che… ti ricordi, la caldaia è rimasta spenta quattro giorni per via dello sciopero, e quello era spiegabile. Era qualcosa che si poteva motivare ai bambini adducendo lo sciopero come causa. Cioè, nessuno dei loro genitori li avrebbe mai lasciati attraversare la linea del picchetto, e loro sapevano che c’era uno sciopero in atto, e quello che significava. Così, quando tutto è ricominciato e abbiamo scoperto i serpenti, non erano troppo turbati.

Quanto agli orti, probabilmente sono stati annaffiati troppo: almeno ora sanno che non lo devono fare. I bambini sono stati molto scrupolosi con i loro orti e probabilmente alcuni di loro… sai com’è, gli hanno allungato un po’ d’acqua in più mentre noi non guardavamo. O forse… beh, non vorrei fare ipotesi di sabotaggio, anche se ci abbiamo pensato. Cioè, ci è saltato in mente. Abbiamo fatto quell’ipotesi, probabilmente, perché prima erano già morti i criceti, ed erano morti i topolini bianchi, e la salamandra… beh, almeno ora i bambini sanno che non li devono portare in giro dentro i sacchetti di plastica.

Naturalmente, ci aspettavamo che morissero i pesci tropicali, quella non è stata una sorpresa. Quando sono così tanti, basta guardarli e te li ritrovi a pancia in su sul pelo dell’acqua. Ma il programma delle lezioni esigeva un modulo sui pesci tropicali proprio in quel momento, quindi non potevamo farci nulla, succede tutti gli anni, basta dimenticarselo in fretta.

In teoria, non dovevamo nemmeno avere un cucciolo.

In teoria non dovevamo nemmeno averlo, era solo un cagnolino che la figlia dei Murdoch aveva trovato sotto un camion dei supermercati Gristede, un giorno, e temeva che il camion l’avrebbe investito quando l’autista sarebbe ripartito dopo la sua consegna, così se l’era infilato in cartella e se l’era portato a scuola. E così avevamo un cucciolo. Appena lo vidi pensai: “Cristo, scommetto che questo resta vivo più o meno due settimane, e poi…” ed è successo proprio così. Non doveva nemmeno entrare nell’aula, ci sono delle regole in proposito, ma non puoi dire ai bambini che non possono tenere un cucciolo quando il cucciolo è già lì, davanti a loro, che gira in cerchio sul pavimento e fa bau bau. L’avevano chiamato Edgar: cioè, l’avevano chiamato come me. Si divertivano molto a corrergli dietro gridando: Vieni qui, Edgar! Bravo Edgar! Poi scoppiavano a ridere a crepapelle. Quell’ambiguità li divertiva. E divertiva anche me. Non mi dispiace farmi prendere in giro. Gli avevano costruito una piccola cuccia nello stanzino delle provviste, eccetera eccetera. Non so di cosa sia morto. Cimurro, credo. Probabilmente non era vaccinato. Ogni mattina controllavo lo stanzino delle provviste, di routine, perché sapevo già cosa sarebbe successo. Dopo, l’ho lasciato al guardiano.

Poi c’era quell’orfano coreano che la classe aveva adottato tramite l’associazione Help the Children: ogni bambino portava un quarto di dollaro al mese, l’idea era quella. È stata davvero una disgrazia: il ragazzino si chiamava Kim e forse l’avevamo adottato troppo tardi, o roba del genere. Nella lettera che ricevemmo non specificavano le cause della morte, ma suggerivano che adottassimo un altro bambino al suo posto e ci avevano spedito dei resoconti di situazioni davvero significative, ma non ce la sentivamo proprio. La classe l’aveva presa piuttosto male: i bambini avevano cominciato a convincersi (o almeno credo, perché nessuno mi ha mai detto nulla direttamente) che forse la scuola aveva qualcosa che non andava. Ma non credo che la scuola abbia qualcosa che non va in particolare: ne ho viste di meglio, e ne ho viste di peggio. È stata solo una sfilza di casi sfortunati. Per esempio, un numero incredibile di genitori sono mancati. Ci sono stati due infarti, credo, e due suicidi, un annegamento e quattro morti insieme in un incidente stradale. Un ictus. E c’era il solito alto tasso di mortalità tra i nonni, o forse quest’anno era più alto del solito, almeno così pareva. E infine è arrivata la tragedia.

La tragedia è successa quando Matthew Wein e Tony Mavrogordo stavano giocando nel punto in cui ci sono gli scavi per il nuovo palazzo del governo federale. C’erano tante grosse travi di legno impilate sul ciglio degli scavi, avete presente. C’è una causa in corso, i genitori dei bambini sostengono che le travi erano state impilate con incuria. Io non so cosa sia vero e cosa no. È stato un anno strano.

Ho dimenticato di citare il padre di Billy Brandt, che è stato accoltellato a morte mentre lottava con un intruso mascherato che era entrato in casa sua.

Un giorno, abbiamo discusso in classe. Mi hanno chiesto, dove sono andati? Gli alberi, la salamandra, i pesci tropicali, Edgar, i papà e le mamme, Matthew e Tony, dove sono andati? E io ho risposto, non lo so, non lo so. E loro, chi lo sa? E io, nessuno lo sa. E loro, è la morte che dà un senso alla vita? E io, no, è la vita che dà un senso alla vita. Poi hanno detto, ma la morte, considerata come riferimento fondamentale, non è forse il mezzo grazie al quale la prevedibile futilità del vivere quotidiano si può trascendere in direzione di…

E io ho risposto, sì, può essere.

E loro, non ci garba.

E io, beh, mi pare legittimo.

E loro, è proprio uno schifo, cavolo!

E io, sì, è così.

E loro, maestro, puoi fare l’amore con Helen (la nostra tirocinante), così vediamo come si fa? Lo sappiamo che ti piace Helen.

È vero che mi piace Helen, ma ho risposto di no.

Ne abbiamo sentito parlare così tanto, ma non l’abbiamo mai visto fare, hanno detto.

Io ho detto che mi avrebbero licenziato, e che non si faceva mai l’amore a scopi dimostrativi, o quasi mai. Helen guardava fuori dalla finestra.

E loro, dai, dai, fai l’amore con Helen, abbiamo bisogno di una manifestazione di valori forti, abbiamo paura.

Gli ho detto che non dovevano avere paura (per quanto capitasse spesso anche a me) e che di valori forti ce n’erano dappertutto. Helen è venuta ad abbracciarmi. Le ho dato qualche bacio sulla fronte. Ci siamo stretti l’uno all’altra. I bambini erano esaltati. Poi hanno bussato alla porta, io ho aperto ed è entrato il nuovo criceto. I bambini sono esplosi in un applauso selvaggio.

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Una Risposta to “La scuola di D. Barthelme”

  1. sarmizegetusa Says:

    Grazie. Quando lessi il pezzo di Saunders (era ne “il megafono spento”, no?) mi dissi di cercare il racconto di Barthelme, poi passai ad altre letture e mi dimenticai della cosa. Come pensavo, ne valeva la pena.

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