Seminario suo luoghi comuni

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10. Prima che il gallo canti
mi avrai frainteso tre volte

di Francesco Pacifico

Questo brano su una comparsa che fa saltare i nervi al protagonista come una goccia cinese non ha bisogno di molta introduzione.
Il protagonista del racconto è alle prese con il servizio militare; si ammala; ha paura di questa insolita debolezza fisica, che gli toglie ogni certezza; parla con un prete: il prete lo tormenta con una dispettosa parvenza di saggezza che parrebbe incomprensione; il prete, in sostanza, alla ricerca di un’interpretazione di quel male che possa stimolare il soldato a livello spirituale, si esercita in una delle discipline umane che meglio si può rendere nei romanzi: il gioco di non dar soddisfazione all’interlocutore, di lasciarlo appeso e incapace di spiegarsi e ottenere conforto.
Ѐ notevole la fiducia di Pontiggia negli elementi a sua disposizione. All’astenia acuta del protagonista, alla sua anoressia di origine depressiva, Pontiggia rende onore con altrettanta anoressia e astenia narrativa: il lettore si ritrova lui stesso trattato come un malato: gli si somministra una breve descrizione, lo si trasporta all’Ospedale militare insieme al soldato. Poi: «assunzione lenta e graduale dei cibi, altre istruzioni, fra cui l’invito a parlare col cappellano militare. Qui praticamente ci troviamo a fare anche noi tutto ciò che ci viene ordinato, e sentendoci malati col malato ci avviamo al colloquio col cappellano: Gli confessa che la scoperta dell’imperfezione fisica l’ha gettato nell’angoscia. Una frase cui non manca nulla, il distillato di tutto ciò che ha pensato e provato il soldato mentre deperiva, mentre lo curavano – per giunta espresso con dignità.
Qui comincia il fraintendimento sistematico da parte del cappellano, che rifiuta di accettare l’ordinata lamentela del protagonista. (Una volta confessai a un gesuita che desideravo la ragazza di un mio caro amico; mi rispose: «Eee, che sarà mai, ci siamo passati tutti… Per caso le dici le preghiere?» Questo si chiama ascoltare.) Per tre volte il cappellano rigira le frasi del malato in cerca di uno spiraglio da cui quello intraveda l’amore di Dio: per tre volte di fatto non gli dà veramente retta. Alla terza, il soldato si stufa e smette di incontrarsi col prete.
Il ritmo di questi pochi paragrafi sulla malattia tradisce non una tecnica ma una comprensione del ritmo della malattia. Sono paragrafi che si leggono con la lentezza del malato che non può far niente di corsa. Prima Pontiggia formula frasi che si mangiano come pastina in brodo, poi una volta arrivati dal prete ci dà il ritmo di una parabola religiosa, quelle tre risposte, il botta e risposta da storiella ebraica. Il suo stile molto personale non gli impedisce di concedersi completamente alla natura di ciò che racconta, e cambiare accento con il ruotare dei temi intorno al protagonista.

Tratto da «Incontrarsi», racconto contenuto in
Vite di uomini non illustri
di Giuseppe Pontiggia

Chiede e ottiene un esame della vista e gli viene riscontrato, come attenuante, un improvviso deficit del potenziale visivo, limitato a due diottrie. Condonato della punizione, viene dopo undici giorni ricoverato in infermeria per stato di astenia acuta conseguente al rifiuto di cibo. Anoressia di origine depressiva è la diagnosi con cui si decide il suo trasferimento all’Ospedale militare di San Giorgio.
Assunzione lenta e graduale dei cibi, prima liquidi e poi solidi, dopo due giorni di nutrizione endovenosa. E colloqui con il cappellano militare don Cerioni. Gli confessa che la scoperta della imperfezione fisica l’ha gettato nell’angoscia. L’altro chiede stupefatto:
«Per due diottrie?»
No, non è per le diottrie, gli risponde. Non sa come spiegarlo. Non credeva che il corpo potesse tradirlo. La mente non gli interessa, ma il corpo è tutto.
«Questa è la malattia vera», gli dice don Cerioni.
Si alza dal letto e passeggia in pigiama su pavimenti lucidi. A volte cammina nel cortile, sotto gli alberi, lungo finestre che si susseguono uguali come le feritorie di una fortezza. Al crepuscolo, quando i rumori che giungono all’esterno si affievoliscono nell’aria chiara, gli sembra che il cortile diventi una prigione.
«Ѐ la sua testa che è una prigione» gli dice don Cerioni.
E quando gli confessa che la sua diffidenza verso il mondo è aumentata, l’altro gli risponde sorridendo che lui scambia il mondo per se stesso ed è per questo che diffida. Decide di non confessargli più niente.

Leggi le precedenti puntate del Seminario sui luoghi comuni:
9. La realtà nonostante l’autore
8. Scene di lotta di classe
7. Pettegolezzi
6. Culto della personalità
5. Il giovane moralista
4. Le leggi della fisica
3. Idiosincrasie di un protagonista
2. Compassione per la comparsa
1. Il viale per lo struscio

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