Bukowski, Epimeteo postmoderno

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Questo articolo è apparso sul Riformista il 6 marzo.
di Marco Pacioni


Se non ci si lascia subito sedurre dal rituale della lettura maledetta della prosa di Charles Bukowski e si prendono in mano le sue poesie si ha la possibilità di sondare quanto più in profondità riesca ad andare la maniera pulp della sua scrittura. Del resto quanto più ricco della retorica splatter può essere il pulp lo ha mostrato anche Quentin Tarantino, l’altro grande autore che ha determinato il successo del genere.
L’indecenza di mettersi a distanza di sicurezza, cioè la presunzione di ergere tra sé e gli altri la scrittura, pone Bukowski nella posizione di esibire continuamente la sua partecipazione alla vita e di rimarcarne gli aspetti più laidi. Ma come rivela la raccolta di componimenti postumi Cena a sbafo, curata da Simona Viciani (Guanda, «poeti della fenice», pp. 325, € 18), l’impulso fondamentale di Bukowski non è l’estetizzazione di questi aspetti. Come in parte avviene anche nelle poesie di Raymond Carver, il suo afflato è fondamentalmente morale. Ma mentre Carver nelle sue situazioni di scrittura raggiunge una sospensione indecidibile tra il surreale e l’iperreale, Bukowski tende a chiudere con una nettezza di sapore stoico: «ci saranno […] le solite malattie / seguite da una malaccetta / morte. / ma la maggior parte di noi è distrutta molto / prima / com’è giusto che / sia». Il compiacimento o il disgusto che la poesia esprime, concerne la composizione e decomposizione dei corpi, gli squilibri e le stabilizzazioni parziali delle pulsioni. Anche se messo su carta però, il personaggio Bukowski si lascia sempre spiare on stage. La sua autobiografia va oltre la confessione e l’autodenuncia. Compie una performance continua che raggiunge, senza trasformarlo in astrazione, anche il momento dell’intuizione poetica. È per questo che molte sue poesie si costruiscono su se stesse corrodendo la loro aulicità lirica per lasciare balenare a volte un’umoristica pietas.

Ai versi non si attribuisce nessuna elezione, capacità di risoluzione estetica del negativo in positivo che terrebbe in piedi comunque la gerarchia e con essa l’ipocrisia. Se tutti sono colpevoli nell’anarchismo di Bukowski, nessuno comunque è assolto. Lo scrittore potrebbe essere diverso solo perché lui ha anche, fra gli altri, il vizio di recitare tutti i ruoli – osservatore, attore, osservato – senza che possa stabilirsi in uno di essi per salvarsi, dannarsi completamente o quantomeno rappresentarsi in un’identità dominante. Ma proprio perché lui e gli altri non si salvano, è la morale stessa a sopravvivere o almeno a lasciarsi inseguire come un’utopia tuttavia troppo disciplinata per il legno storto dell’umanità. La poesia di Bukowski insegna anzitutto l’accettazione della debolezza, pur senza trasformare questa in perdono generalizzato. Solo sottoposta a questo esercizio la poesia può sperare di raggiungere occasionalmente bagliori di perfezione che non inebriano, ma aiutano a dipanare la quotidianità. «Aver seguito Gertrude su per quella scala a / Saint Louis / era già fin troppo […] e tutto quello che sarebbe seguito / sarebbe stato / meno / e io volevo ricordarla / così: perfetta nell’istante prima che si stancasse del gioco».

Oltre allo strafare, all’esagerazione pulp, sulla sommità della scala Bukowski pone spesso anche un non fare, una rinuncia. Proprio tale incorporazione della negazione rivela l’afflato etico della sua poesia nella quale si manifesta il contraddittorio assunto morale postmoderno dell’inseparabilità della vittima dal carnefice: dell’indulgenza senza pentimento, della responsabilità senza colpa, della colpa da cui non si riesce a venire fuori e di cui non si sa la causa. Bukowski non prospetta tanto una soluzione, quanto l’approfondimento di tutto questo. Ciò facendo anch’egli forse è in qualche modo un Epimeteo postmoderno: un peccatore senza colpa e allo stesso tempo un colpevole senza peccato nello stillicidio di una cronaca quotidiana di picchi e precipizi che non può pretendere di diventare storia.

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