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Una strategia esistenziale violenta e primitiva

marzo 22, 2010

di Giuseppe Zucco

Tra cinema e boxe, l’attrazione è fatale. La pellicola sembra impressionarsi sul serio solo se davanti alla macchina da presa piovono pugni assassini e i nasi si ammaccano, i sopraccigli si rompono, i pugili sputano sangue. Nella boxe c’è tutta una grammatica della violenza che il cinema non ha mai smesso di mettere in scena. I combattimenti possono avvenire nei luoghi più strani, tra i personaggi più differenti, con durate temporali ora fulminanti ora più estese, ma è sempre la stessa logica che accomuna la scazzottata tra commilitoni in Barry Lyndon, la mattanza seriale di Rocky, i pestaggi deliranti di Fight Club, la lotta progressista di Million dollar baby. La boxe radicalizza il conflitto, e questo piace al cinema. Né intreccio, né trama, neppure l’ombra di complicazioni psicologiche o di ideologie di massa: solo due corpi, sul deserto bianchissimo del ring, a darsele di santa ragione – il Bene contro il Male, l’eroe contro l’aggressore, il prevalere della Vita contro lo stallo della Morte. Ed è questa la magia della boxe rappresentata sul grande schermo: caricare i pugili di significato, farli diventare simboli spietati di qualcosa che resisterà nella memoria.
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