Seminario sui luoghi comuni

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11. La livella

di Francesco Pacifico

Da Le persone normali
di Aldo Busi

Sono arrivato alla Colonia della Salute Purgatori di Uscio, anno di fondazione 1906, nell’entroterra ligure di levante, verso le nove di un mattino forse di fine primavera, pieno di ammirazione per me e per quanti riescono a ascendervi e a discenderne ogni giorno senza scivolare dai dolci clivi negli strapiombi che si aprono dietro ogni curva; la stradina asfaltata ha ceduto qui e là sul ciglio e è così stretta e le curve così improvvise da dare le vertigini e rendere la salita ancora più difficile e meravigliosa. Gli slarghi sono pochi e, se uno ha sempre guidato a valle, qui può incontrare serie e forse insuperabili difficoltà di manovra; se è depresso per il grasso eccedente o la cura che non ha funzionato, potrebbe decidere di farla finita e buttarsi sotto di dieci metri in dieci metri. Chiunque, a dieta terminata, ti si parasse davanti nel senso inverso potrebbe costituire la dieta estrema e risolutiva per chi sta arrancando come me per andare a intraprenderla. Ma i fiorellini e le erbe, procedendo in altezza e in cauto spirito di osservazione, variano sugli orli dei precipizi in brezze di colori vistosi, e i castagni che si infittiscono a compattare i pendii danno conforto perché, se ci si dovesse ribaltare con l’auto, la caduta non sarebbe libera e ci si andrebbe a schiantare dopo non più di due giri su se stessi della lamiera. Sicché il sole già forte dell’estate che preme scompare e nella penombra delle fronde sai che, passato il pericolo e la bella paura che fa da confine, deve esserci un premio: un altro mondo.

Questo è l’incipit de Le persone normali, di Aldo Busi. Con un paragrafo immerso nei fiori ci introduce al tema della provincialissima colonia per fare la dieta, dove ci intratterremo con tresche e fisime iperitaliane per circa duecento pagine. Non si può insegnare quello che fa Busi, credo non si possa neanche imparare, ma c’è una cosa che spicca: per parlare di una cosa futile – lo sforzo di riccastri italiani di mezza età di mettere una pezza a una vita dedicata al cibo – Busi trova un modo geniale di chiamare in ballo la morte. Quando cominciamo a scrivere di un ambiente di cui non abbiamo un giudizio favorevole ci teniamo sempre a mettere in guardia il lettore, a fargli capire che nelle pagine che seguono uniremo il futile e il tragico, che giudicheremo i nostri personaggi e un certo ambiente secondo l’incapacità dei personaggi e dell’ambiente di percepire la propria stessa tragicità. Ѐ il motivo per cui Bret Easton Ellis si impossessa di «Lasciate ogni speranza o voi che entrate» e lo piazza come una lapide al principio di American Psycho. Quando nei romanzi si pensa male di qualcosa bisogna farlo con grazia, cercando motivi che diano qualcosa in più al lettore di una semplice vertigine di odio. Nel raccontare delle curve pericolose, dei tornanti che portano su all’irragiungibile rifugio per ricchi sovrappeso, Busi combina tre idee che ci danno ben più del semplice disprezzo per i filistei: 1) il luogo impervio, che ci ricorda il castello della strega cattiva di Biancaneve ma pure la Montagna incantata di Mann; 2) l’amena comunità di fiorellini che «variano sugli orli dei precipizi in brezze di colori vistosi»; 3) l’incombere della morte, che livella le pance e dichiara la vanità di ogni sforzo umano. La cosa che mi fa impazzire di questo lungo paragrafo fatto di frasi lunghe che curvano a gomito come i tornanti su cui veniamo accompagnati per andare a perdere peso con Busi, è che l’autore si rende conto di quella misura di bellezza – il rischio della morte – che separa il protagonista dall’oggetto della sua ricerca e decide perciò che si può fare a meno di descrivere gli stati d’animo del personaggio o i suoi pensieri sulla casa di cura. In cambio di una definizione delle circostanze della storia, ci offre una definizione in controluce di ciò che è il corpo – grasso o magro – di una persona: uno gnocco di materia che alla minima incertezza può finire a valle tra le lamiere. Tanto è più importante la comica certezza della morte rinvenuta seguendo il disegno delle maree di fiori che punteggiano il cammino, che Busi conclude il paragrafo facendoci vedere che tanto è bello un posto del genere che precipitare da lì, nel verde, fra il sole filtrato nelle fronde, non può che portarti, in premio, a un altro mondo («passato il pericolo e la bella paura che da confine», detto come se lui sapesse che quando si muore si intraprende un viaggio…).

[Con simili premesse, spero con tutto il cuore nel romanzo definitivo di Busi sull’Isola dei famosi.]

Leggi le precedenti puntate del Seminario sui luoghi comuni:
10. Prima che il gallo canti mi avrai frainteso tre volte
9. La realtà nonostante l’autore
8. Scene di lotta di classe
7. Pettegolezzi
6. Culto della personalità
5. Il giovane moralista
4. Le leggi della fisica
3. Idiosincrasie di un protagonista
2. Compassione per la comparsa
1. Il viale per lo struscio

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Una Risposta to “Seminario sui luoghi comuni”

  1. giuseppe zucco Says:

    ciao francesco,

    mi sa che la tua speranza si è infranta sulle dichiarazioni di busi lasciate oggi a repubblica , in particolare sull’ultima risposta:

    http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/03/23/news/busi_intervista-2834615/

    La sua avventura diventerà un libro?

    “Neanche con un anticipo di un milione di euro. Un dirigente della Mondadori si è fatto avanti. Gli ho detto che non voglio più scrivere, soprattutto in italiano. Devo prima poter riacquistare fiducia nel mio paese e nei miei lettori”.

    a presto

    giuseppe

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