La perdita del mondo e della carne

by

di Carlo Mazza Galanti

È impossibile concentrare in poche righe la ricchezza umana e intellettuale di una personalità complessa come quella di Ivan Illich (1926 – 2002). Storico, filosofo, teologo, pedagogo, moralista, animatore culturale, ecologista militante, spirito indipendente, reazionario illuminato: difensore appassionato delle differenze locali (ma critico accanito dell’ecumenismo multi-culti promosso dal pensiero più conformista e passivo), preoccupato sostenitore delle minoranze svantaggiate (ma duramente polemico verso ogni forma di assistenzialismo e d’imposizione amministrativa), studioso raffinato delle tecniche del passato e del presente (ma implacabile avversario della tecnocrazia). Illich è autore di un discreto numero di opere che non esiterei troppo a definire fondamentali. Di «pamphlet», come li chiamava lui stesso, libri piuttosto brevi e davvero unici per la loro capacità di unire a uno stile divulgativo la complessità di un pensiero tra i più fervidi, originali e incisivi. Testi agili, scritti in punta di penna (Illich sapeva anche essere un straordinario scrittore), sostenuti da un gigantesco bagaglio culturale ed esperienziale. Libri nei quali una cupa visionarietà apocalittica riesce a convivere con la lucidità e con la volontà di scommettere sul futuro, sulla possibilità di ricostruire un mondo abitabile: una «terra», per usare una parola sua. Poliglotta e inesausto viaggiatore, cosmopolita dalla nascita, Illich ha creato un centro di ricerca a Cuernavaca, in Messico (il Cidoc, Centro Intercultural de Documentación), ha avuto (ed ha) discepoli disseminati nei quattro continenti. Ha suggerito, avviato, reso possibile un numero indefinito di importanti iniziative sociali e culturali in ambiti estremamente differenziati. Rappresenta una riferimento indispensabile per tutti coloro che vogliono vedere, capire, e soprattutto cambiare.
È stupefacente la scarsa attenzione consacrata, oggi in Italia, a questa grande figura. Quasi nessuno parla di Illich, qui da noi. La divulgazione dei suoi libri è affidata a piccoli e coraggiosi editori: Boroli, Eleuthera, o la Libreria Editrice Fiorentina. Da quest’ultima è stato recentemente pubblicato La perdita dei sensi, l’ultimo libro dato alle stampe dallo studioso, una raccolta di testi eterocliti composti da Illich nei suoi ultimi anni di vita. Alcuni di questi, i più personali, vibrano di una particolare, difficile emotività, qualcosa che ha senz’altro a che fare con ciò che Illich chiamava «l’arte della morte». La perdita dei sensi, insieme alla lunga intervista con David Cayley, è la migliore summa del pensiero di Illich. Il libro da cui cominciare. Ringrazio di cuore Giannozzo Pucci per avermi permesso di pubblicare su minima&moralia il testo che chiude il volume.

La perdita del mondo e della carne
(Lettera gratulatoria per l’ottantesimo compleanno dell’amico Hellmut Becker, direttore del Max Planck- Institut für Bildungsforschung di Berlino. Scritta il 19 novembre 1992.)

In passato si lasciava il mondo con la morte. Fino a quel momento si viveva nel mondo. Noi apparteniamo tutti e due alla generazione di quelli che sono ancora «venuti al mondo» – un mondo con una terra – ma che adesso rischiano di morire senza più i piedi in terra. Nella nostra generazione, a differenza di tutte le altre che ci hanno preceduto, abbiamo vissuto l’esperienza della rottura col mondo e con la terra.
In passato chi rinunciava al mondo prendeva il bastone del pellegrino e si metteva in cammino per Santiago a Compostela: poteva chiedere la stabilitas alla porta del monastero o mettersi a servizio dei lebbrosi. Il mondo russo, come quello greco, offriva la possibilità di diventare non solo monaco ma anche un pazzo santo e passare il resto della propria esistenza a chiedere l’elemosina facendo il buffone nell’atrio di una chiesa in compagnia di cani e mendicanti. Ma anche per gli estremisti della fuga dal mondo, il «mondo» restava la cornice sensoriale della loro transitoria esistenza. Il «mondo» rimaneva una tentazione, proprio per colui che voleva rinunciarci. La maggior parte di coloro che pretendevano di aver abbandonato il mondo si sorprendevano presto o tardi in flagrante reato di frode. La storia dell’ascetica cristiana è quella di un eroico tentativo di sincerità nella rinuncia a un «mondo» al quale l’asceta restava attaccato con ogni fibra del proprio corpo – lo testimonia mio zio Alberto che, prima di morire, si fece servire il Vin Santo imbottigliato l’anno della sua nascita.
Oggi le cose sono cambiate. L’era bimillenaria dell’Europa cristiana è finita. Il mondo, in cui è nata la nostra generazione, è passato. Non solo per i giovani ma anche per noi vecchi, è diventato incomprensibile, impalpabile. Certo i vecchi hanno sempre ricordato tempi migliori, ma questo non è una scusa perché noi, che eravamo vivi nei regimi di Stalin, di Roosevelt, di Hitler e di Franco, si possa dimenticare l’addio al mondo per cui solo noi siamo passati.
Ricordo ancora molto bene il giorno in cui sono diventato vecchio di colpo e per sempre. Non posso dimenticare le nuvole di marzo sul sole al tramonto e le vigne della Sammerheide fra Potzleinsdorf e Salmannsdorf vicino Vienna due giorni prima dell’annessione dell’Austria (Anschluss). Fino a quel momento mi era parso evidente che un giorno avrei dato dei bambini all’antica torre di famiglia sull’isola dalmata dei miei antenati. Dopo quella passeggiata solitaria, ciò mi parve impossibile. L’esilio del corpo dalla trama della storia l’ho vissuto a dodici anni, poco prima che da Berlino arrivasse l’ordine di mandare i matti alle camere a gas in tutto il Reich.
Parlare fra noi di questa frattura nell’esperienza del mondo e della morte, è un privilegio della generazione che ha conosciuto «il prima». Tu, Hellmut, sai di cosa parlo. Il destino mi ha reso, fin da molto giovane, un collega, un consigliere e un amico di uomini e donne nati vari decenni prima di me. Ho imparato così a lasciarmi edificare e formare da persone troppo vecchie per aver potuto partecipare a questa esperienza di disincarnazione. D’altra parte tutti i nostri studenti senza eccezione sono nati nell’epoca dopo Guernica, Dresda, Belsen e Los Alamos. Il genocidio e il progetto del genoma umano, la morte delle foreste e le colture idroponiche, il trapianto di cuore e il medicidio rimborsato dalla sanità pubblica sono tutti egualmente insipidi, inodori, inafferrabili e disincarnati.
La parodia delle feste dell’Avvento attorno ad un cadavere di Erlangen [1] celebra la disumanità di un mondo senza rapporti con una terra. Noi che siamo vecchi quel tanto che basta e ancora abbastanza giovani per avere vissuto la fine della natura, la fine di un mondo proporzionato ai sensi, dovremmo essere capaci di morire come nessun altro.
Ciò che è stato composto può decomporsi. Il passato può essere rievocato, ma Paul Celan sapeva che del crollo del mondo che abbiamo conosciuto noi, resta solo il fumo. Ho dovuto attendere l’arrivo del disco fisso virtuale del mio computer per trovare il simbolo di questa cancellazione irreversibile paragonabile alla cancellazione del mondo e della carne. Infatti la materialità carnale del mondo non scompare come un morto che si lascia dietro le linee nemiche e nemmeno si deposita come le rovine che affondano poco a poco in strati inferiori del suolo, no! Scompare come una riga che svanisce pigiando il tasto «cancella» del computer.
È per questo che noi, settuagenari, siamo testimoni unici che conserviamo in memoria, non soltanto nomi, ma delle percezioni che nessuno più conosce. Molti di quelli che hanno vissuto la rottura ne sono rimasti spezzati. Ne conosco che hanno reciso da soli il filo che li legava all’esistenza di prima della bomba atomica, di prima di Auschwitz e di prima dell’AIDS. Ancora a metà della loro esistenza sono diventati fino al midollo «viejos verdes», verdi invecchiati, che si comportano come se fosse ancora possibile essere dei «padri» in quella azienda di «reality show» che è diventata il «sistema». Ciò che sotto il Terzo Reich era ancora propaganda che poteva perciò essere banalizzata dalla pubblica opinione del sentito dire, ora si commercializza come un menu col programma del computer e con la polizza di assicurazione, o ancora come consulenze educative, di pompe funebri, di terapie anticancro o di terapie di gruppo per quelli che restano. E noi vecchi apparteniamo ai pionieri di questo nonsenso. Siamo gli ultimi della generazione che ha aiutato a trasformare i sistemi dello sviluppo, della comunicazione e dei servizi in bisogni universali. Le montagne di rifiuti che le nuove generazioni gettano in cielo come in terra, nella stratosfera e nelle falde freatiche, sono un pallida immagine accanto all’impotenza programmata che noi abbiamo contribuito a propagare.
Occupavamo già dei posti chiave quando la televisione cominciò a far scomparire la vita quotidiana. Io stesso mi sono battuto perché i programmi educativi dell’università fossero trasmessi nella piazza di ogni villaggio di Portorico, con la pioggia o col vento. Allora non immaginavo quanto la gestione imprenditoriale della comunicazione avrebbe anestetizzato i sensi e nemmeno prevedevo fino a che punto avrebbe barricato l’orizzonte. Ero ben lontano allora dall’indovinare che le previsioni meteorologiche del telegiornale della sera avrebbero scolorito ben presto il primo sguardo gettato dalla finestra la mattina presto. Per decenni ho trattato con leggerezza, senza indignarmi, astrazioni inconcepibili come: un miliardo di uomini rappresentati con un diagramma. Dal gennaio di quest’anno, la Deutsche Bank mi manda il mio estratto conto decorato con un grafico che permette di confrontare con un solo colpo d’occhio le mie spese al ristorante con quelle di cancelleria e materiali da ufficio. Così centinaia di minute informazioni, consigli professionali e atti amministrativi mi mostrano una reinterpretazione della mia conditio humana. Hellmut quando, più di vent’anni fa, abbiamo parlato insieme della «educazione continua», non potevo immaginare che l’integrazione dell’impresa educativa nell’esistenza quotidiana si sarebbe realizzata con una tale facilità, in maniera così liscia e soave.
La realtà dei sensi affonda sempre più sotto le pagine delle istruzioni programmate su come vedere, sentire, gustare. L’educazione alla sopravvivenza in un ambiente irreale comincia dai primi manuali scolastici e finisce col morente che si aggrappa ai risultati delle analisi mediche che gli vengono mostrate e giudica il suo stato di salute solo così. Eccitanti astrazioni hanno catturato le anime e hanno ricoperto la percezione del mondo e di noi stessi come federe di plastica. Me ne accorgo quando parlo ai giovani della resurrezione dei morti. La loro difficoltà non consiste tanto in una mancanza di fiducia quanto nel carattere disincarnato delle loro percezioni, in un modo costantemente distratto dal loro soma o carne.
In un mondo ostile alla morte, non ci si prepara più ad andare verso la morte, ma a morire senza andare da nessuna parte.
In occasione del tuo ottantesimo compleanno celebriamo l’amicizia che ci permette di lodare Dio per la realtà sensoriale del mondo reale, proprio nel nostro addio ad esso.

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Una Risposta to “La perdita del mondo e della carne”

  1. Marco Crestani Says:

    Appunti molto utili e stimolanti.

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