La scomparsa del Graal

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Sulle possibilità dell’archivio, la frammentazione della memoria, la nostalgia e il suo superamento. Intervista a Marco Giusti apparsa su Link 7.

di Fabio Guarnaccia

Più grande è l’archivio, più forte è il bisogno di dare senso ai frammenti. Questo è il lavoro di un autore-guida come Marco Giusti, creatore di Blob, Cocktail d’amore e Stracult tutti programmi che hanno a che fare con la memoria e il gusto dello spettatore. Oggi, però, il web mette in discussione questo ruolo. I frammenti cine-televisivi diventano accessibili a tutti in numero potenzialmente infinito; spettatori privi di consapevolezza storica accedono a questa raccolta, la usano, commentano e la rimontano senza più alcuna guida. È un bene? Un male? Sono domande che hanno ancora senso?

Partiamo da Blob e dal tuo rapporto con l’archivio televisivo.
In realtà tutto parte dall’amore per il cinema, più che per la tv. Quando affidi un programma a gente come me o Freccero, è inevitabile riportare a galla vecchi film e vecchi programmi tv come fossero cose nuove, perché siamo anche storici del cinema e della tv. Faccio un solo esempio. Quando i Cahiers du cinéma rileggevano John Ford agli albori della Nouvelle Vague, lo rendevano vitale per il presente e il futuro. Lo stesso fa oggi Quentin Tarantino quando rilegge Sergio Leone, gli spaghetti western o i vecchi film di kung fu: li rende vitali per oggi e «progetta»
il loro futuro con un nuovo linguaggio cinematografico. In qualche modo la nostra piccola rivoluzione dentro Blob è stata quella di riprenderci il materiale sia della Rai sia del cinema, e renderlo vivo per il momento stesso. Quando per spiegare un fatto politico inserivo un vecchio film o una vecchia battuta non facevo che trasformare quel frammento in un momento di «culto» per il presente. Cosa che i ragazzi capivano al volo e rielaboravano come loro stessi culti cinematografici attuali. Un atteggiamento molto sofisticato rispetto alla tv che si faceva allora. Blob è stato un progetto forte proprio grazie al suo approccio cinéphile e alla rimasticazione della tv del presente come fosse un racconto cinematografico. Ha usato il materiale tv vecchio come fosse vecchio cinema, da riprendere e rimettere in moto. Ecco, anche adesso che faccio Stracult il lavoro è simile. Stracult vive, oltre che sui ricordi del vecchio attore trovato chissà dove, sulle sue apparizioni televisive o su film assurdi, che diventano materiale nuovo per uno «straculto» attuale. Blob aveva però anche un carattere educativo: voleva spiegare cos’era la tv giorno per giorno, cioè il presente.

In un certo senso tutto era repertorio, il vecchio filmato e il programma del giorno prima.
La cosa buffa è che per me alla fine il repertorio partiva dal pezzo di un minuto prima. Questa abitudine mi ha reso quasi impossibile lavorare a programmi dal vivo per un po’ di anni, perché tendevo a vedere tutto, anche quello che stavo facendo, come se fosse già accaduto, parte della memoria. Il mio lavoro di autore era stato completamente assorbito dall’archivio: trovare, scegliere e rimontare. Dare un senso nuovo e originale a frammenti di un’altra epoca e di altri contesti. Non puoi costruire immagini «nuove» quando tendi a vedere il nuovo come parte di una cosa antica, una sua ri-composizione. E questo è stato una sorta di lascito, ma anche di degenerazione di Blob. Del mio Blob. Nei primi anni seguivo ogni aspetto del lavoro e non mi sono perso nemmeno una puntata. Penso che il periodo d’oro sia quello tra il 1992 e il 1994. Il mio rapporto con Blob era totalizzante, perché il programma era stato costruito seguendo il mio gusto. Stracult è tarato sul gusto dei fan del cinema B che hanno trenta o quarant’anni, Cocktail d’amore era per i fan della tv dagli anni Ottanta, ma Blob era fatto proprio sul mio gusto. Per questo l’ho visto come parte della mia vita. E, allora, mi assorbiva completamente.

Se dovessi rifare Blob oggi, lo rifaresti diverso?
Blob oggi è un programma vecchio, che ha perso gran parte del rapporto con il suo spettatore. È molto antipatico da dire, perché io sono uscito da Blob. Ma i programmi hanno un valore finché sono vivi, finché sono in contatto con uno spettatore ideale e riescono a catturarne di nuovi. Se un programma ripete sempre lo stesso schema e non colpisce più con gusto innovativo, è morto. Già nel 1992 secondo me Blob il meglio l’aveva dato in termini di innovazione, poi è diventato un grande programma di analisi politica. Oggi preferisco guardare Santoro.

Qual è la differenza tra i tuoi programmi e quelli recenti che usano l’archivio, come Tutti pazzi per la tele o I migliori anni?
Noi li abbiamo fatti in maniera un po’ più cosciente, un po’ più storica, andando a fondo nel gusto e nella memoria del pubblico. Un programma come Stracult o Cocktail d’amore prende lo spettatore di trenta o trentacinque anni e seziona il suo immaginario. In questo caso il repertorio è parte del suo amore, del gioco che intrattiene con la sua vita. È chiaro allora che non è un repertorio morto, ma vivo, che prende di petto l’interesse dello spettatore e lo colpisce subito. Cocktail andava dritto al segno, Amanda Lear incarnava la vitalità e la sensualità del repertorio stesso e in questo modo potevi arrivare dove volevi, creando contemporaneamente, per chi era un po’ più giovane, un gusto retrò che lo rendeva attuale.

Cosa ne pensi, proprio come prosecuzione naturale di questo approccio alla televisione, del lavoro che viene fatto su YouTube dagli utenti, andando a recuperare frammenti di televisione, isolandoli e mettendoli in contatto tra loro?
YouTube in realtà è al tempo stesso sia il massimo sogno di Blob – tutto quello che vuoi vedere, subito – sia la sua negazione, perché elimina il montaggio, e quindi l’autorialità. Il gioco di Blob era mettere insieme un frammento televisivo di Craxi con uno cinematografico di Bombolo: un gioco fatto dalla autorialità di te che monti, dal senso che vuoi dare attraverso il montaggio. YouTube ti fornisce solo il pezzo integrale, quindi il gioco è dello spettatore che sceglie cosa vedere e scopre, se è curioso, il repertorio; c’è qualcuno che cerca e qualcuno che mette in rete, fine della storia. C’è comunque un aspetto politico forte: in rete metto quello che voglio, non solo il programma che mi piace ma anche il frammento che per me ha maggiore significato. Quindi c’è ancora un lavoro politico, forse anche ideologico, sul repertorio, manca però, lo ripeto, la componente autoriale che era il fondamento di Blob. Se elimini questa parte vuol dire che il gioco è diventato un altro. Quando realizzavo VHS di comici di culto per Mondadori, mettevo insieme i frammenti e davo loro un percorso razionale, logico, storico. Costruivo una storia. Adesso non è più possibile. Non interessa più questo lavoro di interpretazione, ma soltanto avere a disposizione i pezzi integrali tra cui scegliere e da rivedere fino alla morte. Diciamo che è la vittoria del repertorio sul montaggio.

Aldo Grasso dice che gli elementi fondanti dell’archivio sono sì la quantità e la qualità dei contenuti, ma soprattutto la capacità di collegarli tra loro, quindi il ruolo dell’interprete che conosce l’archivio. Mi sembra che tu sia d’accordo…
Lo scopritore, l’Indiana Jones delle Teche o del cinema, ha proprio questa funzione, serve a portare a galla il filmato con un giovane Giuliano Ferrara, a renderlo vivo per te e a farlo diventare un culto nuovo. Quando Tarantino fa un film sui nostri film di guerra, rende vivo un materiale che lui studia e che è un materiale storico. Però dietro c’è una rielaborazione artistica. E questa rielaborazione che diventa nuovo gusto per lo spettatore del 2009 è diversa dal pezzo bruto che vuole il fan. In questo trovo che possa esserci un aspetto negativo della fruizione del repertorio attuale. Hai tutti i materiali delle tue ricerche davanti, ma chi ti dice quale cosa è più rara, più importante? Spesso è come essere di fronte a una biblioteca infinita senza indicazioni di percorso.

Ti sei fatto un’idea di come funziona la memoria dello spettatore, o meglio le diverse memorie generazionali dello spettatore? Il fan adesso vuole «materiale», ha già in qualche modo il suo culto e gli serve semplicemente alimentarlo.
Trovo che accadano cose molto buffe. Quelli che, come me, hanno circa cinquant’anni sono cresciuti in pieno Novecento, e lo conoscono bene: io so se quel film l’ha diretto Richard Thorpe o John Ford. Posso riconoscerlo da un’inquadratura. Lo spettatore di oggi, invece, conosce solo il presente e quelle «schegge» del passato che vengono rimesse in circolazione come se si vivesse in un sempre-presente. È per questo che dico che programmi come Stracult o come Cocktail hanno senso, perché «fanno ordine» nel gusto del pubblico storicizzando il repertorio. Ma quando ti limiti a mettere a disposizione l’archivio allo Spettatore Senza Memoria che caratterizza il presente, quel che accade è che un pezzo di Umberto Lenzi finisce per valere quanto uno di John Ford. Il tema è molto importante e ha pesanti conseguenze. Per quello spettatore non esiste più un divario storico tra le due cose; fatto questo impensabile per noi «vecchi» che abbiamo condotto aspre battaglie critiche su questi temi. Io, Ghezzi, Freccero, Tatti Sanguineti, Grasso, siamo tutti nati negli stessi anni, mentre quelli che sono venuti dopo hanno un’altra impostazione e un rapporto completamente differente con il passato. L’esempio classico è ancora Tarantino, che appunto può non amare John Ford perché è più giovane di noi, mentre adora Leone perché negli anni Settanta lo ha visto come noi vedevamo Ford, cioè come Cinema Puro, e lo leggeva primo regista postmoderno, cosa che dicevano già Jean Baudrillard e Bernardo Bertolucci, il primo che ha usato la citazione del cinema classico come parte del suo amore per un nuovo cinema. Ovvio che più vai avanti, più il quadro di riferimento storico cambia. Io vedo opere di artisti intorno ai trent’anni che usano il repertorio senza alcuna complicazione storica e temporale.

Il passato si schiaccia sul presente…
Diciamo che il passato è visto in un altro modo. Noi cinquantenni abbiamo un rapporto con il tempo e con la storia molto forte, un rapporto oggi scomparso perché i tempi sono più brevi rispetto a quello che abbiamo vissuto e poi rimesso a posto noi. Quando su YouTube vedi contemporaneamente uno spot che non hai mai visto prima e un qualcosa fatto invece di recente, tendi a metterli insieme, a stringerli assieme. Devi estraniarti dalla lettura immediata per fare una vera distinzione storica. Non è più immediata.

Se non c’è più una lettura storica dell’archivio, quali altri utilizzi si danno di questo materiale? Come gli stanno dando senso i nuovi spettatori?
Attraverso nuove forme artistiche. La confusione del materiale bruto su internet o nelle Teche Rai ha ancora bisogno di un artista, di un autore o di un movimento culturale che rimettano in gioco tutto e lo rendano un prodotto culturale nuovo. Ho visto, per esempio, nuovi artisti inglesi e americani che lavorano su repertori d’arte quasi nuovi e rimettono tutto in gioco. Penso a un finalista del Turner Prize, celebre premio d’arte inglese, Mark Lekhy, che gioca sulla forma rotonda da Felix a Homer Simpson e a Jeff Koons, usandoli per creare una nuova forma artistica. Il suo progetto è un mega-saggio, e questo è molto moderno ma anche molto autoriale, perché oggetto della sua arte è il suo gusto e la lettura che ne fa. Siamo sempre lì. A me piace Tarantino perché mi interessa lo studio che fa sul suo gusto proprio nel momento in cui rielabora un nuovo senso artistico. Però stiamo parlando di livelli molto alti di ristrutturazione autoriale. Blob, nel suo piccolo, era un saggio sulla tv strutturato come un racconto cinematografico e giocato con il montaggio dei suoi tempi, cioè in analogico. Tutto questo all’epoca aveva un senso e non era certo casuale. Per questo il suo impatto fu così forte.

Il sentimento dominante nell’utilizzo del passato, la nostalgia, sembra rimanere fuori dalle ultime cose che hai detto.
La nostalgia non esiste più. In queste cose non c’è più nostalgia, ma un’operazione sul gusto, una creazione del culto. Se non riesci a collocare qualcosa nel passato perché non l’hai conosciuta prima e la ritrovi mischiata al presente, la nostalgia non si dà. Ormai sono pochissime le cose che sono in grado di creare quell’effetto: le cose smettono di esistere troppo in fretta. Il loro ciclo di vita è accelerato. Forse un telefonino del 1998 sarà in grado di suscitare quel sentimento, perché non ce l’hai più davanti agli occhi. Però si tratta di un processo molto casuale: adesso hai tutto, anche quello che non possiedi più. Internet ha cambiato le cose. I nostri oggetti erano pochissimi, oggi invece siamo pieni di oggetti, di scarti della nostra infanzia, di cose, di piccoli culti.

E le varie operazioni nostalgia che comunque vengono fatte?
La mia nostalgia è per il 1961 o il 1962, ma è completamente inutile che ce l’abbia. Il fatto di scoprirmi ad avere un momento nostalgia diventa quasi una fruizione pornografica. Ovvio che pianga sulle merendine e i giocattoli del passato. Ma alla fine questo tipo di nostalgia è un peso che non mi serve. Io devo studiare, spostarmi rapidamente, studiare e capire ad esempio Le tartarughe Ninja, se voglio essere al tempo con la nostalgia del pubblico. Quando capisco il tuo gusto, la nostalgia è solo una parte del gioco. Altrimenti è troppo facile. Quando studiai Carosello, lo guardai tutto per un anno intero in 35 mm e feci una mostra, un libro, un programma ecc. Devo dire che Carosello mi colpiva basso: quando rivedi qualcosa che non hai visto per trent’anni è come un colpo allo stomaco, vedi quello che hai visto quand’eri bambino e rivedi te stesso bambino, il tuo mondo di allora. Ma quando questo viene portato a galla, il Graal scompare e si trasforma subito nell’effettino nostalgia. Una cosa che non mi interessa e che voglio combattere. A me interessa il mio gusto.

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