seminario sui luoghi comuni

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12. Se la montagna non va a Maometto

di Francesco Pacifico

In Uno, nessuno e centomila, Vitangelo Moscarda, erede benestante di un banchiere siciliano, precipita in una brutta crisi d’identità dopo essersi tagliato i baffi. Un’indagine furiosa su cosa pensano di lui i suoi conoscenti lo porta in territori insalubri per un borghese: a mettere in discussione se stesso, a sentirsi sparpagliato nei tanti sé rifratti negli occhi degli altri.
A un certo punto, a caccia di metafore, Vitangelo Moscarda ne trova una preziosa: un essere umano è come una montagna: la montagna ci dà la roccia e il legno per fare le case; sempre montagna rimane, ma di essa vengono asportate molte parti, con cui gli umani fanno ciò che vogliono. La montagna non perde la propria identità di montagna ma intanto… «quello che era un pezzo di montagna è diventato una casa».
Ma prima di aver spiegato la metafora, che equipara l’uomo a una montagna, Moscarda pare smarrire il filo del discorso: è rimasto affascinato non dalla montagna come simbolo dell’uomo, ma dall’uomo ingegnoso e fattivo che va alla montagna per scomporla in parti e farne ciò che vuole. Così improvvisamente non vediamo più la montagna come una gigantografia di uomo con riferimento al proprio illusorio senso di interezza, ma come campo d’azione in cui viene alla luce un’altra caratteristica interessante dell’uomo: la voglia di modificare, di rifare, e la tendenza all’insoddisfazione che sta alla base.
Il cortocircuito fa sì che il narratore si dimentichi e prosegua rapidissimo, dopo aver fatto fare ancora un giro su se stesso alla propria metafora, dandole una terza valenza: siccome in sostanza la montagna si trasforma in case e mobili dentro le case, si rende conto di star parlando di case, e dice ai suoi lettori: vedo che non capite di cosa sto parlando, «no, via, non abbiate paura che vi guasti i mobili, la pace, l’amore della casa». E con questo cambia discorso. Cambia discorso usando come pretesto questi mobili e ciò che rappresentano: la sicurezza di ciò che si ha e pertanto si è.
Come si può usare un’immagine in tre modi alternativi gli uni agli altri, modi che costringono a salti gestaltici per l’impossibilità di pensare le tre interpretazioni contemporaneamente, senza risultare inconmprensibili e ridicoli?
Secondo me in questo capitolo Pirandello ci riesce perché costruisce, mmm, la sua casa sulla roccia. La montagna di cui si sta servendo per la sua ennesima giravolta filosofico-narrativa è vivissima. Con un rapprto dettaglio-visione d’insieme degno dei fumetti di Chris Ware, Pirandello regala un mondo in una pagina, in cui c’è la montagna mutilata, le pietre scavate e disposte, la montagna che protesta e dice «non mi muove», mentre i carri tirati dai buoi la trasportano via da sé pezzo a pezzo. E poi i faggi, i noci, gli abeti, che diventano sedie, armadi, scaffali. E infine il miracolo descrittivo che fa entrare tutto in risonanza: con l’avvicinarsi della primavera, forse l’amico ramo del noce da cui fu tratta lamia seggiola comincia ad accorgersi del canto del cardellino, e all’unisono scricchiola.
Ho portato questo brano perché se letto e riletto può darci una grande lezione su cos’è l’astrazione e cosa sono le idee quando entrano in un romanzo. L’intuizione di Pirandello è profonda, e l’autore si abbandona a essa con tale fiducia che quella, ossia la montagna, decide di ricompensarlo con altri doni. Ѐ l’aver pensato fino in fondo al concetto di montagna che perde i pezzi ad offrire a Pirandello la possibilità di contemplare il mistero dell’homo faber nei paragrafi successivi. E le due idee, alternative una all’altra come dicevo prima, risuonano però di uno stesso senso: si capisce che una creatura che va fuori di testa per il fatto di chiedersi «chi sono», o «essere o non essere», è quella stessa che passa le giornate a ingegnarsi per trasformare la natura in utensili: il massimo dell’impratico e il massimo del pratico dicono insieme Ecce homo, in una maniera che l’età moderna occidentale ci dà sempre insieme: Compagnia delle Indie Occidentali e Shakespeare, DeLillo e Steve Jobs.
Se Pirandello non avesse pensato in maniera così dettagliata quella montagna non gli avrebbe parlato.

Da Uno, nessuno, centomila
di Luigi Pirandello

Avete mai veduto costruire una casa? Io, tante, qua a Richieri. E ho pensato:
«Ma guarda un po’ l’uomo, che è capace di fare! Mutila la montagna; ne cava pietre; le squadra; le dispone le une alle altre e, che è che non è, quello che era un pezzo di montagna è diventato una casa».
«Io» dice la montagna «sono montagna e non mi muovo.»
Non ti muovi cara? E guarda là quei carri tirati da buoi. Sono carichi di te, di pietre tue. Ti portano in carretta, cara mia! Credi di startene così? E già mezza sei due miglia lontano, nella pianura. Dove? Ma in quelle case là, non ti vedi? Una gialla, una rossa, una bianca; a due, a tre, a quattro piani.
E i tuoi faggi, i tuoi noci, i tuoi abeti?
Eccoli qua, a casa mia. Vedi come li abbiamo lavorati bene? Chi li riconoscerebbe più in queste sedie, in questi armadii, in questi scaffali?
Tu montagna sei tanto più grande dell’uomo; anche tu faggio, e tu noce e tu abete; ma l’uomo è una bestiolina piccola, sì, che ha però in sé quache cosa che voi non avete.
A star sempre in piedi, vale a dire ritta su due zampe soltanto, si stancava; a sdrajarsi per terra come le altre bestie non stava comoda e si faceva male, anche perché, perduto il pelo, la pelle eh! La pelle le è diventata più fina. Vide allora l’albero e pensò che ne poteva trar fuori qualche cosa per sedere più comodamente. E poi sentì che non era comodo neppure il legno nudo e lo imbottì; scorticò le bestie soggette, altre ne tosò e vestì il legno di cuojo e tra il cuojo e il legno mise la lana; ci si sdrajò sopra, beato:
«Ah, come si sta bene così!»
Il cardellino canta nella gabbietta sospesa tra le tende al palchetto della finestra. Sente forse la primavera che s’approssima? Ahimé, forse la sente anch’esso l’amico ramo del noce da cui fu tratta la mia seggiola, che al canto del cardellino ora scrìcchiola.
Forse s’intendono, con quel canto e con questo scriccholìo, l’uccello imprigionato e il noce ridotto seggiola.

Leggi le precedenti puntate del Seminario suoi luoghi comuni

11. La livella
10. Prima che il gallo canti mi avrai frainteso tre volte
9. La realtà nonostante l’autore
8. Scene di lotta di classe
7. Pettegolezzi
6. Culto della personalità
5. Il giovane moralista
4. Le leggi della fisica
3. Idiosincrasie di un protagonista
2. Compassione per la comparsa
1. Il viale per lo struscio

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