Morire di stato

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Con l’articolo seguente inizia una rubrica di sedimentazione mnemonica. Il 2009 è stato attraversato da una serie di scomparse che in un modo o nell’altro sembrano essere collegate da una Statalizzazione della morte. Si seguirà un preciso iter cronologico che a partire dalla morte di Eluana Englaro (passando per Francesco Mastrogiovanni, Stefano Cucchi, Brenda, e la Seconda Repubblica) si concluderà con la morte (avvenuta i primi giorni del nuovo anno) di undici emigrati/rimpatriati nel deserto libico. Sei momenti nei quali si tenterà di ricostruire la vicenda in esame cogliendone gli aspetti meno palesi; a volte si riprodurranno articoli comparsi in riviste e quotidiani italiani; altre, ci saranno delle canzoni a fissare temi non sempre scontati.
L’intenzione della rubrica non è un raccapricciante voyeurismo, bensì ricordare importanti cedimenti dello Stato di diritto, meno evidenti (e più occulti) di quanto avvenuto a Genova nel 2001 o di quanto, ogni giorno, continua ad accadere nelle legislative aule del Parlamento, quando non ridotte e spettatrici degli urgentissimi atti del Consiglio dei Ministri
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di Gianluca Cataldo

01. Decesso di Eluana Englaro 09/02/2009
Pubblichiamo di seguito un estratto di un articolo dal titolo «Testamento biologico», a cura di Chiara Lalli, apparso su Il mucchio selvaggio del mese di marzo.
Il punto di partenza, necessario e indispensabile, è la Costituzione. L’articolo 32 dispone: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

Eppure il disegno di legge in discussione contraddice tutto questo. La legge che ne deriverà sarà paternalista, pericolosa e inutile. Le ragioni principali sono: negare la possibilità di scegliere circa la nutrizione e l’idratazione artificiali (NIA) e rendere non vincolanti le nostre volontà scritte.
La discussione sullo statuto della NIA è una delle più idiote e insensate degli ultimi anni. Sono mesi che si dibatte: è un trattamento sanitario oppure no? Discussione idiota, si diceva, perché coloro che strepitano per il carattere assistenziale e non medico sembrano ignorare di cosa stiano parlando. Basti ricordare che l’avvio della nutrizione artificiale richiede un consenso informato, in cui si informa il paziente o un congiunto dei rischi. […]. La nutrizione, poi, richiede una attenzione nella gestione molto diversa da quella necessaria per cucinare e servire un pasto, anche il più complicato che si possa immaginare. Dalla premura per la sterilità degli strumenti usati (aghi, rubinetti, guanti), alla necessità di effettuare regolarmente le analisi del sangue. Chi non ha un sondino naso gastrico subisce un intervento chirurgico per inserire un port a cath, una valvola attraverso cui passa la nutrizione; oppure una gastrostomia endoscopica percutanea (PEG), ovvero un buco nell’addome. Qualunque sia il passaggio, è necessario fare attenzione alle infezioni e alla corretta diffusione di quel componente biancastro che contiene le sostanze nutritive.
Insomma, è difficile non considerare tutto questo come un atto medico. […]
Tuttavia, il disegno di legge in discussione definisce sostegno vitale la NIA e, implicazione gravissima, la sottrae alla nostra decisione: non può essere «oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento». Questo significa che finché siamo coscienti possiamo rifiutarci; appena non siamo più in grado di invocare un nostro diritto fondamentale qualcuno ci farà un buco da qualche parte o ci infilerà un sondino nel naso per nutrirci, anche se abbiamo espresso volontà contraria. Naturalmente per il nostro bene. Basterebbe ciò a rendere questa legge ripugnante. Ma non finisce qui. il testamento biologico non ha carattere vincolante. È quasi paradossale: se il mio volere non è vincolante perché dovrei perdere tempo a redigerlo? […]
I dibattiti tortuosi e l’agitarsi di vesti cercano di nascondere le vere sembianze di questo disegno di legge: un’insopportabile e sciocca violazione delle nostre libertà in nome di un diritto alla cura che diventa dovere, e della sacralità della vita che diventa, per alcuni, intollerabile supplizio.

Intermezzo musicale

Viso risorgimentale
(ulteriori considerazioni personali sui latifondi)


Un vecchio mi ha detto che ho un viso risorgimentale, probabilmente per via della barba, e ha iniziato a parlare di Pasolini in maniera precisa ma dozzinale. Aveva un cappello con scritto “sexy”. Gli avevo appena ceduto il posto e lui aveva insistito per tenere sulle gambe il mio zaino. All’inizio ho pensato che volesse rubarlo. Poi, che volesse eiacularci sopra. La diffidenza è più che un istinto, è una stramaledettissima disfunzione elettorale. Poi, una signora che era con lui mi ha chiesto di che segno fossi. Era lei l’esperta di queste cose. Aveva le labbra e le unghie rosse. Io ho glissato sul libro che tenevo tra le mai e il vecchio mi ha chiesto cosa fosse l’entropia. In soldoni, il motivo per cui se un piatto cade si rompe, ho risposto leggermente a disagio e forse con una metafora poco azzeccata.
Spero che come spiegazione gli sia bastata.
Ero uscito per consegnare un paio di manoscritti corretti, i più piccoli, giusto per incassare pochi spiccioli, la miseria quantificabile in errori ortografici e norme redazionali applicate. L’orrore della prosopopea spiegata. Incrociai Sara in cucina, incupita, mentre giocherellava con le molliche di pane. Le comprimeva con violenza e le sue impronte sformavano le graziose palline che il resto delle dita, capaci di delicatezza, aveva formato e allineato come esercito di glutine poco prima. Passai oltre, e sulla strada verso la sede della redazione mi ritrovai invischiato, mio malgrado, nella gelatina d’opinioni più o meno viziate che l’Italia tutta sfornava in quel periodo sospeso tra la vita e la morte. Non quella dell’Italia. Né quella degli opinionisti, ovviamente. Altre morti, più emotive, più lunghe. Evitai ogni striscione, ogni definizione, ogni ruolo. A me premeva un altro punto.
Vassalli, valvassori, valvassini.
Vassalli i vescovi depositari infallibili di una legge giusta e superiore a quelle comunemente accettate dai civili in abiti quotidiani e per niente carnevaleschi.
Valvassori i partiti e uno Stato prima di loro che aveva creato una sacca di sacertà al centro dell’Italia. Una voragine del diritto, per estensioni e sottigliezze più profonda del buco nero repressivo che si era creato per collasso di materia e ideologie a Genova. Più pericoloso perché incontrollabile sul terreno del quale si arrogano il diritto di scegliere se e in quale ordine gerarchico rispetto la loro di legge. Valvassori perché pagano gabella al porpora disincantato.
Valvassini gli incomprensibili nanetti multiforme che inneggiano preghiere e condannano agli inferi altri valvassini non meno stralunati e invasivi.
Ma a me non premeva neanche questo durante quella sfilata defilata per la città in fermento. Quello che mi schiacciava lo stomaco era il dispensatore di terre. Vassalli, valvassori e valvassini di cosa? Di chi? Risalendo la scala gerarchica si arrivava a dio. Era incredibile come in tutta quella vicenda si desse per assodata la sua presenza, la sua volontà e, prima di ogni possibile anatema, la sua esistenza.
Arrivato alla casa editrice consegnai e riscossi.
Sul tram quel vecchio mi disse che ho un viso risorgimentale. Aveva solo sbagliato epoca.
Rientrato in casa trovai Sara appisolata sul divano, due bicchieri rotti, una sedia rovesciata e a terra un tappeto calpestato di briciole.
Entrai in camera mia e richiusi la porta. Non volevo svegliarla, vassallo dell’inedia. Non volevo intervenire io, valvassino della codardia.

testamento biologico.ilcannocchiale.it

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