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Non posso smettere di continuare, continuerò

aprile 2, 2010

Questo pezzo è apparso nel numero di marzo dello Straniero.

di Nicola Lagioia

Coltivare l’idea che il sistema culturale di un paese del primo mondo possa stringere rapporti puerili con il mondo del potere è una pia illusione o – al massimo – il rifugio degli ipocriti. Competizione, prevaricazione e narcisismo ci inchiodano sempre più spietatamente alla croce della rispettabilità sociale, e dunque perché mai il mondo delle lettere, del teatro, del cinema, dell’arte dovrebbe esserne immune? Accertata la pervasività crescente di questo tipo di clima (ansia da successo rincorso, logoramento da successo ottenuto, frustrazione da successo perduto o mai avuto, in ogni caso trionfo delle benzodiazepine), in attesa di una bonifica su larga scala la differenza come al solito si gioca sulla vita e sulle opere dei singoli, a seconda che si lascino contagiare e poi travolgere dalla forza distruttiva dell’ordine sociale appena descritto o, al contrario, escogitino stratagemmi per sfuggirvi o meglio ancora educhino il proprio nucleo indistruttibile a non farsene nemmeno contagiare.
A tal proposito, sono almeno tre i libri usciti in Italia negli ultimi tempi che affrontano la questione. Si tratta di piccoli libri a firma di tre scrittori (Juan Rodolfo Wilcock, Aldo Busi, Thomas Bernhard), e si possono intendere come altrettanti specchi della loro vita davanti al problema del rapporto col potere.

Il reato di scrivere di Juan Rodolfo Wilcock, ben curato da Edoardo Camurri che ne scrive anche la postfazione, è una silloge degli interventi dello scrittore argentino che adottò il nostro paese e ancor di più la nostra lingua: rapide riflessioni e più distesi ragionamenti sul piccolo mondo delle lettere nostrane scritti e pubblicati negli anni Sessanta e Settanta per La voce repubblicana, Tempo presente e Il Mondo di Pannunzio. Sia che si occupi di premi letterari, sia che analizzi vizi velleità e legittime aspirazioni dell’intellettuale italiano da dopo-boom, sia che provi a ragionare di morte del romanzo (che Wilcock trova impossibile – e dunque ridicoli i de profundis dei critici – almeno fino a quando il bisogno di raccontare non sarà estirpato dalle radici dell’umano a quel punto già diversamente umano), o di morte della poesia (che invece trova più plausibile, in corrispondenza della morte di Dio, finch’essa dura e sempre che sia definitiva), Rodolfo Wilcock non veste i panni del furibondo fustigatore di costumi ma avanza tra la mediocrità e i poveri veleni e la crescente stupidità dei colleghi armato solo di un acume ben temperato, di una cultura eurocentrica tanto più amata quanto più data per spacciata, e di un’intelligenza tiepidamente dolente e troppo delicata per far sorgere il sospetto di una qualche strumentalità. Insomma, Wilcock incarna molto bene una delle due declinazioni (la più moderata) di una specie intellettuale rara e a quasi esclusivo appannaggio di chi vanta natali entro i confini del nostro paese: l’antitaliano. Leggendolo a trenta e più anni di distanza, se ne esce costernati e consolati allo stesso tempo: da una parte, la conferma di quanto sia profondo il sonno della ragione (e dell’onestà, e della vera sensibilità) da cui è affetto il sistema culturale del nostro paese, dall’altra la consapevolezza che in passato non si stava tanto meglio.
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