Non posso smettere di continuare, continuerò

by

Questo pezzo è apparso nel numero di marzo dello Straniero.

di Nicola Lagioia

Coltivare l’idea che il sistema culturale di un paese del primo mondo possa stringere rapporti puerili con il mondo del potere è una pia illusione o – al massimo – il rifugio degli ipocriti. Competizione, prevaricazione e narcisismo ci inchiodano sempre più spietatamente alla croce della rispettabilità sociale, e dunque perché mai il mondo delle lettere, del teatro, del cinema, dell’arte dovrebbe esserne immune? Accertata la pervasività crescente di questo tipo di clima (ansia da successo rincorso, logoramento da successo ottenuto, frustrazione da successo perduto o mai avuto, in ogni caso trionfo delle benzodiazepine), in attesa di una bonifica su larga scala la differenza come al solito si gioca sulla vita e sulle opere dei singoli, a seconda che si lascino contagiare e poi travolgere dalla forza distruttiva dell’ordine sociale appena descritto o, al contrario, escogitino stratagemmi per sfuggirvi o meglio ancora educhino il proprio nucleo indistruttibile a non farsene nemmeno contagiare.
A tal proposito, sono almeno tre i libri usciti in Italia negli ultimi tempi che affrontano la questione. Si tratta di piccoli libri a firma di tre scrittori (Juan Rodolfo Wilcock, Aldo Busi, Thomas Bernhard), e si possono intendere come altrettanti specchi della loro vita davanti al problema del rapporto col potere.

Il reato di scrivere di Juan Rodolfo Wilcock, ben curato da Edoardo Camurri che ne scrive anche la postfazione, è una silloge degli interventi dello scrittore argentino che adottò il nostro paese e ancor di più la nostra lingua: rapide riflessioni e più distesi ragionamenti sul piccolo mondo delle lettere nostrane scritti e pubblicati negli anni Sessanta e Settanta per La voce repubblicana, Tempo presente e Il Mondo di Pannunzio. Sia che si occupi di premi letterari, sia che analizzi vizi velleità e legittime aspirazioni dell’intellettuale italiano da dopo-boom, sia che provi a ragionare di morte del romanzo (che Wilcock trova impossibile – e dunque ridicoli i de profundis dei critici – almeno fino a quando il bisogno di raccontare non sarà estirpato dalle radici dell’umano a quel punto già diversamente umano), o di morte della poesia (che invece trova più plausibile, in corrispondenza della morte di Dio, finch’essa dura e sempre che sia definitiva), Rodolfo Wilcock non veste i panni del furibondo fustigatore di costumi ma avanza tra la mediocrità e i poveri veleni e la crescente stupidità dei colleghi armato solo di un acume ben temperato, di una cultura eurocentrica tanto più amata quanto più data per spacciata, e di un’intelligenza tiepidamente dolente e troppo delicata per far sorgere il sospetto di una qualche strumentalità. Insomma, Wilcock incarna molto bene una delle due declinazioni (la più moderata) di una specie intellettuale rara e a quasi esclusivo appannaggio di chi vanta natali entro i confini del nostro paese: l’antitaliano. Leggendolo a trenta e più anni di distanza, se ne esce costernati e consolati allo stesso tempo: da una parte, la conferma di quanto sia profondo il sonno della ragione (e dell’onestà, e della vera sensibilità) da cui è affetto il sistema culturale del nostro paese, dall’altra la consapevolezza che in passato non si stava tanto meglio.

Ecco per esempio cosa scrive Wilcock dei premi letterari: «Si suppone che A, B e C siano tre scrittori, i quali si presentino a un premio letterario. La giuria ragionerà così (o in qualche altro modo paragonabile): benché A sia più grande di B e B più grande di C (grande è migliore scrittore), noi siamo purtroppo costretti a dichiarare che il più grande dei tre è B, perché l’anno scorso non ha ricevuto alcun premio letterario, perché gli altri due scrivono su uno dei quattro giornali rimasti in Italia sgraditi alla sinistra, o perché il figlio di B ha fatto un film che è molto piaciuto ai sindacati». Ed ecco evidenziata la pericolosità sociale dell’intellettuale in carriera: «siccome l’arrivista è un essere insicuro, la cultura dell’arrivismo è anche una cultura dell’insicurezza. Da ciò derivano i tratti talvolta psicopatici che si osservano nell’arrivista, tendente soltanto a procurarsi un successo che gli sembra irraggiungibile mediante un comportamento sociale veramente costruttivo. Le caratteristiche stesse del mondo intellettuale fanno sì che qui il comportamento arrivista raggiunga livelli di alta sofisticazione distruttiva».
Per quanto riguarda le miserie della critica, Wilcock a un certo punto fa notare come (molto onestamente, e seriamente) una volta l’anno il «Times Literary Supplement» – facendo sfoggio di un’autocritica da noi quasi del tutto sconosciuta – facesse ristampare le recensioni con cui lo stesso settimanale aveva accolto, al momento della loro uscita, quelle poi rivelatesi come le migliori opere del primo Novecento («Eliot preso in giro; D.H. Lawrence dichiarato: “il peggiore degli scrittori giovani”; più di due terzi delle opere più notevoli di quei cinquant’anni mai recensiti…»). Ma proprio prima che la raffinata costernazione di Wilcock – ed è questo che fa di lui un antitaliano moderato – rischi di ingrossarsi nell’invettiva, che non di rado è l’anticamera del cinismo e della disperazione, l’autore italoargentino fa retromarcia, spogliandosi degli abiti del censore e auspicando che la forza improbabile dei fatti smentisca le sue idee. Per esempio, dopo aver ragionato in modo sentito e dolente della morte della poesia, che Wilcock associa come dicevamo al tramonto dell’era teologica così come essa è durata per anni, a un certo punto scrive: «vorrei però che tutto questo fosse un’ipotesi sbagliata (non si può essere pessimisti e desiderare inoltre di avere ragione)».

Chi invece ha ragione e si straccia continuamente le vesti per ribadirlo è Aldo Busi, un antitaliano radicale (e cioè arrabbiato, millenarista pur nel fortino di un laicismo a oltranza che suonerebbe scontato in Francia e stucchevole in ogni altra parte del mondo, ma che ha le sue ragioni nel regime di amministrazione controllata che il Vaticano tenta spesso di esercitare sul nostro paese), talmente radicale nel suo disprezzo del carattere nazionale da rischiare la sovrapposizione con gli arcitaliani dell’uomo qualunque, se non fosse che a dividerlo da questi ultimi c’è un fossato insuperabile: lo stile. Sabotato continuamente dalla forbita quanto fiorita prevedibilità del personaggio pubblico, lo scrittore Aldo Busi ha regalato alla lingua italiana alcuni libri di grandissimo pregio, come Seminario sulla gioventù, Vita standard di un venditore provvisorio di collant, Sodomie in corpo 11 – tutti pubblicati in un lasso di tempo strettissimo –, seguiti con diluizione cronologica e di genio da romanzi comunque molto belli, come Vendita galline Km2 o Casanova di se stessi. Dalle avventure di Barbino a quelle di Angelo Barzanovi o di Delfina Unno Pastalunghi, l’estetica nei libri di Busi era davvero l’altra faccia (anzi, la medesima) di un’etica armata di tutto ciò che le bastava – la propria solitudine – per affrontare a viso aperto ciò che fa ancora dell’Italia il paese manzoniano di un Seicento interminabile: furbetteria, ipocrisia, servilismo, ricerca continua di un vincitore da soccorrere. Poi però (e questo lo si nota leggendo i suoi libri successivi, non guardandolo in tv) qualcosa in Busi si deve essere rotto: l’impressione è che la pressione crescente esercitata dall’ambiente esterno man mano che lo scrittore si inabissava nella palude italica abbia incrinato a un certo punto persino le paratie di una struttura solida come la sua. La conseguenza è questo Aaa! appena pubblicato da Bompiani – per chi ama Busi, un referto esistenziale più che una vera e propria raccolta di storie brevi. Sia che racconti di un immigrato che fa l’amore a pagamento circondato dalla nuova xenofobia tricolore, sia che si proponga come cervello in fuga a Carla Bruni, l’immagine di Busi che ne vien fuori (e qui l’incrinazione della struttura di cui dicevo fa sì che la finzione di lingua, struttura e pseudonimi non sia quasi più sufficiente a proteggere l’alter ego romanzesco dall’uomo in carne e ossa e nervi) è quella di un essere solo, che non esce più di casa, cha smesso di amare, di fare sesso, di coltivare sincere amicizie, autoemarginatosi per (sacrosanta) esasperazione dal consesso poco civile che lo circonda, rancoroso nell’ostentare la sua mancanza di rancore, e troppo disperato per sperare ancora di soffrire almeno un po’. Dal momento che l’Italia è sempre più un posto di merda, sembra ripetere in continuazione, allora farete a meno di me, o al massimo vi accontenterete del giullare televisivo. Visto che non siete capaci di leggere, di votare, di pagare le tasse, di non rubare, di non coltivare vizi privati e pubbliche virtù, di non essere omofobi, fascisti e clericali, di non prostituire continuamente la vostra dignità sugli altarini del ‘tengo famiglia’, allora non mi meritate, e soprattutto non meritate il più alto contributo che uno come me potrebbe ancora dare a un paese come questo: un altro grande libro. Ma è sufficiente non avere mai rubato in vita propria per autoconfinarsi nel «tutti rubano»? E soprattutto… il dramma è che «un altro grande libro» Busi non sarebbe probabilmente più in grado di scriverlo proprio perché ha fatto del suo (ripetiamo, comprensibile) gran rifiuto una malattia, cronicizzando la solitudine in solipsismo e il dispetto iniziale in perdita collettiva: la nostra e la sua, quella cioè di non poter usufruire (noi e lui) in modo pieno di uno scrittore della sua statura.

Ecco – per tornare all’inizio del discorso – come il potere può contagiare per contrario persino chi l’ha sempre disprezzato. Ma se Aldo Busi si è «lasciato autoemarginare dal potere« (il che vuol dire che un effetto il potere su di lui l’ha comunque esercitato) e Juan Rodolfo Wilcock se ne è lasciato almeno un po’ intristire – una sapida malinconica arguta intelligenza sudamericana spiaggiata su ciò che resta dell’Europa –, Thomas Bernhard, alla luce de I miei premi (pubblicato per la prima volta in Italia in questi mesi) sembra parlare una lingua che vive sì nel mondo stupido e mediocre dell’intellighentia europea – in questo caso quella austriaca – ma è talmente aliena rispetto a quest’ultima (una lingua e dunque un’attitunine marziana al proprio tempo, o forse una lingua minore, kafkianamente parlando) da risultare salvificamente impermeabile. I miei premi è la storia autobiografica dei premi letterari vinti dal suo autore, e dunque di conseguenza la cronaca di tutte le umiliazioni, i malintesi, le pantomime, le offese che il povero Bernhard è costretto subire nell’andarli a ritirare. In maniera non diversa da ciò che potrebbe accadere in Italia, a ogni premio letterario corrisponde una giuria composta prevalentemente da totali incompetenti, criteri di assegnazione basati più che sul valore dell’opera premiata su complicati giochi di politica in senso lato (talvolta persino incomprensibili alla stessa giuria, che infatti per errore premia persino Thomas Bernhard), e cerimonie oltre i limiti del ridicolo che potrebbero trovare posto nella Cacania di Musil. La cosa meravigliosa è che, nonostante (a differenza di Busi e perfino di Wilcock) Thomas Bernhard autodenunci la propria correità per il semplice fatto di andare a ritirare quei premi, specie perché questo gli consente di tamponare la sua cronica mancanza di denaro (o perché – ma è l’edonismo degli innocenti – può coronare il sogno di una Triumph Erald rossa), poi però, quando si trova a ricevere effettivamente l’assegno o la targa o la medaglietta dalle mani del notabile di turno, a quel punto accade sempre qualcosa che manda tutto all’aria. Malintesi, incomprensioni, addirittura incidenti clamorosi tra l’individuo premiato e il moloch premiante. Accompagnato dalla zia, spalla perfetta di un duo comico, Bernhard porta nelle asfittiche stanze del potere la slapstick comedy. È come se uno dei fratelli Marx (Bernhard) e una versione femminile di monsieur Hulot (sua zia) irrompessero sottobraccio tra ministri, carampane e servi gallonati portando scompiglio non a causa di una precisa volontà, ma perché la loro natura è – come materia e antimateria – fisicamente incompatibile con quella dell’apparato che vorrebbe celebrarli. Emblematico da questo punto di vista il Premio nazionale austriaco per la letteratura, che Bernhard ricevette nel 1968 per Perturbamento: il discorso pubblico tenuto dallo scrittore in occasione del conferimento fece andare su tutte le furie il ministro della cultura austriaco, che abbandonerà la sala della premiazione accendendo la miccia di uno scandalo che si guadagnerà le pagine dei giornali nelle settimane successive e che tuttora vive nella mitologia degli adepti di TB. Eppure, se si legge il discorso di Bernhard, non c’è nulla di esplicitamente offensivo nei confronti dei presenti – nulla delle invettive di un Busi, per esempio, e men che meno di quelle di un Pasolini –, a guardar bene è anzi un discorso che rasenta l’assurdo (questo per intenderci l’attacco: «egregio signor ministro, egregi convenuti, non c’è nulla da lodare, nulla da condannare, nulla da denunciare ma molto è ridicolo: tutto è ridicolo, se si pensa alla morte. Si attraversa la vita turbati, imperturbati…» e così via), un discorso che, ipotizzo, a un certo punto il ministro non riesce più istintivamente a sopportare, e non perché le parole di Bernhard puntino scientemente il dito contro la sua autorità come sarebbe ad appannaggio di qualunque polemista dalla buona penna, ma perché con la sua autorità di uomo di potere queste parole sono totalmente incompatibili, e dunque – alleggerite dalle zavorre dello sforzo di volontà – proprio per questo riescono a rovesciarla.
Che Thomas Bernhard detesti l’Austria è palpabile in quasi ogni suo libro. Ma non è questo l’aspetto più interessante della sua posizione: il suo biasimo verso le miserie del luogo e del tempo in cui gli è dato di vivere è sempre farsesco, volutamente non attendibile – quel che conta davvero sta invece dietro. E dietro c’è l’indistruttibilità dei personaggi di Kafka, la loro pazienza, sempre vincente rispetto al potere anche quando essi vi soccombono, una pazienza che discende ovviamente da quella di Giobbe. Così, mentre Juan Rodolfo Wilcock sembra reinterpretare la celebre sentenza beckettiana («non si può continuare, proverò a continuare») e Aldo Busi la disconosce orgogliosamente («non posso continuare, non continuerò»), è Thomas Bernhard a risultare il meno toccato dall’artiglio del potere: non posso smettere di continuare, continuerò!

Annunci

Tag: , , , , , , , ,

4 Risposte to “Non posso smettere di continuare, continuerò”

  1. azzurra Says:

    bel pezzo!

  2. rosamaria Says:

    Bellissimo pezzo.

  3. Laura Says:

    molto interessante.Ho imparato qualcosa su questi autori, e ho trovato interessante (e chiara)la declinazione del rapporto autori-poteri secondo tre punti di vista esperienziali.

  4. pantomime Says:

    Wow, that’s what I was looking for, what a material! existing here at
    this weblog, thanks admin of this site.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: