Pazienza e Astarte

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Questo pezzo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno

di Alessandro Leogrande

Più passa il tempo, e più ci si accorge di quanto Andrea Pazienza sia stato importante nella storia del disegno italiano. E non solo nel disegno, ma anche in quella particolare forma d’arte che definiamo «romanzo per immagini», o «graphic novel». L’inventore di Penthotal, Zanardi, Pompeo e di un mucchio di altre storie per Linus, Alter, Il Male, Cannibale, Frigidaire è stato un maestro nel mescolare parola e immagine, dialoghi e ritratti, lavorando ora sul dettaglio, ora sul montaggio. Le storie di Pazienza non possono essere lette semplicemente né come una galleria di immagini geniali, né come una serie di pagine in cui il linguaggio viene reinventato, frullato, dilatato. Sono l’uno e l’altro insieme. E oggi – come ammesso da molti dei disegnatori contemporanei, Gipi in testa – il «graphic novel» italiano non avrebbe intrapreso alcune delle strade che ha intrapreso, se non ci fosse stato il genio di Pazienza ad aprire un varco. Un genio da imitare, rifiutare o superare, a seconda dei momenti, ma la cui influenza non si può ignorare o aggirare facilmente.

Purtroppo Pazienza è morto troppo presto: a 32 anni, nel 1988. Colui che era cresciuto a San Severo, per poi trasferirsi a Pescara e nella Bologna del Dams e della controcultura, colui che aveva attraversato il ’77 e l’eroina, raccontandoli e vivendoli entrambi sulla propria pelle, è ora un eterno ragazzo che ci parla da un’epoca remota. Eppure lo fa con storie di un’attualità disarmante, raccontate con una modernità disarmante, in cui l’irriverenza, l’esplosione di una risata e il dolore di vivere sembrano legati insieme a filo doppio.
Bene ha fatto la Fandango libri a decidere di ripubblicare tutte le sue opere. Negli ultimi anni, oltre alle storie di Zanardi e a un ottimo saggio critico di Oscar Glioti, Fumetti di evasione. Vita artistica di Andrea Pazienza, la casa editrice aveva ripubblicato Una estate. Saint’mnà, spiagge contigue e le altre bellezze del Gargano, dove «Saint’mnà» – da pronunciare in dialetto – sta per San Menaio, la frazione di Vico del Gargano dove aveva passato per molti anni le sue estati insieme alla famiglia. E per capire che gran scrittore fosse Pazienza, e come il testo invadesse le sue tavole dilatando la descrizione, si provi a rileggere un brano come questo: «Siamo di San Severo, in provincia di Foggia, e da San Severo il Gargano dista solo due passi. Il Gargano è una montagna sacra. Nel suo interno, divampano credenze bestiali, per i suoi sentieri arrancano ancora colonne di muli stracarichi, le apparizioni di santi e angeli e madonne si moltiplicano e si sommano col passare degli anni, un abitante su tre ha avuto visioni, una famiglia su tre ha in casa un miracolato».
Il mese prossimo la Fandango ripubblicherà Pertini, l’insieme di tavole satiriche che Paz ha dedicato alle avventure del «compagno Pert», mentre in questi giorni ha riproposto (con prefazione di Roberto Saviano) l’ultimissima opera scritta e disegnata dall’artista prima di morire: Storia di Astarte.
Astarte, un molosso nero gigantesco, è il cane da guardia di Annibale. Attraverso i suoi occhi, e la sua breve esistenza, Pazienza avrebbe voluto raccontare la Seconda Guerra Punica, l’avanzata del condottiero cartaginese attraverso l’Italia. Purtroppo del lavoro rimangono solo alcune tavole: scene in cui il gusto del dettaglio raggiunge la perfezione, la scrittura è asciutta, il montaggio incalzante. Il racconto si interrompe alle battute iniziali, subito dopo la prima battaglia del Ticino, e quindi molto prima della battaglia di Zama, dove Astarte sarebbe dovuto morire. Ma basta questo accenno di romanzo per capire l’idea di fondo che muove la macchina narrativa: fare la controstoria di una controstoria. Non solo, cioè, raccontare la Seconda Guerra Punica dalla parte degli africani, anziché dalla parte dell’egemonia romana, ma farlo attraverso la prospettiva di un non-umano, di un cane aggregato all’esercito e addestrato al combattimento.
È un peccato che Pazienza non sia arrivato a raccontare la battaglia di Canne (dove la guerra sembrò pendere decisamente dalla parte di Cartagine) o l’arrivo di Annibale a Taranto, la più anti-romana e filo-africana delle città italiane che, per punizione, sarebbe poi stata fatta saccheggiare e passare sotto le armi da Quinto Fabio Massimo. Due settimane dopo aver iniziato Astarte morì.
Oggi non si possono capire fino in fondo le sue tavole senza ricondurle ai tormenti della sua generazione. Più di altri, Pazienza è stato capace di raccontare non solo l’irrequietezza, ma anche il vicolo cieco del riflusso, la tentazione delle droghe e la dipendenza che ha distrutto molti. Ha colto i sintomi di una sconfitta generazionale, un passaggio delicato che ha riguardato tanti, e che lui per primo non è stato in grado di reggere. Introducendo una sua raccolta uscita postuma, una volta Beniamino Placido scrisse: «Andrea Pazienza ha cantato (dipinto, descritto: dica ciascuno come vuole) questa sensazione-situazione giovanile di appassionato amore per il mondo e di anticipata rinuncia al mondo. Tanto il mondo non ci vuole. Poi forse non ci interessa nemmeno. Comunque, non ce la faremo mai».

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