La solitudine di Busi

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Cari amici di minima&moralia, oggi, in assenza della rubrica di Francesco Pacifico (che riprenderà dal prossimo martedì), torniamo a parlare di Aldo Busi; non tanto della sua breve esperienza di naufrago del tubo catodico, quanto del suo stile appassionato, della sua forma scandalosa, della sua lingua ossessionata di comunicare l’urgenza dell’esistere, dei suoi romanzi, della sua letteratura.

di Stefano Jorio

Quando nell’Italia degli anni 80 Aldo Busi cominciò a pubblicare i suoi romanzi, in molti gridarono allo scandalo. E avevano ragione, anche se di quello scandalo avevano frainteso tutto. Lo accusarono di pornografia senza pensare che la pornografia è una tecnica di rappresentazione e non un tema narrativo. Lo accusarono di volgarità senza considerare che la volgarità esiste solo per le persone volgari. Non lo sapevano, ma a scandalizzarli era una cosa diversa: Seminario e Sodomie e gli altri cadevano sulla letteratura e sulla società italiana al modo dei capolavori, nei quali la lingua e la forza dell’immaginazione sono un grimaldello in grado di scoperchiare un intero universo sentimentale e cognitivo. Lo scandalo non può nascere da libri inerti. Il cazzo e la fica, con la loro disarmante elementarità, non infastidiscono nessuno nelle pagine già morte. E invece la passione, la perfezione, l’ossessione formale di Busi avevano questo di scandaloso: rendevano vive e vere e brucianti le esperienze che raccontavano. Erano una lettera minatoria spedita alla letteratura italiana.
La lingua di Busi non descriveva il reale, non era l’atto archivistico del romanziere che intende il mondo come fondale già dato per l’ambientazione di una sequenza pianificata a priori. Nell’atto stesso dello scrivere Busi innervava l’universo dall’interno, lo lasciava respirare e venire alla luce grazie a una rete verbale tanto fanatica e capillare da scoprirlo progressivamente a misura del suo addentrarsi in esso. Lo creava all’istante come cosmo sonoro e spazio mobile nel quale batteva inesausta l’urgenza dell’esistere. «In principio era il Verbo»: non è mai stato tanto vero. La sconfitta, la solitudine, la gioia, il piacere, il rigore, il furore, il livore: Pochi come Busi, negli ultimi trenta anni, hanno unito una tecnica eccelsa, il genio dell’invenzione linguistica e l’intuizione che chi vuole scrivere davvero non può trincerarsi nella biblioteca di casa.

Ma i libri di Busi furono molto più di un caso letterario e di costume. Quei romanzi, quelle cronache furono una catastrofe vera, stordirono e sconvolsero un’intera generazione. Quanti possono essere i libri catastrofici della nostra vita? Cinque, dieci, quanti? Pochi, in ogni caso. Perché quando un libro ti investe con la forza di una catastrofe, niente resta come prima. Niente resta impunito. Vanno riviste le prospettive, ricalibrate le attese. E la letteratura smette di essere un giochino per accademici: diventa una roba seria e – ad ascoltarla davvero – anche pericolosa: nell’implodere delle coordinate la sua voce ti obbliga a fare delle cose, ti fa capire che non puoi restare a guardare. Nel crollare delle macerie si sente l’odore del sangue, di chi l’ha scritta ma anche di chi la legge. Quella generazione avrebbe riconosciuto nei libri di Busi un modello non solo di narrazione e non tanto di scrittura, ma di stile. Inteso (alla Roland Barthes) come crocevia della storia e della biologia dell’autore, nel quale non è possibile distinguere tecnica e scelte lessicali dall’individuo storico attraverso il quale arrivano sulla pagina. Nell’indesiderabilità di quel suo nichilismo illimitato ma pervaso di pietà creaturale, nella finzione letteraria di quel sé messo in scena come un atto d’accusa né più né meno che al mondo, in quel suo ininterrotto poema della solitudine quale luogo dell’autodeterminazione e dell’autenticità (e della letteratura quale Moloch che esige il sacrificio umano di chi la pratica), Busi insegnava che la nascita di uno stile coincide con un faticoso percorso morale di elaborazione di una forma della persona, ci ricordava il monito terribile gettato da Nietzsche sul teatro della morale europea: «Perché appaia la persona occorre un temporaneo isolamento, la costrizione a un’esistenza armata e autodifensiva, quasi un murarsi vivi; una grande forza di autosegregazione; e, infine, una impressionabilità molto minore di quella dell’uomo medio, la cui umanità è contagiosa».
In altre parole, Busi è un maestro. Ed è solo, da sempre. Ha insegnato a chi legge che la letteratura non è intrattenimento, perché morde nella carne propria e altrui. Ha insegnato a chi scrive l’importanza di un confronto sincero con la lingua, alla conformista società italiana il valore del rifiuto e dell’unicità. E agli accademici parrucconi ha insegnato il sublime di uno degli scrittori più significativi del secolo che appare in televisione vestito da donna e improvvisa un ridicolo balletto. Come ogni maestro che viva in un paese illiberale e autoritario, nel corso degli anni Busi ha subito processi (veri) e ricevuto censure. Ora, dopo la discussa partecipazione a un programma popolare (ma non dimentichiamo che un’apparizione televisiva di Busi vale più di mille articoli di giornale contro l’omofobia), arriva l’espulsione da una televisione di stato tanto ignorante da non capire che ai propri palinsesti, criminali per quanto sono stupidi, la presenza di Busi può fare soltanto bene. In ogni caso non sarà lui a soffrire di questa pagliaccesca radiazione: uno scrittore non è più suo, ma della letteratura. Guardate le sue foto nel retro di copertina delle vecchie edizioni Mondadori: risentito, offeso, braccato. E incolume.

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3 Risposte to “La solitudine di Busi”

  1. Leonardo Carelli Says:

    L’unica cosa sulla quale si può essere d’accordo è sul valore di Busi, uomo di cultura e scrittore, provocatore anche, ma questo attiene al primo aspetto. Riguardo al resto farei due distinguo, uno che riguarda Busi ed uno che riguarda l’articolo di cui sopra . Busi ha intrecciato la sua vita personale con quella letteraria e probabilmente per lui era il modo inscindibile per dar conto della sua visione del mondo , la mia personalissima opinione condivisa da quasi tutte le persone che conosco è che abbiamo goduto tutti della sua profondità, lucidità, novità, onestà, ma a tutti ha terribilmente annoiato la sua frocità, ma senza entrare nel merito della onnipresenza del tema sessuale nei suoi scritti e nemmeno del modo trasgressivo di porlo, ma semplicemente nell’anteporlo ad ogni discorso, nel sottintenderlo in ogni analisi, nel continuamente ed ossessivamente esaltare le sue imprese amatorie. A nessuno credo che importi più di tanto se Shakespeare o Pirandello o Manzoni copulassero in maniera compulsiva o fossero casti, ed allo stesso modo troviamo se ne appesantisca la fruizione di Busi tanto asciutto e tagliente nel prosare quanto palloso e ripetitivo nell’indugiare sul sesso.
    Riguardo all’isola ed alla sua sciagurata apparizione televisiva stenderei un velo pietoso , credo che il corto circuito mediatico di sopra/sotto/valutazione dell’agone televisivo abbia inciuccato tutti noi e anche il povero Busi , lui ha fatto la piroetta sgraziata travestito da donna e noi abbiamo fatto l’ ohhhh . Brutta figura di entrambi , lui e noi , ma quello lucido,graffiante ,corrosivo ,illuminato era lui mica noi, noi eravamo il pubblico pagante . Pessimo spettacolo . Continui a scrivere Busi, altrimenti avrà bisogno di pessimi difensori come Jorio.

  2. Laura Says:

    Busi…non ho mai letto niente di lui…il suo aspetto mediatico per me è sempre stato prevalente sullo scrittore..devo provare leggerlo, credo.

  3. Enrico Macioci Says:

    Busi è il nostro Henry Miller, cioè non poco. Ha genio linguistico e capacità di scrittura notevolissime, a volte straordinarie; ma non si può per tutta la vita raccontare DIRETTAMENTE il proprio ego; occorre essere obliqui, variare, inventare insomma. E Busi questo non lo sa, non lo vuol fare. Per cui letti un paio di suoi libri significa averlo letto tutto. E questo non mi sembra un complimento per uno scrittore.
    Sul Busi personaggio televisivo non c’è molto da dire; a me interessa pochissimo, e ritengo la sua apparizione sull’isola una sconfitta subita dall’intelligenza ad opera del nichilismo televisivo.

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