Morire di stato

by

04/08/2009 Decesso di Francesco Mastrogiovanni

di Gianluca Cataldo

Francesco Mastrogiovanni è morto, secondo quanto riportato nella cartella clinica, alle 7.20 del 4 agosto 2009 all’ospedale San Luca di Vallo della Lucania durante l’esecuzione di un trattamento sanitario obbligatorio (T.S.O. come da legge Basaglia).
Il caso Mastrogiovanni ha portato alla luce come all’interno dell’ospedale di Vallo della Lucania vigesse un sistema para-detentivo, dove l’aspetto contenitivo della malattia psichiatrica è preminente su quello della cura.
La storia del maestro anarchico la si può leggere sui quotidiani (pochi: Liberazione, Il Fatto Quotidiano e Il Cilento) che si sono occupati della vicenda. Ottanta ore di agonia, «durante le quali i suoi polsi e le sue caviglie sono rimasti costantemente legati, l’alimentazione resa possibile solo attraverso le flebo. Tutto registrato da nastri delle telecamere interne dell’ospedale. […]. Il maestro è morto per edema polmonare».[1]
Nonostante i filmati e l’enorme lasso di tempo contenuto con legacci e malnutrito con la flebo, nessuno tra personale medico, infermieristico né tantomeno il direttore sanitario è intervenuto. L’edema polmonare è conseguenza logica della prolungata e coatta posizione, quasi cristologica, cui Mastrogiovanni è stato costretto per ottanta ore.
I sette medici e i dodici infermieri indagati per omicidio colposo sono lì a testimoniarlo, così come la sospensione del direttore del dipartimento.
Invece che addentrarsi in dettagli di ordine tecnico-legislativi, è bene riportare alla memoria il processo intellettuale che, a partire dal 1961, ha suscitato in Franco Basaglia l’esigenza di un rovesciamento, prima, e una negazione, poi, di quella particolare istituzione totale definita manicomio (legge Giolitti, istitutiva dei manicomi).
Il termine ultimo della negazione dell’Istituzione sarà la chiusura degli ospedali psichiatrici (già sostituitisi ai manicomi). Il punto di partenza si basa su una duplice consapevolezza: della condizione dell’internato e della condizione dello psichiatra.
Il primo, in un manicomio, è posto in una situazione di totale spoliazione di sé in un contesto di violenza ed esclusione, determinate l’una da presunte finalità rieducative, l’altra giustificata sul piano della necessità come conseguenza della malattia. Una malattia che, a ben guardare, sembra elevarsi a passaggio burocratico, un’etichetta che codifica una passività data come irreversibile.
L’approccio esclusivamente organicista alla malattia la identifica in un’alterazione biologica da accettare e arginare in considerazione dell’assenza di una cura effettiva. Il corto circuito è rappresentato dell’oggetto d’indagine medica: un corpo che si presume malato e che in tal modo viene visto da chi quel corpo lo vive.
Paradossalmente finiscono per coincidere le visioni dello psichiatra, dell’istituzione e dell’internato, cosicché l’oggettivazione travalica il corpo per assorbire l’intera persona. La violenza trasla, per così dire, dal corpo-oggetto alla persona-oggetto. E non può essere diversamente dato che il rapporto medico-paziente-istituzione si basa su un’etichetta che definisce il malato come portatore di malattia.
Inoltre, in un’istituzione totale, la malattia sembra guidare qualsiasi atto dell’internato che vive, agli occhi dello psichiatra, sotto la sua continua deviazione.
«[…] C’era una paziente un giorno che era allegra perché le avevano detto che entro poco tempo sarebbe uscita dal manicomio. Quando lo seppe si mise a cantare a squarciagola dalla gioia. La caposala la vide e secondo lei non poteva cantare dalla gioia, poteva cantare solo perché era pazza. Così ci obbligò a prenderla con la forza e a rinchiuderla in un camerino […]».[2]

In questo modo lo psichiatra, come delegato della società, ha il solo mandato di salvaguardare la società stessa, sorvegliando l’escluso nel suo iter di accettazione della propria condizione di oggetto di violenza.
Si tratta di due ruoli, entrambi passivi, differenziati dalla quantità di potere detenuta. Ciò che caratterizza le istituzioni è proprio questa netta distinzione fra chi ha il potere e chi non ne ha.
Erving Goffman, nel saggio Asylums, identifica la caratteristica principale di un’istituzione totale nell’unificazione di tre sfere di vita: luoghi diversi; compagni diversi; diverse autorità.
L’istituzione si limita a creare e sostenere un particolare tipo di tensione fra il mondo familiare – il concetto di sé che l’internato ha prima del suo ingresso – e il mondo istituzionale in cui il tratto comune resta l’alienazione etero-indotta dalla società.
Dal momento dell’internamento ha inizio quella che Goffman definisce la «carriera morale» dell’internato, cioè una serie di cambiamenti nel sé e nell’immagine di sé, così come nel giudizio di sé e degli altri.
La conclusione del sociologo canadese è che la carriera morale prescinde in parte dalla persona cui si riferisce per evolversi entro i confini di un sistema istituzionale. In questo senso «il sé non risulta di proprietà della persona cui viene attribuito, ma risiede piuttosto nella dinamica del controllo sociale esercitato su di lei, dalla persona stessa e da coloro che la circondano. Questo tipo particolare di ordinamenti istituzionali, più che servire di sostegno al sé lo costituisce»[3].
In questa prospettiva si può ravvisare un parallelo con Foucault. Nel periodo delle grandi riforme penali, che hanno portato all’abolizione dei supplizi e a un riadattamento delle pene sui colpevoli, si assiste alla scomparsa del corpo come bersaglio della repressione penale. Il corpo cessa di essere il fine della pena per diventarne l’intermediario.
Al di là dell’impatto strisciante che la nuova certezza della pena – più che la sua spettacolarizzazione – ha sulla società moderna e contemporanea, il boia carnefice viene sostituito da un tecnico della pena.
Foucault si chiede su cosa, dunque, se non il corpo, agisca la pena. Alla pena che devasta il corpo deve sostituirsi una rieducazione dell’anima. La risposta non è dissimile a quella di Goffman e il sé/anima è chiamato in causa con tanta enfasi proprio per essere giudicato e fatto oggetto di un potere tecnico-politico – conoscitivo e coercitivo – in grado di creare una conoscenza sull’individuo e, tramite questa, di manipolarlo.
Il corpo è semplicemente immerso in un’istituzione e le costrizioni fisiche da lui subite sono indirizzate all’annullamento e alla riconversione del suo sé/anima, una violenza del sapere che per Foucault è «tecnologia politica del corpo».
L’istituzione preleva quei cittadini che urtano il già rarefatto sentimento di pudore di una società bisognosa di occultare le proprie contraddizioni, e restituisce, puniti, corpi-oggetto che deprivati del loro sé passano da una condizione di stigmatizzazione a un’altra.
« […] La follia è uno dei modi in cui l’uomo può perdere la sua libertà. […]»[4].
E qui si arriva all’altra consapevolezza maturata da Basaglia: è lo psichiatra a dovere resuscitare il sopito sentimento di aggressività sociale dell’internato.
Questa idea matura in un più ampio contesto di crisi e riconsiderazione della figura dell’intellettuale.
All’indomani della seconda guerra mondiale, l’intenzione di svolgere un ruolo attivo nel cambiamento della società si scontra presto con la contraddizione per cui l’intellettuale, ontologicamente colto e borghese, vive costantemente nella frattura fra pratica e ideologia. Vicino alla classe operaia egli continua a svolgere, nel proprio lavoro, il ruolo di funzionario dell’ideologia imposta, quello che Gramsci ha definito «commesso del gruppo dominante».
Lo scarto si ha nel Sessantotto, quando si supera questa discrasia e l’intellettuale pone in crisi se stesso, il proprio lavoro, e la propria definizione di «tecnico del sapere pratico». Con questa definizione Sartre marca il passaggio da un intellettuale pre-sessantottino invischiato nel suo ruolo super-partes a quello post-sessantottino mimetizzato tra la massa e soppresso in quanto intellettuale di ruolo.
Il primo è il tecnico del sapere pratico, il secondo l’intellettuale propriamente detto.
Lo psichiatra-tecnico deve evolversi e, smascherato il suo mandato sociale, cercare di comprendere i meccanismi attraverso cui si fa delegato di una società borghese.
Simile è la posizione di un altro filosofo già citato, che molto influenzerà il percorso di Basaglia: Michel Foucault.
Questi si interroga sull’origine delle verità, impostando la propria ricerca su basi genealogiche.
La filosofia storica si lascia guidare dall’ipotesi che le verità possano nascere dal loro contrario e la genealogia, procedendo per contrari, rappresenta un modello d’analisi di crisi. Tramite questo sistema filosofico si potrebbe arrivare alla medesima conclusione che si palesa all’ospedale psichiatrico di Gorizia a partire dal 1961: la verità della follia per come si è cristallizzata in due secoli di psichiatria potrebbe trovare la sua origine proprio nella psichiatria.
Se è la malattia a determinare l’esclusione, si arriva al rovesciamento per cui l’isolamento determina la malattia: una malattia non organica, ma sociale. La verità storica della follia emerge come conseguenza di un rapporto – sbilanciato – di potere.
Se Sartre chiama in causa l’intellettuale, lo detronizza o lo porta ad agire fra le masse, Foucault si limita a dire che l’intellettuale deve fornire strumenti di analisi, svolgere un ruolo storico.
Si può dire che Basaglia rappresenti entrambe le anime di questo intellettuale bifronte. Scardina i ruoli all’interno del manicomio di Gorizia e si sforza – evidenti contraddizioni permangono – di porre i due poli dell’istituzione (personale medico-pazienti) sullo stesso piano dialettico. Abdica dal ruolo di unico detentore di autorità per mettersi in crisi e resuscitare le coscienze abbrutite dei pazienti.
Esecutore tecnico della violenza esercitata da un’istituzione totale e delegato della società, che esclude per custodire questa esclusione, il medico può dunque rappresentare il punto di rottura di un sistema che in quanto totale è, appunto, totalizzante.
Il caso di Mastrogivanni sembra caratterizzarsi, invece, per una regressione apatica del ruolo dello psichiatra. Questo in un momento in cui la legge Basaglia è più volte oggetto di tentativi di riforma che, nella maggior parte dei casi, guardano al passato e alle istanze borghesi sottese nella legge Giolitti (risalente al 1904).
Si può chiudere con una dichiarazione del presidente francese Nicolas Sarkozy, quando dichiara, a pochi giorni dall’omicidio di un ragazzo per mano di uno schizofrenico: «Capisco perfettamente che il malato è una persona con tutta la sua dignità. […] I malati in prigione sono uno scandalo. Ma è uno scandalo anche che le persone pericolose siano per la strada»[5].
Mstrogiovanni era un maestro di scuola elementare.

Note:

[1] IL Fatto Quotidiano, 80 ore di agonia. Filmate. La storia di Franco Mastrogiovanni, il maestro anarchico morto dopo essere rimasto legato per quattro giorni in ospedale , 17 novembre 2009.
[2] Nico Pitrelli, L’uomo che restituì la parola ai matti, pag. 47-48, Editori Riuniti, Roma 2004.
[3] Erving Goffman, Asylums, pag. 193, Einaudi, Torino 2003.
[4] Frantz Fanon, Lettera al Ministro Residente, governatore generale d’Algeria, 1956
[5] Le monde diplomatique Il Manifesto, La Francia maltratta i malati mentali. Il trattamento securitario della follia, Dicembre 2009

www.giustiziaperfranco.it

Annunci

Tag: , , , , , , , , , , , , ,

3 Risposte to “Morire di stato”

  1. inprimapersona Says:

    di seguito vi allego l’articolo uscito oggi, 8 aprile 2010, su Liberazione

    Mastrogiovanni, morto di Tso
    la famiglia vede il video dell’agonia
    di Daniele Nalbone
    «Abbiamo visto il video e tutta l’agonia di Franco». Sono quasi le due di notte, tra martedì e mercoledì, quando riceviamo una mail di Vincenzo, cognato di Franco Mastrogiovanni, il maestro anarchico di Castelnuovo Cilento, morto la mattina del 4 agosto scorso “di trattamento sanitario obbligatorio” all’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dopo aver trascorso oltre novanta ore legato al letto del reparto di psichiatria. «Stasera» ci scrive «per la prima volta e assieme all’avvocato Caterina Mastrogiovanni (cugina di Francesco), ho visto vari files del video ripreso dalle telecamere di sicurezza. Ho visto Francesco che entra vivo nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Vallo della Lucania alle ore 12 circa del 31 luglio 2009 e ne esce morto il 4 agosto». Solo Vincenzo, della famiglia Mastrogiovanni, ha avuto la forza di guardare il famoso video in cui è stata registrata, minuto per minuto, tutta l’agonia del maestro elementare. Prima di martedì, ci si era limitati a leggere quanto riportato nelle ordinanze emanate dal Giudice per le indagini preliminari e dal Pm. Ora, quanto accaduto, viene raccontato direttamente dai cari di Mastrogiovanni. Un racconto che fa male. «Francesco» continua Vincenzo «dopo circa un’ora dal suo ingresso in reparto, viene legato al letto mentre dorme pesantemente perché qualche minuto prima (ore 12.45 del 31 luglio, ndr) il personale sanitario ha effettuato un’iniezione di farmaci sedativi». Ore 12.55: Francesco è tranquillo, tanto che si prepara il letto da solo. Alle ore 13.08 Francesco finisce di mangiare il cibo che gli viene fornito dall’ospedale e si addormenta, stremato dai medicinali.
    È talmente tranquillo, anche se dovremmo dire talmente sedato, che non si rende nemmeno conto di venire legato al letto. Non si accorge nemmeno che gli viene inserito il catetere. «Soltanto una volta sveglio, dopo molte ore» racconta Vincenzo «Francesco tenta di reagire». Razione dettata, come spiega il giudice del riesame nella sua relazione, dallo stato di contenzione e non dalla “patologia”.
    Nelle novanta ore che lo separano dalla morte, Francesco resta sempre legato, mani e piedi, di giorno e di notte, al letto del reparto. «Viene lasciato completamente solo, con le sue sofferenze» spiega Vincenzo. Non solo. «Nel video non c’è alcuna traccia di visite mediche, di monitoraggio delle funzioni vitali, di rispetto del protocollo in materia di contenzione fisica». Il racconto di Vincenzo si fa sempre più crudo. «Nel video» ci racconta «si vede una persona che soffre, con evidenti difficoltà respiratorie, per quattro giorni. Di personale medico nemmeno l’ombra e solo ad alcune ore dalla morte, avvenuta in completa solitudine, si cerca di rianimare Francesco, al quale mani e piedi verranno slegati solo da morto». Il tutto in attesa del prossimo 28 giugno, giorno in cui inizierà il dibattimento, con giudizio immediato, per i diciotto imputati, tra medici e infermieri, per la morte del maestro “anarchico” di Castelnuovo Cilento. Leggere e ascoltare il racconto dei parenti e sfogliare gli atti con cui il Pubblico Ministero e il Giudice per le Indagini Preliminari hanno disposto il giudizio immediato per i diciotto indagati sono gli ennesimi pugni nello stomaco di questa storia. Giudizio immediato significa essere al cospetto di prova evidente. Ma in questo caso di prove evidenti ce ne sono più di una: dal referto medico del 5 agosto 2009, giorno seguente al decesso di Francesco, alle cartelle cliniche di Mastrogiovanni e del suo compagno di sala ospedaliera. Sfogliando le quindici pagine del decreto, emerge tutta la sofferenza che il personale del reparto di psichiatria del San Luca di Vallo della Lucania, compreso il primario del reparto, ha causato non solo al maestro di Castelnuovo Cilento ma anche ad altri degenti, tra i quali il compagno di stanza di Mastrogiovanni, G.M., che, però, «fortunosamente» spiegano il Gip e il Pm nell’ordinanza «nel corso della notte riusciva a bere dell’acqua da una bottiglia appoggiata su un tavolino, prima avvicinando il tavolino con il piede, poi facendo cadere la bottiglia e, in seguito, addentandola con la bocca e riuscendo in tal modo a bere qualche sorso d’acqua».
    Così diciotto persone tra primario, medici e infermieri dovranno presentarsi, alle ore 9,30 del prossimo 28 giugno, al Tribunale di Vallo della Lucania per rispondere di imputazioni tremende: omicidio preterintenzionale, sequestro di persona e falso in atto pubblico.

  2. Eva Says:

    E a proposito di malattia e scuola. Avete idea di come venga emarginato il “malato” all’interno delle strutture scolastiche? Privo di strutture idonee alle sue esigenze e di percorsi formativi che coinvolgano contemporaneamente l’alunno “malato”, la sua classe e l’intero corpo docente, accompagnato nella sua formazione da docenti impreparati al difficile compito, a causa di un sistema di formazione docente che vede il sostegno come una sorta di purgatorio obbligato per la raccolta-punti volta al paradiso di una cattedra più dignitosa, l’alunno “disabile”, “handicappato”, PAZZO, è destinato ad un’area-parcheggio gratuita che va dai corridoi di una qualunque istituzione scolastica, all’ ipocrisia di un’ “aula sostegno” dove passa la maggior parte delle ore a razzolare sui tappetini ginnici. Solo l’alunno, sola la sua famiglia, solo anche il suo docente, che vive quelle ore nell’attesa del prossimo anno, quando avrà un nuovo incarico, e poco importa se il ragazzo dovrà ricominciare una nuova storia affettiva con un nuovo docente-incaricato annuale.
    Eva

  3. Matteo Zattoni Says:

    L’episodio sconvolgente del maestro Mastrogiovanni è tanto più sconvolgente se si pensa che tale “trattamento” è stato riservato anche ad altri degenti e solo fortunosamente essi hanno riportato più lievi conseguenze. Dunque si può presupporre, fino a prova contraria, che esistesse all’interno del reparto di San Luca di Vallo della Lucania una specifica “prassi” in tal senso. Ciò è confermato anche dall’ultima affermazione di Mastrogiovanni come uomo libero, udita e riportata anche da un testimone: “se mi portano a Vallo, non ne esco vivo”.

    Ho visto le immagini dell’agonia, registrate dalle telecamere interne dell’ospedale, e non necessitano di ulteriori commenti. La magistratura dovrà accertare le precise responsabilità: perché si è reso necessario un T.S.O., chi ha ordinato quelle modalità (legacci, tra l’altro strettissimi ai polsi e ai piedi) dal momento che il degente era già sedato, chi ha omesso di alimentarlo e di dargli da bere (al di là della flebo), chi ha omesso di verificare periodicamente le sue condizioni di salute, chi – infine – ha permesso che venisse tenuto legato e in quella posizione per quattro giorni…

    Astraendo dal caso concreto, questa tragedia riporta alla luce il problema dell’applicazione (o non applicazione) della legge Basaglia. Già nel periodo immediatamente successivo all’approvazione della legge si era parlato di un’applicazione e di servizi cd. “a macchia di leopardo” per indicare un’applicazione diseguale in molta parte del territorio italiano e specialmente in ampie zone del meridione. Ciò dava adito al fiorire di tutta una serie di cliniche private all’interno delle quali era difficile approntare un sistema di controlli efficace su pratiche e procedure.

    Ma nel caso di Mastrogiovanni il problema è ulteriore: ci troviamo in un reparto ALL’INTERNO di un ospedale pubblico. Inoltre è persino superfluo sottolineare che il comportamento tenuto dai medici e dagli infermieri è contrario non solo ai principi promossi da Basaglia, ma anche alla deontologia della categoria professionale d’appartenenza (tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’Uomo). Nei tempi odierni, dove gli psicofarmaci, di cui si fa largo uso e che costituiscono un business per le case farmaceutiche, sono considerati vere e proprie “camicie di forza farmacologiche”, non si vede il senso di una contenzione così severa e prolungata nel tempo. Salvo casi di estrema violenza del degente, che qui non è avvenuta e comunque con la diligenza e le cautele necessarie a preservare la sua salute.

    Ecco: la gravità di questo caso sta proprio nel carattere “preventivo” della contenzione che assume il sapore di una prassi. E, come tale, fonda le sue radici sul mai morto pregiudizio della pericolosità del malato di mente o – il che è anche peggio – su convenienze di tipo organizzativo: il malato legato al letto non impegna il personale sanitario in alcuna interazione terapeutica. Da un lato, dunque, i servizi psichiatrici dovrebbero ricevere maggiori e più mirati finanziamenti, ma dall’altro è necessario che la magistratura vigili e interrompa queste prassi che violano i diritti dell’uomo (prima ancora del malato), in modo che il nome di manicomio non sia scomparso solo formalmente.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: