Il fantasma di Aldo Moro

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Questo articolo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno
di Alessandro Leogrande

Un fantasma si aggira nel mondo dell’editoria. Il fantasma di Aldo Moro. A oltre trent’anni dal sequestro e l’uccisione del leader democristiano, ogni anno spuntano in libreria quattro, cinque volumi dedicati direttamente o indirettamente al più tragico «affaire» della storia repubblicana, ai suoi protagonisti, ai suoi enigmi. Saggi, ricostruzioni, testimonianze, romanzi. Alcuni «dietrologici», tesi a dimostrare qualsiasi complotto possibile e immaginabile, altri tesi a inquadrare l’oggetto della narrazione da un nuovo punto di vista. Tra questi titoli, la parte più insopportabile e trascurabile è costituita dai memoriali degli ex brigatisti, pieni di autoindulgenza.
La prima causa del successo di questo singolare filone editoriale che ha attraversato il passaggio dalla prima alla seconda repubblica è nel trauma irrisolto che la morte di Moro ancora costituisce. La seconda risiede nelle zone d’ombra della vicenda e della strategia dei terroristi, nei tanti perché che non hanno ancora trovato sufficienti risposte, nonostante i processi e le migliaia di pagine di carte giudiziarie. La terza è nel continuo rinnovarsi, anche a trent’anni di distanza, del dibattito sulla fermezza e sulla trattativa (strettamente legato a quello sulla «pazzia», o più semplicemente sull’autonomia di pensiero e azione, dell’autore delle lettere nella prigione dei brigatisti).
In un modo o nell’altro, colui che in vita è stato uno dei massimi simboli del linguaggio e della mediazione democristiani, in morte ha finito per incarnare (quasi metastoricamente) la critica più profonda dello sfaldamento della prima repubblica e del suo stesso partito. Del resto, è proprio Moro a scrivere in una delle sue lettere: «non creda la Dc di aver chiuso il suo problema, liquidando Moro. Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa, per impedire che della Dc si faccia quello che se ne fa oggi».

Nell’ultimo mese sono usciti due libri, molto diversi tra loro. In Via Fani ore 9.02 (Nutrimenti) Romano Bianco e Manlio Castronuovo (che già aveva dedicato al caso Moro il corposo saggio Vuoto a perdere, edito da Besa) hanno riportato le dichiarazioni dei 34 testimoni oculari che assistettero all’agguato. Quel giorno in via Fani non c’erano solo i brigatisti, Moro e gli uomini della scorta trucidati. Scrivono gli autori nella premessa: «andando a rileggere tutti i rapporti della Digos, del nucleo dei Carabinieri, i verbali degli interrogatori nei processi, ci si accorge che di testimoni diretti o indiretti di quella vicenda ce ne sono stati davvero tanti. Riportare le loro parole in forma integrale (completa, senza tagli e tenendo conto delle diverse sedi) e integrata (considerandole tutte per averne una visione d’insieme) è un lavoro che mancava, non solo nella pubblicistica».
L’altro libro è un romanzo dello scrittore bolzanino Alessandro Banda, Come imparare a essere niente (Guanda), in cui si immagina che il fantasma di Moro racconti i suoi ultimi giorni, ovviamente da un punto di vista che trascende qualsiasi ricostruzione storica. A parte lo spunto di partenza originale, il libro di Banda appare troppo discontinuo. Tuttavia l’autore dà il meglio di sé quando immagina una breve dialogo tra il fantasma del Presidente (Moro) e quello del Poeta (Pasolini), morto solo tre anni prima in circostanze altrettanto tragiche. Pasolini parlò di Moro in molti suoi interventi. Quando, ad esempio, nel celebre articolo sulla scomparsa delle lucciole scrisse che i democristiani avevano adottato un linguaggio completamente nuovo, incomprensibile, nel tentativo di conservare il potere, subito aggiunse: «specialmente Aldo Moro: cioè (per una enigmatica correlazione) colui che appare come il meno implicato di tutti nelle cose orribili che sono state organizzate dal ’69 a oggi». In un altro articolo, invece, aveva intravisto in un discorso del politico pugliese per l’inaugurazione dell’Autostrada del Sole l’irruzione dell’italiano «tecnologico».
La sensazione, oggi, discutendo di queste cose, è di avere a che fare con un’altra epoca, con altri personaggi. C’è un piccolo dettaglio, ad esempio, delle ultime ore prima del sequestro di via Fani, che colpisce. Lo si apprende leggendo la premessa di Miguel Gotor alle Lettere dalla prigionia del leader democristiano pubblicate da Einaudi. La notte precedente, rientrando a casa tra l’una e le due, il figlio Giovanni lo trovò assorto nella lettura di Il Dio crocifisso del teologo protestante Jürgen Moltmann, un libro «di rottura» sul senso escatologico della croce contro l’alienazione, la violenza, l’oppressione del mondo. Poche ore dopo sarebbe stato sequestrato. È un dettaglio che fa riflettere, e che rivela appieno la profonda umanità e lo spessore intellettuale del Politico della Prima Repubblica Aldo Moro – proprio colui che Pasolini aveva considerato, pur con minori responsabilità, un rappresentante del potere vuoto e cadaverico. Altri tempi… Quali libri, giornali, riviste o magari book fotografici si trovano aperti oggi sulle scrivanie dei più importanti politici italiani?

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