Chris Ware: il design della memoria

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di Fabio Guarnaccia

Il protagonista del Continuum di Gernsback di William Gibson, è un fotografo incaricato da un magazine di realizzare un servizio che documenti il permanere del design degli anni 30 negli Stati Uniti. Stazioni di servizio, facciate di edifici, automobili con pinne di squalo eccetera. Aiutato da sostanze stupefacenti e dalla mancanza di sonno, si troverà a vivere un sogno retrofuturista che giunge al suo culmine con la comparsa di fantasmi semiotici di macchine di quel decennio, tra cui un enorme aeroplano di acciaio cromato e decine di motori su ciascuna ala. Il protagonista, e noi con lui, proviamo una forma intensa di nostalgia per quel passato, anche se non ne abbiamo memoria diretta. Così come proviamo un senso di profonda nostalgia, per esempio, per il design degli oggetti anni ‘50 all’interno di Mad Men (vedi qui). Gli esempi potrebbero continuare, quel che emergerebbe è comunque un senso ampio del concetto di nostalgia: un sentimento per qualcosa o qualcuno di lontano, nello spazio o nel tempo, che non necessariamente abbiamo conosciuto. Dunque è possibile avere nostalgia di un passato che non abbiamo mai vissuto. E questo è quello che ci interessa qui. Ci sono uomini che sentono di appartenere ad altri decenni o ad altri secoli. Chris Ware, nella sua contemporaneità, è uno di questi.

Franklin Christenson Ware – uomo timido e solitario, nasce ad Omaha, Nebraska nel 1967 – si trasferisce a Chicago nel 1991 per frequentare l’Art Institute della città. La sua formidabile ascesa artistica coincide con quel trasferimento: è nel ‘92 che Art Spiegelman gli propone di pubblicare i suoi fumetti su RAW. Nel 1993 comincia invece a pubblicare gli albi della ACME Novelty Library (19 numeri a oggi), per Fantagraphics. Ed è lì che prendono vita i personaggi che lo hanno reso celebre: Jimmy Corrigan e Quimby the Mouse – poi raccolti in volume nel 2000 e nel 2003. Oggi Ware è autore famoso e celebrato, anche in contesti estranei al mondo dei comics. Per esempio, è il solo fumettista ad aver vinto l’American Book Award (2000) e il The Guardian First Book Prize (2001) – entrambi per Jimmy Corrigan, premiato anche ad Angouleme (2003) come miglior opera straniera. Nel 2002, un’ulteriore consacrazione: Jimmy Corrigan viene selezionato ed esposto alla prestigiosa Biennale del Withney Museum, evento top per l’arte contemporanea anglofona. E il mondo della cultura lo cerca e lo celebra come solo Art Spiegelman prima di lui. Si pensi al New York Times, che a lui ha affidato la rinascita della sezione The Funny page, con la pubblicazione nell’edizione domenicale del suo più recente lavoro Building Stories.

In più occasioni, Chris Ware ha dichiarato di non ispirarsi a nessun fumetto realizzato dopo il 1930. Il fumetto, in quegli anni, avrebbe smesso di sperimentare le sue potenzialità troppo presto, per adeguarsi al linguaggio del cinema sonoro. «I primi disegnatori», dice Ware, «dimostravano una propria sensibilità, un’idea personale di quello che stavano facendo e di come andava progettata la tavola. Quel che ho imparato da loro è che ci sono infiniti modi di fare fumetto». Così, Ware ha continuato l’opera di sperimentazione di Frank King (Gasoline Alley), Winsor McCay (Little Nemo), Gorge Herriman (Krazy Cat) e degli altri Pionieri – di cui è anche un instancabile collezionista – infischiandosene delle convenzioni linguistiche e della forma codificata che i comics hanno assunto nel tempo.
«Sono sempre stato un pappagallo. Quando ero giovane Gasoline Alley cambiò profondamente il mio modo di concepire il fumetto. Mi ha fatto capire che il mood di un fumetto non deriva da disegni e parole. Non proviene dal guardare la pagina o dalla lettura delle parole, ma dall’atto di leggerla. L’emozione proviene dal modo in cui la storia è stata costruita».

L’espressione Pionieri del fumetto rende bene l’idea del compito svolto da questi autori: alla scoperta di un medium che aveva ancora pochi anni di vita e certamente poche forme di codificazione. Il fumetto nasce ben prima del Novecento e nasce in Europa. Tra i primi autori che si ricordino viene spesso citato Rodolphe Topffer i cui fumetti, come La storia del Signor Jabot, erano considerati una nuova geniale forma di comunicazione nientemeno che da Goethe.
Ma questo è un tema controverso che lasciamo volentieri agli storici del fumetto.
Tornando ai Pionieri americani: il territorio che avevano di fronte – in termini generali il Fumetto e in termini più specifici le enormi pagine dei quotidiani di Pulitzer e Hearst – erano spazi vergini, pagine bianche non ancora divise in strisce o panel, spazi davvero vuoti, privi di qualsiasi griglia da utilizzare in innumerevoli modi per raccontare una storia. Stiamo dicendo che non esistevano codici, grammatiche e tradizioni da rispettare o infrangere. La libertà era assoluta. Lo spazio doveva essere interpretato.

In seguito gli autori di fumetto dovettero fronteggiare la popolarità del cinema, competere con il suo linguaggio visivo, fino a quando il cinema non oscurò i fumetti con l’invenzione del sonoro e i comics iniziarono a imitare o a riprodurre stile e tecniche cinematografiche, tanto che ancora oggi questo aspetto, la cinematograficità, viene vista come una qualità del fumetto, piuttosto che come una gabbia che ne impoverisce le potenzialità. Anche il Dio dei Manga, Osamu Tezuka ha, tra i tanti meriti che gli vengono ascritti, quello di aver introdotto forme di dinamismo cinematografiche nei comics.
Ma quello che interessa Ware è il recupero di quelle potenzialità che i comics avevano prima di iniziare a competere e a imitare il linguaggio cinematografico. Forme specifiche del fumetto.
I legami di Ware col passato riguardano anche Chicago: gli architetti modernisti che ri-progettarono la città dopo l’incendio del 1871 come Louis Sullivan, padre dell’architettura organica, rappresentano per lui ben più di un generico debito culturale. Sullivan abbracciò per primo il cambiamento che derivava dall’uso della struttura d’acciaio, creando un linguaggio di forme che si adattavano alle nuove altezze, semplificando l’apparenza degli edifici attraverso l’uso della decorazione ed eliminando gli stili storici. Introdusse un ornamento floreale inserito in bande verticali che enfatizzavano la verticalità delle costruzioni. È il famoso detto la forma segue la funzione che sarà una dei basamenti teorici del Movimento Moderno. Il legame di Ware con Sullivan e con l’architettura è evidente nell’intero corpus del suo lavoro. In Jimmy Corrigan, per esempio, c’è un’intera parte della storia ambientata a Chicago, proprio durante la fiera del ’93. Qui l’omaggio è diretto e dichiarato. Ma anche nello sviluppo verticale delle tavole di Quimby the Mouse e nella struttura delle tavole, l’omaggio all’architettura organica di Sullivan appare evidente.

Jimmy Corrigan (The Smartest Kid on Earth), il suo lavoro più noto e premiato, racconta le vicende di un everyman, paralizzato dalla paura di non piacere agli altri, a disagio persino con se stesso. La storia inizia con Jimmy che riceve una lettera dal padre, scomparso quando era ancora bambino, in cui lo sconosciuto gli propone di incontralo per la festa del Ringraziamento. A ben vedere, però, la storia inizia prima: dalla copertina. Una delle caratteristiche di Chris Ware, infatti, è un’attenzione maniacale per qualsiasi aspetto del book design. Nelle sue mani, il libro a fumetti diventa un vero oggetto d’arte. La copertina è esemplare: un foglio ripiegato in due (74×55), omaggio alle amate “Comic Section” dei quotidiani di inizio secolo, al cui interno trova posto un mondo di invenzioni grafiche e narrative. Jimmy Corrigan è ambientato a Chicago lungo l’arco di alcune generazioni. La più vecchia di queste narra la storia del bis-nonno, contemporanea alla storica fiera universale del 1893, la Columbia Exposition. Nel rappresentare la città, Ware dichiara il suo amore per l’architettura funzionalista, e con tratto pulito e preciso disegna palazzi e paesaggi urbani. Per quanto deprimenti o abiette possano essere le vicende raccontate, la bellezza dei disegni e dei colori usati risulta però commuovente. Una contraddizione, forse, che è il vero dramma dei suoi personaggi: prigionieri di un outline che impedisce loro di partecipare alla semplice bellezza del mondo.
In Jimmy Corrigan ogni tavola ha uno sviluppo narrativo compiuto. I drammi profondi esplodono in soluzioni linguistiche complesse. Senza dimenticare un tono realistico sempre umano e toccante: i suoi personaggi nascono innanzitutto come caricature della sua stessa esperienza. Quando Jimmy incontra il padre, smette di essere solo un personaggio dai tratti nerdy, e diventa l’alter ego dell’autore: Chris Ware ha vissuto un’infanzia segnata dalla solitudine, all’età di un anno è stato abbandonato dal padre, durante le scuole è stato emarginato dagli altri bambini e mentre lavorava a Jimmy Corrigan, il padre si è messo in contatto con lui. Come nel fumetto, il loro primo e ultimo incontro.

In Quimby the Mouse, Quimby è un topo, Sparky un gatto. Un omaggio dichiarato a Krazy Kat, inarrivato fumetto classico di Herriman in cui un gatto vive un folle amore per un topo, e in cui ogni storia non è che una variazione ad infinitum del tema. Ware esaspera il rapporto tra i due riducendo l’adorante Sparky a una testa senza corpo, costretta all’immobilità. La copertina dell’enorme volume (28×35) riassume il tema in 4 vignette:
1) Quimby stringe al petto Sparky, un cuore rosso li sovrasta;
2) Quimby getta Sparcky per terra;
3) Quimby si allontana disperato, con la testa tra le esili braccia;
4) Quimby piange un mare di lacrime.

Qui i personaggi sono disegnati con stile essenziale, figure esili e graficamente minime. Il loro movimento nello spazio richiama alla mente le animazioni degli anni 20, o la crono-fotografia di Muybridge. Le vignette sono quasi sempre mute. È il movimento che costruisce la storia, e il formato utilizzato favorisce lo sviluppo verticale della narrazione, strutturata all’interno di layout molto ampi ed elaborati. Per Ware: «Le atmosfere di un fumetto non derivano dai disegni o dalle parole, ma dall’atto stesso della lettura. L’emozione nasce dal modo in cui la storia è strutturata». E Quimby the Mouse è un inno alla struttura della tavola. Ci sono storie composte da 50 vignette che si sviluppano all’interno di pagine con layout ispirati agli edifici di Louis Sullivan, come la nota facciata del Kruase Music Store. Come i lavori di Sullivan, le tavole di Ware non si limitano al funzionalismo, ma inseriscono elementi ornamentali e decorativi che conferiscono alla composizione una fluidità organica e una natura plastica tipicamente Art Nouveau.

Il formato scelto per Quimby, inoltre, lascia Ware libero di occupare spazi immensi: non solo fumetti, ma svariate fantasmagorie di carta – come i paper toys, modellini di carta da ritagliare-e-incollare vero emblema della tendenza stereoscopica dell’autore.
Parlando del suo lavoro Ware ha detto: «Il mio obiettivo è realizzare pagine che abbiano lo stesso grado di densità e texture del mondo naturale; dotate di una struttura con una propria identità, al cui interno viva un intrico di percorsi paragonabile a quello che si scorge quando si osserva da vicino una foglia o un formicaio». E per (ri)costruire il mondo all’interno di pagine 2D, Ware non poteva che essere anche un eccellente graphic designer. Eppure questo non ne è che un aspetto: Ware è un fumettista. Il fumetto è per lui un’arte che racchiude in sé scrittura, disegno, pittura, architettura, musica. La sua coscienza visiva gli ha permesso di organizzare all’interno dello spazio tutti questi elementi, realizzando pienamente un’idea di fumetto come medium-mondo: un’opera multimediale grafico-testuale-cartacea, un ipertesto pre-tecnologico – il tutto in barba al suo (apparente) sviluppo post Anni Trenta.

I lavori più recenti, gli Acme Novelty, presentano un universo di personaggi che meriterebbero un intero saggio. Ritornano God, un Dio con le fattezze di Superman, sempre più grasso e cinico; poi Big Tex, Rocket Sam, il retro futuro di Tales of Tomorrow; ma soprattutto arrivano Rusty Brown e Building Stories. Rusty Brown è l’erede di Jimmy Corrigan, almeno per sviluppo narrativo. Ware racconta la vita di un collezionista di fumetti, action figures e chincaglierie pop, dall’infanzia all’età adulta. Da bambino tenero e goffo, alienato nel mondo dei supereroi, Rusty Brown si trasforma in un adulto disgustoso, interessato solo agli oggetti che colleziona, per i quali è disposto a tutto. Persino a tradire il suo unico amico, Chalky White (il cui rapporto con Rusty ricorda quello tra Quimby e Sparky). Tra i diversi personaggi della storia, anche Mr Ware, insegnante d’arte e pomposo alter ego dell’autore. Con Building Stories, infine, Chris Ware raggiunge l’acme del suo amore per l’architettura. Vi si racconta la storia di un edificio di Chicago e dei suoi abitanti…

Dice Ware di Louis Sullivan: «Nel suo lavoro ha cercato di rendere reale la struttura stessa della vita. Ha ridotto le forme organiche al loro livello più elementare e le ha fatte diventare i mattoni delle sue costruzioni… I suoi contemporanei lo hanno definito un poeta umanista al quale è capitato di essere un architetto». A Ware, invece, è capitato di essere un fumettista.

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6 Risposte to “Chris Ware: il design della memoria”

  1. Nicola Lagioia Says:

    Caro Fabio, te lo dico qui pubblicamente: per colpa del tuo post precedente – i lettori che se lo sono perso sono invitati a leggerlo perché è molto bello – sono diventato dipendente da “Mad Men”. Ora mi leggo questo temendo altri danni nella mia vita.

  2. fabio guarnaccia Says:

    Caro Nicola, lo status di pusher mi esalta tantissimo.
    Ma con Ware, obiettivamente, gioco facile.
    Ci provo più avanti con “oggetti” più ostici.
    Intanto, domenica scorsa ha debuttato su HBO Treme, la nuova serie di David Simon (l’autore di The Wire), e ho come l’impressione che potrebbe diventare una nuova ossessione narrativa…

  3. paolopatch Says:

    Grazie, è tutto molto interessante.
    Confesso che gradirei un’indicazione su come trovare gli oggetti di cui tratti in questo e nel post precedente (la fiction, i fumetti..)

  4. fabio guarnaccia Says:

    caro Paolo,

    tutto Chris Ware lo puoi trovare online su amazon o su play.com (sito inglese che non ti fa pagare le spese di spedizione, ottimo). oppure lo trovi nelle librerie specializzate in libri di design (tipo Hoepli) e in fumetteria (e.g. La borse del fumetto di Milano). Io li compro online o in giro per il mondo quando ho la fortuna di poterlo fare.

    Per le serie tv… Mad Men la trasmettono sia FX sia Rai4. La prima stagione la trovi in DVD. Poi esistono altri modi più efficaci, immediati e gratuiti, socialmente accettati, prassi di figli e genitori, con il piccolo inconveniente di non essere legali. Insomma, vedi tu.

  5. cristiano Says:

    @paolopatch: jimmy corrigan lo puoi trovare anche tradotto, è uscito un po’ di tempo fa per mondadori strade blu…

  6. paolopatch Says:

    Grazie a tutti!

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