Morire di stato

by

03. 22/10/2009 Decesso di Stefano Cucchi
di Gianluca Cataldo

Panopticon
(confessioni di un luogo di prigionia)

Sono lo specchio architettonico di quella tecnologia politica del corpo che agisce verso la marchiatura e la soggezione dell’ospite.
Un torrione al centro e un anello periferico di celle forate verso l’interno e verso l’esterno. Il sole trapassa e impatta sull’ospite che proietta ombre sulla mia cella nella torre centrale. Sono tutti, ai miei occhi onnivedenti, ridotti a ombre. Si allungano e si contraggono seguendo l’ordine del tempo, un ordine ormai accartocciato, puntiforme. Ogni loro minimo movimento, ogni singolo cedimento nell’impalcatura sociale dentro cui sono destinati a recitare il ruolo imbastito sulla loro ombra, che impercettibilmente si muove, mi si presenta come spostamento di luce. È come un gioco di specchi neri che riflettono il negativo di un’immagine. Sono tutti sfocati e privi di lineamenti, ed è rassicurante avere a che vedere con una proiezione. Vedo gli ospiti privi di storia, un magma da catalogare, oggetti di un’informazione e mai soggetti di una comunicazione.

Sono un tecnico, anzi una tecnologia e il mio fine è la sperimentazione.
Le impressioni precedono l’intelligenza, ma nella tecnica l’intelligenza si pone ai vertici estremi e racchiude tutto, dapprima creando, e poi, sgretolando. Sono oltre il carcere perché in me non esiste un tempo per l’espiazione né un termine per la pena. In verità, in me non esiste pena; esistono isolamenti, deleghe, ospiti ignorati, aborti, paure, ruoli rivestiti con impegno e cortocircuiti morali. Rappresento il ribaltamento del carcere. Gli ospiti si muovono, letteralmente, alla luce del sole e permettono al mio sguardo di tenerli costantemente sotto controllo. Nessun ospite è privato della propria libertà ed escluso dalla società. Esiste un nuovo spazio da riempire. Esiste una prima frattura da colmare, ricollocandosi nel nuovomondo con fretta, solerzia e soggezione. Il mio spazio è finito ma quello degli ospiti è doppiamente delimitato, dalla grandezza di un Occidente che si allarga e da una soggettività che si restringe.
Ero la forma privilegiata di un’Istituzione totale, mentre adesso è la Società ad avere assunto la mia forma. Per via della doppia foratura e dell’impianto circolare, dalla torre mi è possibile scorgere tutto quanto sta accadendo tra gli ospiti.
Non il contrario.
Creo una situazione di potere permanente, la prosopopea del potere nella sua forma ideale, perché creo conoscenza. Induco nell’ospite uno stato cosciente di visibilità, una continua attesa della trappola, della cattura, dello smascheramento.
I miei scopi sono la catalogazione e lo sfruttamento. Sono l’architettura perfetta del potere.
Il tempo letterario dell’Io è il presente narrativo. Il mio tempo è alla seconda persona plurale.
Io siete il Panopticon.

www.innocentievasioni.net

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Una Risposta to “Morire di stato”

  1. Francesco Says:

    Scrivi in un modo che ti cattura, dal primo all’ultimo respiro. Poesia in prosa. Complimenti!

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