Seminario sui luoghi comuni

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14. Amore e morte

di Francesco Pacifico

I matrimoni fra gente che non si ama probabilmente non esistono più per la maggior parte degli italiani, perché non è più obbligatorio sposarsi. Quindi sembra difficile affermare che questo brano di Svevo sia classico nel senso calviniano, dire che ancora ci parli in modo chiaro ed esplicito. I condizionamenti nella nostra epoca sono meno diretti; il nostro conformismo è più difficile da decifrare, e può darsi che una gran parte di ciò che fanno i grandi romanzi di molte generazioni fa – mettere nero su bianco la rete di pregiudizi che costituisce una comunità e stare a vedere come emerge l’individuo dallo sfondo, per contrasto, con la lotta (Anna Karenina) o come l’individuo nonostante abbia «un cuore» non emerga affatto (Cicikov nelle Anime morte) – alla fin fine ci sfugga e non illumini la realtà che ci circonda, priva di carrozze e non misurabile in verste.
Fatta questa premessa, ecco un matrimonio senza amore che ha fatto la storia della letteratura italiana, quello fra Zeno Cosini e Augusta Malfenti. Il brano di oggi è un meraviglioso pasticcio dove ogni possibile ambiguità del matrimonio fra i due esce fuori frase dopo frase costringendoci contemporaneamente a guardare la commedia di un uomo e una donna, niente di più triviale, e l’abisso assoluto cui si affaccia l’essere umano quando è in scacco, quando pensa alla morte, quando riflette sulle convenzioni sociali fino al punto da trovarle misteriose, insensate, non-morte: come una parola ripetuta troppe volte.
Zeno qui è in viaggio di nozze, e mentre la moglie ammira Venezia lui, invece, sente, con pieno sconforto, se stesso. Questo sentirsi se stesso è la conseguenza di uno spirito filosofico e sensibile o solamente un eccesso morboso di interiorità? Forse la seconda, visto che Zeno è paranoico e si fissa sull’idea che presto morirà e sua moglie andrà in viaggio di nozze con un altro.
Ma a far da contraltare a questa paranoia la moglie gli dice che lo amava da prima di conoscerlo. E lo amava per motivi assurdi, per un aneddoto su di lui che le fa provare una sorta di tenerezza per la mediocrità.
Altro giro: lei al primo incontro era distratta dall’amore per lui, lui invece dalla bruttezza di lei.
Lui insiste e dice che comunque con lui morto lei si risposerà.
Lei dice che è troppo brutta per trovare un altro marito. Il che significa che Zeno ha preso per moglie il peggio che poteva trovare. E qui se non bastasse Zeno ci mette lo humour più nero che c’è: «Infatti, probabilmente, mi sarebbe stato concesso qualche momento di putrefazione tranquilla». Come a dire che l’angoscia di essere vittima di scherzi del destino e ironie della sorte la percepiamo con tale potenza da pensare che lasci un’eco di sconforto anche nel nostro corpo senza vita, che insomma meglio putrefarsi senza che ci ridano dietro. Così il pensiero della fine entra in una qualunque riflessione da ipocondriaci-paranoici, conferendole una stralunata dignità che non sappiamo se prendere sul serio.
Da qui si precipita nel ridicolo: «Ma la paura d’invecchiare non mi lasciò più, sempre per la paura di consegnare ad altri mia moglie. Non s’attenuò la paura quando la tradii e non s’accrebbe neppure per il pensiero di perdere nello stesso modo l’amante».
E infine la soluzione geniale: nella coppia si stabilisce questa tenera usanza: quando Cosini è angosciato gli basta dire «Povero Cosini!» perché la moglie corra a consolarlo. Una volta, pensando addolorato di aver tradito la moglie, Zeno Cosini mormora automaticamente «Povero Cosini!» E la moglie si precipita a consolarlo.
L’abisso e la comedy of manners formano un matrimonio ben più riuscito di quello dei Cosini. La comedy of manners, quel gioco a mettere in scena fissazioni di una classe sociale, relazioni, scambi, tic, da sola vale poco se non c’è una sincera disperata vertigine verso il vuoto, l’assoluto, la morte. Quanto all’abisso: fa più impressione quando sbuca negli interstizi delle nostre porose sicurezze sociali piuttosto che in scenari appositamente creati (un infarto su un campo di calcetto fa molta più impressione di un disaster movie).

Da La coscienza di Zeno
di Italo Svevo

Mi ricordo che una sera, a Venezia, si passava in gondola per uno di quei canali dal silenzio profondo ad ogni tratto interrotto dalla luce e dal rumore di una via che su di esso improvvisamente s’apre. Augusta, come sempre, guardava le cose (…) Io, invece, nell’oscurità, sentivo, con pieno sconforto, me stesso. Le dissi del tempo che andava via e che presto essa avrebbe rifatto quel viaggio di nozze con un altro. Io ne ero tanto sicuro che mi pareva di dirle una storia già avvenuta. E mi parve fuori di posto ch’essa si mettesse a piangere per negare la verità di quella storia. Forse m’aveva capito male e credeva io le avessi attribuita l’intenzione di uccidermi. (…)
Fu allora ch’essa mi raccontò di avermi amato prima d’avermi conosciuto. M’aveva amato dacché aveva sentito il mio nome, presentato da suo padre in questa forma: Zeno Cosini, un ingenuo, che faceva tanto d’occhi quando sentiva parlare di qualunque accorgimento commerciale e s’affrettava a prenderne nota in un libro di comandamenti, che però smarriva. E se io non m’ero accorto della sua confusione al nostro primo incontro, ciò doveva far credere che fossi stato confuso anch’io.
Mi ricordai che al vedere Augusta ero stato distratto dalla sua bruttezza visto che m’ero atteso di trovare in quella casa le quattro fanciulle dall’iniziale in a tutte bellissime. Apprendevo ora ch’essa m’amava da molto tempo, ma che cosa provava ciò? Non le diedi la soddisfazione di ricredermi. Quando fossi stato morto, essa ne avrebbe preso un altro. Mitigato il pianto, essa s’appoggiò ancora meglio a me e, subito ridendo, mi domandò:
– Dove troverei il tuo successore? Non vedi come sono brutta?
Infatti, probabilmente, mi sarebbe stato concesso qualche momento di putrefazione tranquilla.
Ma la paura d’invecchiare non mi lasciò più, sempre per la paura di consegnare ad altri mia moglie. Non s’attenuò la paura quando la tradii e non s’accrebbe neppure per il pensiero di perdere nello stesso modo l’amante. Era tutt’altra cosa, che non aveva niente a che fare con l’altra. Quando la paura di morire m’assillava, mi rivolgevo ad Augusta per averne conforto come quei bambini che porgono al bacio della mamma la manina ferita. Essa trovava sempre delle nuove parole per confortarmi. In viaggio di nozze m’attribuiva ancora trent’anni di gioventù e oggidì altrettanti. Io invece sapevo che già le settimane di gioia del viaggio di nozze m’avevano sensibilmente accostato alle smorfie orribili dell’agonia. Augusta poteva dire quello che voleva, il conto era presto fatto: ogni settimana io mi vi accostavo di una settimana.
Quando m’accorsi di esser colto troppo spesso dallo stesso dolore, evitai di stancarla col dirle sempre le stesse cose e, per avvertirla del mio bisogno di conforto, bastò mormorassi: «Povero Cosini!» Ella sapeva allora esattamente cosa mi turbava e accorreva a coprirmi del suo grande affetto. Così riuscii ad avere il suo conforto anche quand’ebbi tutt’altri dolori. Un giorno, ammalato dal dolore di averla tradita, mormorai per svista: «Povero Cosini!» Ne ebbi gran vantaggio perché allora il suo conforto fu prezioso.

Leggi le precedenti puntate del Seminario suoi luoghi comuni
13. Come sfruttare orribilmente tua sorella e uscirne sconfitto
12. Se la montagna non va a maometto
11. La livella
10. Prima che il gallo canti mi avrai frainteso tre volte
9. La realtà nonostante l’autore
8. Scene di lotta di classe
7. Pettegolezzi
6. Culto della personalità
5. Il giovane moralista
4. Le leggi della fisica
3. Idiosincrasie di un protagonista
2. Compassione per la comparsa
1. Il viale per lo struscio

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