Morire di Stato

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04. Decesso di Brenda 19/11/2009
di Gianluca Cataldo

Si riporta un articolo di Enrico Fierro apparso su Il Fatto Quotidiano sabato 21 novembre 2009. Il resto della cronaca è, per l’appunto, cronaca, anche recente. È del 30 marzo 2010 la notizia dell’arresto del maresciallo Nicola Testini, uno dei carabinieri coinvolti nel ricatto a Piero Marrazzo. Nell’ordine di cattura si parla di omicidio volontario ai danni di Gianguarino Cafasso, anch’egli coinvolto nello scandalo a base di cocaina che ha travolto l’ex governatore del Lazio.

L’unico fatto certo è che Brenda la trans è morta. Ora i suoi clienti possono dormire sereni. Se ne è andata soffocata dal fumo in un buco fetente di 18 metri quadrati. Una porta, l’ingresso con un pertugio usato come bagno, un soppalco e un letto. Tutta qui la vita e la morte del trans chiamato Brenda, ma che Marrazzo appellava Blenda, quando la sentiva e quando è stato costretto a ricordarsi di lei. La sua vita valeva poco, ma i misteri che avvolgono la sua morte impreziosendola hanno già trasformato il dramma di un uomo politico sprofondato nelle sue debolezze in un altro mistero italiano. Il luogo della morte parla di uno squallore immenso. Siamo in via Due Ponti 180, cuore della Cassia. Palazzi fatiscenti, mura dove l’intonaco è un ricordo lontano. «Palazzina numero cinque»: la toponomastica è un pezzo di cartone. Italiani pochi, immigrati tantissimi. Questa è una delle zone del «puttan tour» capitolino, qui si incontrano trans a prezzi da realizzo. Il locale dove Brenda ha passato le ultime ore della sua vita è un sottoscala con soppalco. Quando arrivano i vigili del fuoco è l’alba, sfondano la porta ed entrano. Le fiamme non sono potentissime, basta poco per spegnerle. La casa era chiusa dall’interno a doppia mandata e dentro c’era un altro mazzo di chiavi. Sul soppalco un letto e il corpo di Brenda. È seminuda, il volto gonfio per il soffocamento. Le fiamme non hanno toccato il corpo, sulla pelle solo fuliggine. Accanto al letto una bottiglia di whisky. Brenda beveva tanto. In casa le finestre sono chiuse, non ci sono segni di «effrazione», recita il primo verbale della polizia. Il fumo ha potuto lavorare indisturbato. Come è morta Brenda? Incidente o omicidio? Di questo si discute. Perché tutti, i magistrati che hanno aperto un fascicolo con l’ipotesi di omicidio volontario, innanzitutto, escludono il suicidio. Le sue amiche ne parlano. Brenda era depressa, voleva fuggire, aveva crisi isteriche. «Ma non si è mai visto un suicidio così. Uccidersi soffocandosi col fumo di un incendio non esiste in natura», spiega un investigatore.

La tesi dell’incidente, poi, è indebolita da alcuni fatti. Il computer in primo luogo. Un pc portatile appoggiato sul piano della cucina e completamente bagnato. È stata l’acqua usata dai vigili del fuoco, dicono le prime indiscrezioni. I «pompieri», però, smentiscono: le fiamme non erano alte, abbiamo usato poca acqua e comunque non nella zona dove è stato trovato il portatile. Elemento importante, quello del pc, perché riconduce al mistero di un secondo video che fisserebbe l’immagine di Marrazzo con due trans. È stata la stessa Brenda a parlarne in un interrogatorio. «Il video lo custodivo nel mio pc, l’ho distrutto per paura». Ma qualcuno non le ha creduto e ha pensato che Brenda volesse giocare anche lei la sua partita. Forse per questo la sera dell’8 novembre la aggredirono sottraendole la borsa. Erano romeni, disse lei. Ladri che non erano a caccia di soldi (le restituirono la borsa), ma solo del suo telefonino. Forse con le immagini di Marrazzo. Le stesse che hanno cerato nel portatile da distruggere con l’acqua. Oppure, chi è entrato nella casa di Brenda era alla ricerca di un elenco di clienti, nomi importanti di frequentatori di viados. Ipotesi, al momento. E misteri, come quello dei due borsoni, uno bruciato, trovati all’ingresso. Utili per accreditare l’ipotesi di Brenda in procinto di fuggire in Brasile. Inutili se si pensa che il padrone di quel buco aveva imposto alla trans di andar via. «Ma lei non voleva morire – racconta Barbara –. L’hanno uccisa, e poi quei romeni che l’hanno rapinata. Chissà per chi lavorano». Barbara è la più loquace con i giornalisti, anche lei, insieme a China e altri viados è stata interrogata. Parla ma si contraddice. Dice di aver visto Brenda la sera prima. Ma ad Altro quotidiano racconta di aver incontrato l’amica alle 5,30. «Stava entrando nel locale con un cliente». «La verità – dice Alessia, un’altra trans – è che da quando è scoppiato il caso Marrazzo siamo sotto pressione, ci minacciano, i clienti sono spariti». La verità è lontana, avvolta dal fumo di un buco sulla Cassia e intontita dalla cocaina che Rino Cafasso, spacciatore e lenone morto improvvisamente d’infarto, distribuiva ai trans e ai loro clienti. I misteri sono ancora troppi. Al momento aggrappiamoci a un dato di fatto: quella di Brenda è la morte numero due dell’affaire Marrazzo.

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