Critica da toccata e caduta: prove di testamento di Bloom

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di Marco Pacioni

Com’è noto, gli angeli volano e si recano istantaneamente nei luoghi più lontani e diversi. Forse per questo hanno facilità a comparire in tante religioni, culture e forme d’arte. In molti hanno provato a seguirne il percorso e ad assumerne il punto di vista per capire di più le cose degli uomini. Si pensi all’angelo della storia della Tesi Walter Benjamin o agli Angeli sopra Berlino del film di Wim Wenders.
Nella cultura odierna, a tutti i livelli, la presenza degli angeli sembra godere ancora di ottima salute. È recentissima una monumentale pubblicazione di 2012 pagine a cura di Giorgio Agamben ed Emanuele Coccia, Angeli. Ebraismo, Cristianesimo, Islam (Neri Pozza). Circa tre anni fa, in dimensioni materialmente meno cospicue di quelle del libro di Agamben e Coccia, ma non meno ambiziose, ha toccato l’argomento Harold Bloom, Angeli caduti (trad. it. di Elisabetta Zevi, Bollati Boringhieri).

Per Bloom ci sono diversi tipi di angeli. L’ambizione del critico letterario sta nell’identificare, fra le principali tipologie, la specificità di quella dell’angelo caduto. Questa figura per Bloom non coincide mai perfettamente con i contorni che agli angeli hanno dato lo zoroastrismo, l’ebraismo, il cristianesimo o l’islam. Per conoscere l’angelo caduto, secondo Bloom, bisogna fare riferimento alla letteratura. L’opera di Milton, Shakespeare, Wilde e forse più di tutti quella di Byron ce ne parlano. Talvolta, come nel caso di Byron, è l’autore stesso ad assumere le sembianze dell’angelo caduto. «Lord Byron è stato e resta l’angelo caduto per eccellenza. I suoi diversi imitatori non sono mai riusciti a soppiantarlo. Le rock star inglesi, e molti attori famosi, sono spesso, anche se non sempre consapevolmente, parodie del nobile Byron».
A questo tipo di angelo comunque, più che una funzione teologica, Bloom attribuisce una rappresentatività umana che l’America soprattutto sembra incapace di accettare. «Un tempo eravamo l’Adamo immortale, ma appena assoggettati alla morte siamo divenuti l’angelo caduto, perché questo, non altro, è il significato della metafora dell’angelo caduto: la schiacciante consapevolezza della nostra mortalità. L’attuale ossessione, in questo inizio di nuovo millennio, per quelli che chiamiamo angeli nasconde in definitiva la fuga americana dal principio di realtà, ovvero dalla necessità di morire».
L’excursus di Bloom sembra voler sollecitare un’antropologia filosofica dell’angelo come figura fondamentale perché interculturale che può servire a capire il tante volte evocato tramonto dell’occidente. Nonostante l’altisonante titolo, questo saggio va oltre le acquose generalizzazioni di un libro come Il genio (Rizzoli, 2002). È uno scritto molto più simile all’Angoscia dell’influenza (Feltrinelli, 1983), per esempio. Soprattutto mostra che Bloom non sa scegliere dal mazzo soltanto assi per trattare argomenti di carattere generale. Questo libretto dimostra cioè che si può lavorare anche attraverso indizi per arrivare ai massimi sistemi. Ed anche per tal motivo si vorrebbe che fra gli arditi salti dalla Bibbia alla teologia, dalla letteratura al cinema, dallo star system alla musica rock fosse inserita qualche sosta. Gioverebbe non poco a questo scritto trattenersi per riflettere un po’ di più anziché ammiccare di continuo. Dopo un po’ ai picchi intuitivi dei collegamenti prodotti dai salti si sostituisce la sensazione dei precipizi. È pur vero che in questo caso la fastidiosa sensazione del precipitare dall’altezza che il percorso critico lascia presagire è quanto mai affine all’argomento del saggio.
Avrà previsto tale affinità il sagace Bloom? È questa forma di critica da toccata e fuga – da toccata e caduta si dovrebbe dire – un modo per descriversi? Per lasciare intendere di essere l’angelo caduto di una critica letteraria che ha sempre anelato, nei suoi lavori precedenti adottando come guida soprattutto Shakespeare, a capire cosa c’è di durevole e trascendente nell’umano? È questo breve testo che promette molto più di quanto riesce a dare la prova di un testamento?

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