Pavolini nonno e nipote

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Questo articolo è apparso sullo Straniero di aprile

di Alessandro Leogrande

Per chi ne scrive oggi, a oltre sessant’anni di distanza, è difficile non associare il nome di Alessandro Pavolini ai corpi dei partigiani impiccati o infilzati a ganci da macello e lasciati lì a decomporsi in strada. Pavolini è il fondatore delle Brigate nere, il più fanatico dei seguaci di Mussolini nell’esperienza tragica di Salò, il teorico del ritorno al fascismo delle origini e della necessità dello squadrismo, l’unico tra i gera rchi che poi verranno fucilati a Dongo, e appesi a testa in giù in Piazzale Loreto, a morire con un fucile in mano, nell’estrema volontà di riaccendere un ultimo fuoco fascista in Valtellina. Per questo gesto, forse soprattutto per questo gesto, nella galassia post-fascista e neofascista che si è ritrovata, dopo il 25 aprile, fuori dall’arco costituzionale Pavolini è stato un «mito assoluto», secondo solo al Duce. Ancora oggi, nel XXI secolo, tra i soliti nostalgici e soprattutto tra gli esponenti di quel composito post-neofascismo finito sotto il nome di Casa Pound rimane un nome da scrivere sui muri, o da stampare sui manifesti.
Ma chi era davvero Alessandro Pavolini? La domanda oggi non avrebbe forse molta importanza, a patto che si consideri non importante interrogarsi sulla biografia di una di quelle tante figure che hanno vissuto un passaggio storico fatto di sangue, potere, ideologia e violenza, stando a pochi metri dal Principe. Ma ne ha invece molta se a porsi quella domanda è suo nipote, il figlio del figlio, Lorenzo Pavolini. Uno scrittore, redattore di Nuovi Argomenti, curatore di programmi per Radiotre, che oggi ha quarantacinque anni e che non solo non ha mai conosciuto quel nonno per oggettive ragioni anagrafiche, ma è cresciuto circondato da una forte ritrosia famigliare a parlarne, tanto da venire a sapere casualmente che il suo avo era quel Pavolini solo sui banchi di scuola.
Al tentativo di stabilire una qualche forma di rapporto con la memoria del nonno gerarca, seguendo strade che – moralmente, politicamente, storicamente, familiarmente, umanamente – si fanno via via più sdrucciolevoli, Lorenzo ha dedicato un libro cui ha lavorato per molti anni, Accanto alla tigre, edito ora da Fandango. Ed è un libro importante perché, nel tentativo di capire quel «gorgo di cultura e violenza, rivoluzione e potere» che ha spinto Alessandro Pavolini a fare alcune cose e a non farne delle altre, nel tentativo di decifrare quella brama di azione, piena di ebbrezza e alle volte tragicomica, che porta a cavalcare la tigre delle dittature, o della Storia sotto le sembianze della violenza politica, fino a non poterne più scendere, se non davanti a un plotone di esecuzione, l’autore ci restituisce i brandelli di una «autobiografia della nazione» novecentesca che ancora ci inquieta. Non solo: ci dice anche qualcosa sul modo di entrare in contatto con tutto questo, avvicinandosi alla tigre, ma restandone solo accanto, non cedendo alle sue lusinghe, alle sue ipocrisie, al suo mantra ideologico.

Mi pare di afferrarla tutta la difficoltà di Lorenzo nel mettersi sulle tracce di un nonno con cui non ha nulla a che fare. Quando scrive: «Pavolini appartiene per intero e fin dalla prima infanzia a quella infinita generazione che non può far altro che identificare azione politica e violenza, quasi che l’unica presa di contatto col mondo reale e la vita attiva sia lo scontro, lo sparo, un fracco di botte date e ricevute», sembra parlare di un perfetto estraneo, eppure quel perfetto estraneo lo riguarda. Il rapporto con il fascismo dei nonni (cosa che oggi riguarda la stragrande maggioranza degli italiani) è cosa molto diversa dal rapporto con il fascismo dei padri. Nel primo si sono ormai perse le tracce della conflittualità edipica del secondo, la storia ci si rivela a intermittenza, per macchie nebulose, mai trasparenti, e molto spesso mediate da vivi che per un certo tempo sono entrati in contatto con morti di cui non abbiamo mai sentito il suono della voce, se non in qualche filmato d’epoca. Eppure, per quanto sarebbe belluino pensare che le colpe dei padri possano ricadere sui figli, o addirittura sui nipoti, l’autore avverte che qui c’è qualcosa di ancora più potente o difficile da afferrare del conflitto edipico: una sorta di continuità biologica – famigliare appunto, il ceppo da cui discendiamo – su cui non ci si può non interrogare.
Ma c’è anche un altro aspetto della faccenda. Alessandro Pavolini non era semplicemente un bifolco alla corte del Duce. Era nato in una famiglia alto-borghese di raffinati intellettuali della Firenze di inizio secolo. E lui stesso, prima diventare ministro del Minculpop, era stato giornalista e scrittore, e ci ha lasciato alcuni libri che è impossibile definire brutti. E allora le domande da porsi sono anche altre. Come è possibile che un intellettuale raffinato – cresciuto nella Firenze di Salvemini e Calamandrei, più o meno coetaneo dei fratelli Rosselli – abbia fatto quello che ha fatto raggiungendo posizioni sempre più estremiste? Perché ha piegato la sua cultura e il suo talento alle retorica del regime?
C’è un brano, proprio di Calamandrei che Lorenzo riporta in Accanto alla tigre. Siamo nel 1924, e a Firenze gli squadristi decidono di sospendere con la forza una lezione di storia tenuta all’università da Salvemini, non a torto considerato il principale pericolo per il regime nascente. Si accendono degli scontri nei corridoi della facoltà, e a un certo punto, ricordandone la confusione, Calamandrei scrive: «Soprattutto mi restarono impressi, nei cento volti di quella canea urlante, gli occhi di Alessandro Pavolini, allora studente di legge, che capeggiava quell’impresa: egli mi guardava senza parlare con occhi così pieni di acuminato odio che quasi ne rimasi affascinato come se fossero occhi di un rettile: c’era già in quegli occhi la spietata crudeltà di colui al quale vent’anni dopo, alla vigilia della liberazione della sua città, doveva essere riservata la gloria di organizzare i franchi tiratori, incaricati di prendere a fucilate dai tetti le donne che uscivano durante l’emergenza a far provvista di acqua».
Non si può capire Pavolini prescindendo dalla Firenze degli anni venti. Così come non si può comprendere il fascismo urbano, intellettuale, anti-borghese, volontaristico (e l’antifascismo delle origini, che vi si oppose), separandolo dal capoluogo toscano e le sue tensioni. C’è stato un fascismo reazionario: reazione al biennio rosso e al socialismo degli operai e dei contadini. Il fascismo agrario è stato soprattutto questo: e le sue dinamiche (anche quando il consenso si estendeva al di là dei soli agrari) sono più facili da scorgere. Più difficile è oggi capire (ma in fondo lo era anche allora) come il fascismo degli anni venti possa essere stato per una generazione di giovani intellettuali nati in seno alla borghesia qualcosa di rivoluzionario, che univa Sorel e il culto dell’azione, il dispregio del parlamentarismo e l’idea dell’uomo forte. Penetrare questo calderone, che sarebbe superficiale ridurre solo a paccottiglia conservatrice, questo caos italiano, è in fondo la cosa più difficile per Lorenzo, come per noi. C’è chi l’ha chiamato fascismo di sinistra (in fondo ne subirono il fascino anche Vittorini e Bilenchi, amico di Pavolini), chi addirittura fasciocomunismo (pensando a Bombacci).
Anche se l’autore non lo cita, il libro di riferimento su questi argomenti è ovviamente il Lungo viaggio attraverso il fascismo di Ruggero Zangrandi. Molti quindici o vent’anni dopo si sarebbero ritrovati antifascisti, arrivando alla conclusione che tra loro e il fascismo non c’era più niente da spartire. Altri invece, proprio come Pavolini, anche se in numero minore, sarebbero diventati ancora più fascisti, in odio ai voltagabbana del 25 luglio. Eppure, quel mix di «arditismo di guerra, fiumanesimo dei Legionari, squadrismo delle camicie nere, volontariato dell’Africa Orientale», che Pavolini e i suoi esaltavano, è proprio il cuore nero con cui Piero Gobetti già nel ’22, all’indomani della marcia su Roma, provò a confrontarsi spostando acutamente la questione sul piano psicologico, e quindi pre – politico. Lo fece proprio nel celebre articolo Elogio della ghigliottina, allorquando affermò: «L’attualismo, il garibaldinismo, il fascismo sono espedienti attraverso cui l’inguaribile fiducia ottimistica dell’infanzia ama contemplare il mondo semplificato secondo le proprie misure». Il cialtronesco disprezzo per le regole e la democrazia, come ritorno a una sempiterna infanzia, o giovinezza, da cui non si vuole uscire: ci dice ancora qualcosa oggigiorno, tutto questo? Lorenzo sa che è impossibile guardare negli occhi il proprio nonno morto nel ’45. Ma prova a farlo per vie traverse. Attraverso i suoi stessi romanzi e i suoi stessi articoli, attraverso le memorie famigliari, attra verso lunghe conversazioni con alcuni amici. Ma per quanto ci si possa avvicinare al cuore di tenebra, possederlo pienamente è impossibile.
Dicevo agli inizi che Lorenzo (se in questo articolo non l’ho mai chiamato per cognome, se non all’inizio, non è solo per l’amicizia che ci lega da anni, ma soprattutto per separarlo dal nonno) ci dice qualcosa di molto importante sul rapporto con la memoria del totalitarismo. In genere ci si accosta alla tragedia del fascismo (quelle poche volte che ancora lo si fa) attraverso gli occhi delle vittime o dei giusti che si opposero al diluvio. Ma poi ci sono gli altri, l’altra faccia della medaglia, e le loro azioni costituiscono tuttora un groviglio di interrogativi assillanti: cosa passava nella testa dei carnefici o dei torturatori? cosa passava nella testa degli squadristi o di chi li aizzò? di chi edificò il regime e, dopo l’8 settembre, la Rsi? cosa pensavano i ras negli ultimi giorni di Salò? Lorenzo prova a rispondere ad alcune di queste domande partendo da sé, dalla propria famiglia, dagli incroci tra questa e il fascismo.
È un’operazione controcorrente. E risulta essere ancora più controcorrente, nel momento in cui si mostra attentissimo a evitare ogni forma di recupero o revisionismo del fascismo estremo. I dubbi di chi si interroga, lo stupore davanti agli eccessi, non diventano mai accondiscendenza. Così come il riportare le memorie di suo padre bambino nel rapporto con il padre Alessandro, o lo scambio epistolare tra i nonni, o il dolore di Corrado Pavolini alla notizia della fucilazione del fratello minore, è solo una strategia di avvicinamento alla complessità della figura dell’intellettuale squadrista, cordiale con gli amici e spietato con i nemici.
Nulla è edulcorato in questa pagina del Novecento, perché nulla può essere edulcorato. Anche se Lorenzo non è così radicale nello scriverlo a chiare lettere (e anche questo forse risponde a una strategia precisa: il pudore come arma anti-totalitaria?), la tigre in fondo è ripugnante, e il tentativo di cavalcarla è talmente ignobile da non poter essere giustificato con gli ardori di una continua adolescenza. Non c’è niente, ma proprio niente di romantico, nel gorgo di cultura e violenza offerto dalla vita dei gerarchi.

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Una Risposta to “Pavolini nonno e nipote”

  1. Laura Says:

    molto interessante.

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