Seminario sui luoghi comuni

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15. But I digress

di Francesco Pacifico

Con Tristram Shandy Sterne scrive un romanzo a mulinelli in cui il narratore cerca di raccontare la sua vita ma per un paradosso di Zenone non riesce a superare tutto ciò che ruota intorno alla sua nascita materiale, e finisce a parlare soprattutto di tare genetiche, fisime del padre e dello zio, teorie su tutto, dalla guerra all’onomastica. È che ci sono troppe «situazioni da armonizzare, aneddoti da cogliere, dediche da redigere, racconti da legare insieme, tradizioni da vagliare, personaggi da presentare…» Insomma la storia non comincia mai, è un continuo di premesse. Così, avvicinandosi alla metà dell’opera, Tristram fa l’ennesima sosta per giustificare l’andamento caracollante del racconto.
A lui sembra tutt’altro che caracollante, in effetti, e il suo racconto comicamente sbicchierato sente di tenerlo in pugno. Nel brano di oggi sentiamo Tristram richiamare l’attenzione sul talento con cui riesce a divagare senza mai far perdere tensione narrativa alle sue memorie. Il che è evidentemente falso, nonostante il libro sia un parco di divertimenti: la tensione si perde eccome e, al pari di un giorno alle giostre, leggendo si ciondola da un’attrazione all’altra con una sorridente, benevola nausea, di quelle nausee da divertimento che fanno venir voglia di tornare a lavorare.
La cosa stupefacente di questo strano libro di Sterne è la quantità di cose che chiede al lettore di sopportare, e la classe e l’umiltà e la simpatia con cui si giustifica. Il suo protagonista si vanta della propria intelligenza digressiva, per un intero capitoletto si riempie di complimenti. Si dà del fuori classe, si paragona ai grandi scrittori, non dubita che il lettore stia ricevendo le informazioni nel modo più convincente, esaustivo, ritmato. Alla fine del capitolo, chiude questa descrizione del funzionamento e dello scopo delle digressioni con il tipico acuto dello scocciatore: promettendo che se le cose continuano a procedere per il meglio, intende continuare a scrivere la sua vita per digressioni fintanto che camperà.
Il romanzo ha un problema ineludibile. Si basa sempre su una richiesta disperata dell’autore: seguimi; anche quando la tiro per le lunghe. I libri sono sempre troppo lunghi rispetto a un aneddoto: sì, d’accordo, ma alla fine hanno scopato? Ma il lavoro, l’ha perso? Il padre l’ha perdonato? Nei romanzi si passano alla lente di ingrandimento le cose in maniera deliberatamente poco efficiente: è faticoso ma dà grandi soddisfazioni; l’unico problema è che il bisogno naturale di pettegolezzo viene quasi sempre frustrato (sono rari i casi di rapporto uno a uno fra aneddoto e racconto; i miei preferiti del genere sono i racconti brevissimi di Maupassant e le storie del Decamerone). Il senso di un eccesso di informazioni e di una ridondanza è un’esperienza ineliminabile della lettura. (Allo stadio, durante una partita noiosa, ho sentito un tifoso dire «Che palle, me pare che sto a legge ‘n libro».)

D’altra parte bisogna pur chiedere al lettore un po’ di indulgenza. Oppure imporgliela. Essere sprezzanti. Sterne è sprezzante o umile? Non si può dire che prenda le distanze dallo sproloquio di Tristram sulla sua bravura in fatto di digressioni. Perché il libro è perfettamente descritto da queste due pagine meta, che possono dunque considerarsi un manifesto. E però è un bel modo mettere in chiaro il proprio manifesto attraverso le parole di un narratore inattendibile.
Sterne mi fa pensare al samurai, che deve combattere disposto a morire. Deve perdere il proprio io e dunque vivere come fosse morto, come non avesse nulla da difendere. Sterne non difende quello che ha: proprio nel momento in cui sembra giustificarlo lo sta gettando in pasto a chi non la pensa come lui. L’affermazione così arbitraria di certe idee, fatta da Sterne attraverso Shandy, assomiglia alla perdita dell’io e dello spirito di sopravvivenza proprio nel momento in cui sembra indulgere senza pudore. Sterne si consegna ai suoi detrattori. Sostanzialmente sembra dire: «Lo so, lo so, questa delle digressioni è un’idea da squilibrati: portarla avanti per centinaia di pagine, lo so, è sbagliato, e infatti: sentite con che toni la deve giustificare questo dissociato di Shandy». E il lettore: «Ah, ma allora Sterne lo sapeva, si è infilato in questo pasticcio sapendo che pare il parto di un esaltato».
Per quanto uno possa essere sicuro dei propri mezzi intellettuali, è ammirevole consegnarsi al nemico (al detrattore) come fa Sterne. Non può trattarsi di sicurezza dei propri mezzi, di sensazione di superiorità. O meglio: sarà senso di superiorità, ma derivato non da una rendita di posizione, da una valutazione spassionata dei vantaggi offerti dal cervello di cui si dispone. Deve per forza trattarsi di spericolatezza, di perdita dell’io: essere disposti a morire.

Da Vita e opinioni di Tristram Shandy
di Laurence Sterne

[Nella] lunga digressione, in cui sono stato incidentalmente trascinato, come del resto di può dire di tutte le mie digressioni (a eccezione di una), vi è il colpo maestro, proprio di una intelligenza digressiva, il merito della quale temo sia stato trascurato dal mio lettore, non tanto perché costui manchi di senso d’introspezione, ma perché si tratta di un’abilità da fuori classe, come raramente si può trovare o comunque pretendere per una digressione. Cioè tutte quante le mie digressioni sono ben condotte (come voi dovete ammettere); frequentemente mi stacco dal nocciolo della questione per librarmi in esse, come farebbe un qualsiasi altro scrittore della grande Inghilterra. Tuttavia sempre mi preoccupo di ordinare le cose in modo che le file del mio racconto (le più importanti, almeno) non abbiano a restare stazionarie in mia assenza.
Per esempio, stavo proprio dandovi le linee essenziali del carattere molto eccentrico di zio Tobia, quando venne a intromettersi la storia di zia Dina e del suo cocchiere. Poi un ghiribizzo mi condusse per milioni di chilometri, fin dentro al cuore del sistema copernicano; nonostante ciò, avrete notato che lo schizzo del carattere di zio Tobia ha proseguito allegramente.
Se non proprio le linee essenziali del suo temperamento (ciò era impossibile), avrete almeno afferrato qua e là, man mano che il racconto proseguiva, qualche particolarità o indizio efficace sul suo carattere.
Perciò, ora vi trovare in possesso di una conoscenza di zio Tobia più profonda di prima.
Proprio per questo modo di procedere, il meccanismo del mio romanzo è unico nel suo genere. In esso vi sono due correnti contrarie, che finiscono col riconciliarsi e compendiarsi a vicenda, anche se prima si pensava che potessero dar luogo a una narrazione slegata dagli avvenimenti.
In una parola, il mio racconto è digressivo e progressivo allo stesso tempo.
Questa, signore, è una storia non molto differente da quella della terra che si muove attorno al proprio asse e nel suo giornaliero movimento di rotazione progredisce nell’orbita ellittica, dando luogo così alla varietà e all’avvicendarsi delle stagioni di cui noi godiamo. Devo ammettere che proprio da tale fenomeno è nata la mia idea. Del resto son convinto che la maggior parte dei nostri decantati progressi e scoperte sono stati suggeriti da fatti altrettanto insignificanti. È inutile contraddirmi, le digressioni sono il sole che splende, sono la vita, l’anima di una lettura! Toglietele da questo libro, per esempio! Potrete gettare via con esse anche il libro. Un freddo inverno e una monotonia senza fine regneranno in ogni pagina. Restituite le digressioni allo scrittore; egli correrà loro incontro come uno sposo, ne invocherà una grandinata, si sfogherà a gettarle a piene mani nel suo racconto e pregherà che non gli vengano più a mancare. (…)
[Se] inizia una digressione e da quel momento tutta quanta la narrazione resta bloccata, oppure procede con la mole principale del lavoro e interrompe la digressione, questo si chiama lavorare male.
Proprio per un tale motivo, fino dall’inizio, voi lo vedete, ho disposto le cose in modo che i fatti principali e le parti avventizie fossero inseriti gli uni negli altri; e le correnti digressive e progressive del romanzo fossero così ben alternate e compendiate, un ingranaggio nell’altro; cosicché ora l’intero meccanismo è ormai perfettamente avviato. È mio proposito tenerlo in moto per almeno quarant’anni, sempre che alla sorgente della salute piaccia di benedirmi con una lunga vita e un acuto intelletto.

Leggi le precedenti puntate del Seminario suoi luoghi comuni
14. Amore e morte
13. Come sfruttare orribilmente tua sorella e uscirne sconfitto
12. Se la montagna non va a maometto
11. La livella
10. Prima che il gallo canti mi avrai frainteso tre volte
9. La realtà nonostante l’autore
8. Scene di lotta di classe
7. Pettegolezzi
6. Culto della personalità
5. Il giovane moralista
4. Le leggi della fisica
3. Idiosincrasie di un protagonista
2. Compassione per la comparsa
1. Il viale per lo struscio

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Una Risposta to “Seminario sui luoghi comuni”

  1. Luigi Says:

    Un po’ come “Se una notte d’inverno un viaggiatore” che inizia solo. Interessante. Soprattutto la digressione sulle digressione che l’autore fa in uno slancio meta-digressivo (?) 🙂

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