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La fisica delle coincidenze

aprile 28, 2010

Questo articolo è già apparso su Repubblica il 16 aprile scorso

di Piergiorgio Odifreddi

Sappiamo tutti che, alla roulette di un casinò, i colori rosso e nero escono in modo perfettamente casuale, senza alcuna regolarità. Supponiamo però che due amici si rechino in due casinò diversi, e registrino alla stessa ora le successioni di colori usciti alle rispettive roulettes. Se, confrontando le registrazioni, si accorgessero che le due successioni sono perfettamente coincidenti, cosa potrebbero pensare? Ovviamente, soltanto che le due roulettes sono truccate, e collegate in qualche modo. Se però i gestori dei casinò spergiurassero che non ci sono trucchi, permettessero controlli, e non si scoprisse effettivamente niente di sospetto? Beh, questo sarebbe un ottimo esempio di ciò che Jung chiamava sincronicità: un concetto da lui introdotto per spiegare l’ esistenza di quelli che a volte ci appaiono come i «casi strani», o le «coincidenze significative», della vita. Di solito, posti di fronte a questi casi o coincidenze, alcuni li accettano di buon grado, e altri invece li rimuovono. Jung trovò insoddisfacente l’opposizione tra causalità e casualità, e propose di affiancare loro un «terzo escluso», che chiamò appunto sincronicità: cioè, una connessione fra eventi che non è nè causale, nè casuale. Sorprendentemente, l’ esempio più inequivocabile di sincronicità viene oggi dalla fisica. Più precisamente, dai lavori di John Bell, di cui Adelphi pubblica un’ interessantissima raccolta di saggi più o meno divulgativi e filosofici, intitolata Dicibile e indicibile in meccanica quantistica. Saggi in cui è Bell stesso a dare l’interpretazione autentica dei suoi lavori. E lavori che hanno fatto storia non solo nella fisica, ma anche e soprattutto nella filosofia della scienza, perché hanno portato alla prima refutazione sperimentale di una visione metafisica del mondo, proposta nel 1936 da Albert Einstein e da lui difesa strenuamente fino alla morte.
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