Marrazzo, Morgan, Spitzer e il fantasma del pentimento mediatico

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Questo pezzo è uscito sul Fatto Quotidiano il 28 aprile.

di Nicola Lagioia

Ho sempre preferito i romanzi di Nabokov agli esegeti di Maria Goretti, e dunque credo di essere tra quei pochi che, a scandalo appena esploso, hanno iniziato a provare una certa simpatia umana per Piero Marrazzo, a cui pure avevo dato il mio voto anni prima turandomi il naso per non lasciarmi stordire dall’odore d’acquasantiera che promanava sin dalle pagine internet dell’allora aspirante governatore. La versione del califfo così ubriaco di potere da reputarsi super partes mi convinceva (e seduceva) molto meno rispetto all’immagine notturna di un uomo solo, talmente preso all’amo della propria ossessione da dimenticare ogni prudenza e scendere nel ventre cittadino in esclusiva compagnia dei propri demoni. I Gracchi della contea di Norfolk, vale a dire i fratelli Kennedy, seppero alzare intorno ai propri innumerevoli festini una barriera elettrificata di potere puro al cento per cento, e mi sembrano umanamente più banali e prevedibili di chi arriva a farsi incastrare dalla polizia corrotta come ha fatto l’ex governatore del Lazio. Una storia che piacerebbe a James Ellroy.
Certo, pur non avendo responsabilità penali (andare a trans non è reato, e non lo è la cocaina usata a fini di consumo personale, e pare non lo fosse nemmeno l’uso dell’auto blu fuori dagli impegni istituzionali), Marrazzo ha tradito chi gli aveva dato il voto in nome di quel Dio, quella famiglia, quella patria sbandierate così stucchevolmente durante la campagna elettorale, e in più si è lasciato ricattare, ma l’improvviso squarcio sull’uomo sotterraneo mi sembrò all’epoca paradossalmente risarcitorio: impossibile essere così vuoti e bidimensionali come Marrazzo si presenta agli elettori, pensai, e dunque meglio il peccatore del cyborg circonfuso d’incenso. È durata lo spazio di poche notti, questa mia simpatia. Perché poi è arrivato il pubblico pentimento, il pubblico annuncio di ritiro in convento, la pubblica citazione di Cormac McCarthy a scopo letterario-espiatorio, e adesso il pubblico annuncio di ritorno sulle scene dopo appena sei mesi di ritiro previo (ancora) pubblico lavacro televisivo su Rai3 domenica prossima nello studio della Annunziata per In ½ ora. È qui che la mia imprevista simpatia si ritramuta nella solita ostile diffidenza: in fondo il tragico Humbert Humbert di Lolita nasconde i suoi peccati, mente, briga, depista, ma non arriva mai a rinnegare la sua amata Dolores Haze, nemmeno nel braccio della morte. Si potrebbe pensare che Marrazzo sia il solito furbone, ma il mio atroce sospetto è che lui a tutto questo (sepoltura definitiva del vizio sotto il pentimento, espiazione, rinascita, tutto nello spazio di neanche una stagione) ci creda veramente.

L’uso dei mass media come acceleratori di particelle in grado di curvare lo spazio-tempo compiendo all’istante vere e proprie conversioni è una pratica che nasce negli Stati Uniti. L’ultimo caso – quasi un parallelo con Marrazzo –, è quello di Eliot Spitzer, ex governatore dello stato di New York costretto alle dimissioni nel 2008 dopo uno scandalo sessuale scoperchiato dal «New York Times» (era lui il «client number 9» del giro di prostitute che frequentava l’ormai famigerato Emperor’s Club). Dopo nemmeno un anno sabbatico anche Spitzer è tornato sulla scena, e lo ha fatto nelle vesti del moralizzatore e del fustigatore di costumi finanziari sulla HBO e dalle colonne dal «Washington Post»; è bastata insomma la scatola magica dei media per giungere, nella percezione del pubblico televisivo, al risultato che ai grandi peccatori dostoevskijani costava anni di castigo e meditazione, tanto che (assicurano i sondaggi) se Spitzer tornasse a correre per lo stato di New York avrebbe oggi buone chances di vincere. E non accadde in fondo la stessa cosa anche a Bush jr, l’ex alcolista abbagliato da una inverificabile luce metafisico-televisiva, talmente allucinante da fargli poi vedere le armi di distruzione di massa lì dove c’era solo il deserto?
È vero, il pubblico occidentale munito di telecomando ha sempre amato le parabole in salsa cristica fatte di ascesa-caduta-rinascita. Ma il timore è che l’evo massmediatico sia entrato in una nuova fase: non sono più i singoli citizen Kane a manovrare la macchina, ma è l’intelligenza (o la stupidaggine) artificiale dei mezzi di comunicazione, con il suo strapotere e la sua acefala pervasività, a dettare i tempi drammaturgici perfino dei nostri cambiamenti interiori. Per cui sì, ciò che resta del Marrazzo uomo novecentesco saprà anche bene come il concetto d’espiazione preveda tempi lunghi e non passi necessariamente per le telecamere, ma il Marrazzo fantasma mediatico del terzo millennio è costretto per esistere a tornare in tv, a rinnegare (ammesso che ci sia qualcosa da rinnegare), a pentirsi, magari pure ad accusare, ma soprattutto a crederci. Chi lo guarderà nel programma dell’Annunziata sarà probabilmente scettico sulla sua riabilitazione, e tuttavia non potrà fare a meno di crederci con quella cieca ghiandola preposta ad assorbire le immagini che sta diventando la nostra percezione del mondo. Stessa cosa per Morgan qualche mese fa. Dopo l’ammissione dell’uso di crack, a che vantaggio sputtanare vent’anni di vita artistica andandosi a confessare nel salotto cardinalizio di «Porta a Porta»? Il fatto è che per Morgan non sono più i tempi di David Bowie ma quelli di «X Factor», e chi si è sottoposto all’untuosa gogna di Vespa non era un furbacchione ma un ragazzo confuso e, cosa più triste, impossibilitato a un vero scatto d’orgoglio, un personaggio costretto ormai antropologicamente a obbedire al canovaccio che l’intelligenza mediatica ha allestito per lui. E, fateci caso, non si tratta mai di canovacci dagli esiti liberatori.
Siamo insomma entrati nella fase Clockwork Orange, e il Morgan, lo Spitzer, il Marrazzo di turno sono sempre più pericolosamente simili all’Alex di Burgess e di Kubrick, l’ex teppista costretto a comportarsi in modo edificante dalla cura Ludovico. E poiché chi va a trans per propria scelta e soprattutto a proprio rischio mi inquieta meno di chi si pente sinceramente causa esigenze televisive poste ormai oltre il confine del bene e del male, continuo a rimanere dalla parte di Humbert Humbert.

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6 Risposte to “Marrazzo, Morgan, Spitzer e il fantasma del pentimento mediatico”

  1. Luigi B. Says:

    Ho riflettuto molto su questo pezzo (ovviamente ineccepibile) ed ho pensato che la politica italiana (più di ogni altra cosa) è sempre stata intrisa di una tragicità grottesca propria del teatro o della narrativa. Se Luttazzi ha ragione quando dice che gli elettori non votano il politico per i suoi programmi ma in base a quanto bene sa raccontare una storia (la sua), allora mi spiego perché – nonostante tutto – l’Italia ha sempre avutpo un elevato numero di elettori.
    Se ci rifletto bene, i telegiornali o i salotti politici contengono molta più drammaturgia e potenza narrativa di numerosi romanzi contemporanei. Con il vantaggio di uno sforzo richiesto molto inferiore.

  2. Laura Says:

    d’altronde, è l’estensione all’ennesima potenza del ‘cofessionale’ del Grande Fratello.
    Bel pezzo, Nicola, lucido come sempre

  3. igor Says:

    Analisi ineccepibile, Nicola. E qui nel Lazio (ma quale Lazio? visto che ad esempio a noi della provincia di Frosinone ci stanno facendo fuori) abbiamo rischiato di finire dalla padella alla brace: da chi predicava bene ma… razzo… lava male a una Bonino-pochino di buono

  4. Silvia Says:

    La grande differenza, tra i personaggi citati, è unica. Ovvero che i personaggi dello spettacolo fossero “maudit ” è cosa scontata. Anzi come insegnavano i “poeti maledetti” proprio l’estasi prodotta da sostanze porta a “vedere l’arte” a comporre poesie, a dipingere quadri, a scrivere musica ecc.ecc.
    Nel caso Marrazzo si aggiunge l’importante parola “politico” e ciò fa cadere ogni pietismo, ogni compartecipazione, ogni ideale. Si tratta di qualcuno assurto alla vita pubblica che dovrebbe dare l’esempio, non creativo come artista, ma esempio di onestà e rettitudine, perchè chiamato a gestire beni pubblici , pagato profumatamente per farlo. Dulcis in fundo tornerà pure sugli schermi! Che triste spettacolo, davvero!

  5. Marco Says:

    Mi permetto di aggiungere, a questo articolo molto interessante, quest’altro scritto:

    http://lamaniaperlalfabeto.splinder.com/post/22548909/onorificenza-pomodoro

  6. Marisa Says:

    E’ incredibile come montagne di parole, nei millenni, pur riducendola in fin di vita, non abbiano cancellato il senso etico negli uomini. Me ne compiaccio: questo dimostra irrevocabilmente che esiste non solo una spiritualità conclamata nell’essere umano, ma anche una morale ultraterrena e imperscrutabile che tutti i “dotti” di questa Terra non possono sconfiggere, così come non si possono superare gli oggettivi limiti della natura. Ben vengano i pentimenti, brevi o strumentali che siano, perché riaffermano comunque la presenza, sia pure agonizzante , di una coscienza sociale.

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