Se i Coen avessero preso le distanze dai Coen

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di Giuseppe Zucco

Alla letteratura secca e tagliente di Cormac McCarthy, una tra le migliori penne americane, i fratelli Coen hanno sostituito un cinema altrettanto misurato e levigato. Al posto di frasi chirurgiche, di un altissimo senso del ritmo, di un uso della punteggiatura che corteggia le pause di respiro del lettore, di un linguaggio che rasenta l’oralità e la nitidezza delle descrizioni – una scrittura così raffinata che si fa immagine e apre alla visione della storia e alla comprensione dei motivi che la fondano – ora si trovano delle immagini nette ma non ugualmente necessarie.

L’operazione dei fratelli Coen è stata semplice, apparentemente. Libro alla mano, lo hanno letto da cima a fondo, ne hanno selezionato le parti adatte per una trasposizione cinematografica, e infine hanno sfilato via lo scheletro narrativo dalla carne viva del romanzo. Inseguimenti, sparatorie e fiumi di sangue: quella era la cosa più facile da mettere in scena. Molto più complesso tratteggiare i personaggi, scolpire con la luce i protagonisti, mettergli tra le pieghe del viso un’espressione esatta che raccontasse un passato, un futuro, il guado del proprio presente.

E ci sono riusciti con Llewelyn Moss, l’uomo che trova una valigia ripiena di dollari e fugge via. Ci sono riusciti con Anton Chigurh, rendendo quasi umana l’incarnazione paranoica del Male, che non ha storia né tempo, che sparisce così come arriva, che ritornerà di sicuro – un Javier Bardem senza eguali, perfettamente in parte, spietato sotto un caschetto buffissimo, talmente buffo da restituire il Male per quello che è: ridicolo e noioso, ripetitivo nella morte che si trascina dietro.

Ma non ci sono riusciti con Bell, lo sceriffo. Nel libro, McCarthy affida al vecchio sceriffo un ruolo chiave. Bell parla in prima persona. In capitoli scarni, il vecchio pensa a voce alta. Nei suoi pensieri c’è l’impronta di un mondo giusto che declina e tende a scomparire. Bell è una figura quasi biblica: raffigura l’etica, l’antidoto all’inferno, il senso di giustizia che scava la pelle e disegna sul viso una maschera dura di serietà ed esattezza nel fare le cose e giudicare il mondo. Bell è una figura tragica: è il punto di cesura tra due mondi che divergono, una figura che assume su di sé la fine di un’epoca, quella in cui si poteva contare sul buon senso, e gli atti criminali venivano risolti, e le cose erano fatte bene, e resistevano al trascorrere del tempo.

(Del resto, è impensabile che la figurina dello sceriffo disegnato dai fratelli Coen potesse pronunciare alcune tra le frasi più fiduciose e aperte alla speranza mai scritte da McCarthy:

Quando uscivi dalla porta sul retro di quella casa, da un lato trovavi un abbeveratoio di pietra in mezzo alle erbacce. C’era un tubo zincato che scendeva dal tetto e l’abbeveratoio era quasi sempre pieno, e mi ricordo che una volta mi fermai lì, mi accovacciai, lo guardai e mi misi a pensare. Non so da quanto tempo stava lì. Cento anni. Duecento. Sulla pietra si vedevano le tracce dello scalpello. Era scavato nella pietra dura, lungo quasi due metri, largo suppergiù mezzo e profondo altrettanto. Scavato nella pietra a colpi di scalpello. E mi misi a pensare all’uomo che l’aveva fabbricato. Quel paese non aveva mai avuto periodi di pace particolarmente lunghi, a quanto ne sapevo io. Dopo di allora ho letto un po’ di libri di storia e mi sa che di periodi di pace non ne ha avuto proprio nessuno. Ma quell’uomo si era messo lì con una mazza e uno scalpello e aveva scavato un abbeveratoio di pietra che sarebbe potuto durare diecimila anni. E perché? In cosa credeva quel tizio? Di certo non credeva che non sarebbe mai cambiato nulla. Uno potrebbe anche pensare questo. Ma secondo me non poteva essere così ingenuo. Ci ho riflettuto tanto. Ci riflettei anche dopo essermene andato da lì quando la casa era ridotta a un mucchio di macerie. E ve lo dico, secondo me quell’abbeveratoio è ancora lì. Ci voleva ben altro per spostarlo, ve lo assicuro. E allora penso a quel tizio seduto lì con la mazza e lo scalpello, magari un paio d’ore dopo cena, non lo so. E devo dire che l’unica cosa che mi viene da pensare è che quello aveva una sorta di promessa dentro al cuore. E io non ho certo intenzione di mettermi a scavare un abbeveratoio di pietra. Ma mi piacerebbe essere capace di fare quel tipo di promessa. È la cosa che mi piacerebbe più di tutte.)

Tutto questo, nel film, non c’è. Se ne trova traccia al principio, nel voice over, e poi nel finale, bellissimo e implacabile, aderente al millimetro al libro. Ed è il finale che ha lasciato perplessi gli spettatori che hanno guardato il film, ma non hanno letto il libro. Perché arriva e continua come se fosse scollegato dal resto – un film dove piove sangue, e i vetri scoppiano in pezzi, e le pallottole bucano chiunque.

Sarebbe stato un capolavoro se dalla trama delle immagini fosse spuntata la figura tragica di Bell, lo sceriffo. Se i Coen fossero riusciti ad eguagliare la profondità e l’incisività della scrittura di Cormac McCarthy. Ma rimane comunque un film di ottima fattura, un western quando il western non è più praticabile, nel mondo impazzito degli anni ottanta.

Ci sarebbero potuti riuscire, i Coen, solo se avessero praticato il distacco da se stessi: se i Coen, per un attimo, avessero preso le distanze dai Coen. Invece hanno preferito guastare la tragicità degli eventi raccontati punteggiandoli con la loro comicità nera e graffiante – uno su tutti, valga l’esempio del rapporto e dei dialoghi tra lo sceriffo ed il suo sottoposto. Ma non ci si libera mai veramente da se stessi. E se in alcuni casi è una salvezza, qui il gioco mostra i suoi limiti.

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