Andava tutto al macero

by

di Marco Mantello

A proposito della discussione sulla pseudoeditoria, ripubblichiamo per gentile concessione di autore e editore un brano del romanzo di Marco Mantello, La rabbia, pubblicato quest’anno da Transeuropa. Nella Rabbia il padre, Leandro Van Sandt, è un affermato e anziano scrittore italiano, in preda a un esaurimento nervoso dopo la separazione dalla moglie, politica in carriera ascesa al rango di ministra con portafogli in un governo di fine anni ottanta.  Il figlio, Filippo Van Sandt, è un quarantenne insicuro e autodistruttivo, emigrato all’estero come un fuggitivo dopo la rinuncia ai concorsi universitari che avrebbero fatto di lui uno stimato professore di diritto….
Nella scena che riportiamo, Filippo viene spedito dal padre, oramai caduto in rovina presso il mondo letterario dopo lo scandalo del canicidio dei volpini della sua ex moglie, a una decisiva riunione della casa editrice Guermonti, con l’incarico di esporre agli amici di una vita un nuovo, mirabolante progetto editoriale, con il quale Leo intende rientrare nel giro che conta, dopo le ultime vicende della sua vita affettiva. Alcune settimane prima della riunione in Guermonti, ormai al culmine di una parabola di follia ambivalenza morale e rabbia, Leandro Van Sandt aveva spedito una lettera alla redazione tutta, anticipando i dettagli della sua proposta…

Era vero, Leo Van Sandt, a parte il cane, viveva per due sole cose: a. Sistemare Filippo in casa editrice come alternativa credibile «a quel fognaio di legulei dove si era ficcato». b. Far uscire per fine anno, nella prestigiosa collana dei «Paralleli», tre volumi tematici di rifiuti editoriali. Il suo «credito» e il suo «lascito» come diceva lui.
Così l’indomani, martedì, porse a Filippo un voluminoso plico, pregandolo di portarlo a quella benedetta «riunione» romana.
«Devono leggere tutti!» ripeteva sull’uscio in vestaglia e pipa, «E farmi le relazioni! Hai capito? E chiama Artusi su a Milano, per cortesia. Sa già tutto…»
Su via del Sorriso, entrando al palazzo Guermonti, Filippo ebbe una fastidiosa sensazione di déjà-vu.
Erano anni che non vedeva quella gente. Scese giù in seminterrato, bussò alla porta della Redazione, entrò e si mise a sedere, in attesa. Non c’era ancora nessuno e quel tavolo bianco, le sedie vuote, somigliavano tanto a come si sentiva adesso. Un uomo vuoto. E senza personalità.
Sul tavolino della corrispondenza giacevano libri di autori sconosciutissimi, tutti con dedica. Sul muro invece, davanti all’unico Macintosh spento, stavano affisse le missive delle “troie”, dei “kamikaze” e dei “paranoici”. Le frasi più spassose erano evidenziate in giallo. Tutta gente che chiedeva qualche cosa a nome di sé stessa, o di qualcun altro. Pubblicazioni, favori, appuntamenti… Fuori, lungo le scale, a gruppi di due, tre voci in avvicinamento, salivano le quotazioni degli «Allora che cazzo vuol dire?», dei «Sì ma adesso non personalizzare», mentre i «Prego dopo di te, ma che scherziamo?» risultavano del tutto in ribasso.
Parioli Alti entrò per primo. Aveva una faccia scocciatissima.
«Ciao Filippo. Come stai?» gli disse sbaciucchiandogli la guancia.
Pareva non si vedessero dall’altro ieri.
Erano arrivati anche Livia Ruini, Roberto Musillo e Federico Berchèt. Era un giorno decisivo, si discuteva di «rinnovamenti» e da Milano era sceso Riccardo Artusi in persona. Filippo non lo vide subito. Fissava con insistenza una di quelle lettere affisse al muro. Brillava di un giallo solare, per quanto era piena di sottolineature.
«Come sta tuo padre?» gli chiese subito la Ruini, «Ho provato a telefonargli ma il cellulare è sempre staccato…».
«Vieni a sederti qua, giovane Van Sandt» disse Artusi dal tavolo.
Ma Filippo fissava ancora quella lettera, sulla bacheca dei matti. Quelle parole gli mormoravano qualcosa di familiare. Quel modo di fare le “s”, l’istrionico allungarsi delle “i” e delle “t”, quelle vocali microscopiche e piatte come encefalogrammi… c’era anche la data, la firma, tutto…

Forse i meno giovani di voi ricorderanno che al Parallelo dei Rifiuti ci pensavo da quarant’anni. Prima di entrare in consiglio di amministrazione ho lavorato alle Proposte e ne ho chiusi e aperti tanti, di manoscritti. Non era come oggi. Oggi con Facebook e i blog letterari si semplifica tutto il lavoro. È come avere gratis un’area di smaltimento e allo stesso tempo una banca dati per le indagini di mercato. Ai miei tempi, invece, toccava leggere tutto e fare le cartelline scritte di valutazione. Eravamo letteralmente sommersi dall’immondizia. Ci scrivevano le madri di ragazzi suicidati, quasi che l’insano gesto dovesse di per sé attribuire loro un talento. Ricordo il romanzetto di un maggiore della Folgore. Fascistissimo. Non riusciva mai a farsi spedire in una delle tante missioni umanitarie miste a guerra, in cui si imbarcava di tanto in tanto la nostra patria. Perciò pensò bene di spedire a noi il romanzetto scritto nell’attesa. Nella foto – se l’era fatta scattare sulla spiaggia di Sabaudia – stava in mezzo a un gruppo di ambulanti, effettivamente etiopi. Li aveva avvolti capo e piedi a un tricolore e sorridevano, con quei denti cariatissimi e irregolari…

(…)

Per le parti tagliate, come già dovreste sapere, ho inserito l’espressione «omissis». Certa robaccia, a furia di omissis, si è ridotta a nulla.

(…)

Raccomando, nella prima sezione, un’attenta lettura del memoriale di Giuseppina Sunis (Sulle strade dell’Asinara).Per il caso Bomi, invece, andrebbe fatto un discorso a parte. Bomi non ha scritto nulla nella sua vita, salvo le lettere. Sono in tutto sedici

e ricoprono un decennio di storia italiana. La prima volta, nel ’61, fu piuttosto aggressivo. Sosteneva che mi fossi «barricato dietro la fama».Poi nelle missive posteriori, il ciarlatano del sistema – il sottoscritto- si trasformò improvvisamente nel suo unico e fidato amico, a cui rivelare a cuore aperto la cesura insopportabile fra l’impiego in una farmacia di Sora e la vocazione letteraria. Fu l’unica volta che violai la sacra regola del silenzio. Gli risposi. All’inizio ero polemico, volevo capisse che tutti lavoriamo duramente col nostro talento. Gli scrissi anche che esisteva una contraddizione di fondo fra il modo in cui mi giudicava, in quanto personaggio pubblico e il fatto che esigesse da me una con ferma circa le sue doti artistiche. Negli ultimi tempi aveva assunto toni ricattatori. Sembrava che tutto, nella vita di Carlo Bomi, dipendesse da una mia parola. Trovavo immorale che delegasse un estraneo a stabilire se il farmacista meritasse di sopravvivere allo scrittore.

«La propria coscienza» gli scrissi, «è l’unico tribunale attendibile. Se lei stesso attesterà la sua inettitudine, allora si dedichi ad altro.» Quando lessi nella sua ultima lettera che l’insegna con la croce lampeggiante «Farmacia Bomi» somigliava a suo dire alla bara di Thomas Mann, gli proposi di contattare uno psichiatra e soprattutto

di cambiare aria, di andarsene per un po’ a Roma, a Milano, magari all’estero.

Con l’ultima lettera mi spedì lo «schema dei paragrafi». L’ho cercato tanto, a casa, ma non lo trovo più. Ricordo che era pieno di cancellature, emendato e stravolto come una faccia. Ecco pareva un viso, nella sua indecifrabile incompletezza.

(…)

Della seconda sezione fanno parte i fratelli minori e i terzogeniti della buona borghesia romana. Tutta gente che conoscete, e che vi conosce.

A parte il fotoreporter, ho inserito l’intero gruppo degli Illuminati.

Bisognerebbe che qualcuno li contattasse e certo non lo faccio io. Dopo i fatti dell’ultimo anno, relativi alla mia vita affettiva e per me dolorosissimi, avrete sicuramente letto il modo in cui mi hanno mandato a fare in culo sul numero di aprile. Ci fanno pure le vignette satiriche, l’ultima si intitolava: «Il canaro». Allora ho pensato: sai che ti dico? Pubblichiamoli tutti con Guermonti.

(…)

Il potere e le conoscenze si trasmettono per via anale. Niente ipocrisie. Molti di voi, del resto, lo sanno, che i ruoli si invertono, che sono i più forti a mettersi a pecora, o a lasciarsi picchiare.

(…)

Nella terza sezione ci ho messo i morti.

Sono ordinati in base a un rigoroso ordine cronologico, con le foto,le date e le prefazioni, dove racconto la prima volta che arrivarono in casa editrice e fecero anche i seduttivi, pur di farsi pubblicare un pezzo. «Non ce n’è bisogno» gli dicevo, «se è buono esce lo stesso.» Delimitare un’esperienza, renderla inattaccabile dalla morte e dalla sua retorica, ecco è questo, per me, il senso ultimo dell’eternità. Il problema però, con alcuni di loro, era che si mangiavano l’un l’altro già da vivi. Da vivi, sì, nella vita e fuori dalla recita, dalle posture, dalle marchette sulle riviste patinate, fuori da quel bisogno che avevano di misurarselo a contratti di edizione. Potevano diventare la parte migliore del paese. E invece sono tutti morti.

(…)

A scanso di malintesi, ho inserito postume delle risposte alle loro lettere. Cioè altre lettere. Non faccio altro che scrivere lettere, negli ultimi tempi ma queste in particolare le ho buttate giù in due giorni, di fretta e furia. Molte sono tornate indietro, perché gli indirizzi risalivano anche a quarant’anni fa. Potremmo farne, se siete d’accordo,un’appendice a parte.

(…)

Ora su questa cosa del Parallelo sarebbe facile costruirci un individuo collettivo, uguale e contrario a ciò che ero io a trent’anni. Un coglione, arrogante, presuntuoso parvenu. Uno che spiattellava sui principali quotidiani del paese che l’indolenza paga, che nel processo di selezione darwiniana delle anime esistono razze di uomini a cui la società offre il privilegio di vedere il proprio narcisismo realizzato. I ciarlatani presenti fra le vostre fila, come sono sempre stato io stesso, d’altronde, un ciarlatano intimamente puerile, capiranno perfettamente il punto. Per questo, quando leggerete, per favore non rideteci sopra, non giudicateli per le loro ingenuità. Ma per la loro speranza. Siate umili perché la poesia è dalla loro parte, e non certo nel vostro senso della realtà.

(…)

Ho impiegato il mio tempo libero a mettere insieme un’edizione critica del fallimento. Credo che la scelta dei testi sia la peggiore possibile. Vi invito a prenderne visione, e farmi delle relazioni scritte. Se qualcuno ha consigli, suggerimenti, obiezioni, ben vengano, tanto di tempo, fino alla fine dell’anno, ne abbiamo. Per tutto il resto, chiarimenti o dubbi, dovreste rivolgervi a Riccardo Artusi. Sa già tutto.

Un caro saluto dal Vostro

Leandro Van Sandt

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