Archivio dell'autore

Seminario sui luoghi comuni

febbraio 16, 2010

6. Culto della personalità

di Francesco Pacifico

Quanto si può concedere a un personaggio? Quanto gli si può consentire che inventi o che travisi i fatti, che per darsi arie si ingigantisca a parole rompendo le proporzioni della storia? Cosa fa sì che un autore abbia talmente chiare dentro di sé, emotivamente, le proporzioni del mondo che sta riproducendo e creando perché possa su questi assi certi disporre normalità ed eccessi in modo che il lettore ne percepisca la relazione come qualcosa di tridimensionale (intendo per tridimensionale vero in modo fisico)?
Nel brano che segue, troviamo Holly Golightly, la protagonista di Colazione da Tiffany di Truman Capote, intenta a raccontare al suo vicino di casa scrittore, che è poi il narratore della storia, un proprio viaggio in Sudamerica. Nel riferire il viaggio e gli incontri fatti e le scoperte e i flirt, Holly fa una specie di doppio gioco: da un lato ciò che racconta è leggermente eccessivo e Holly sembra mentire al narratore senza ammetterlo; dall’altro, spiegandogli come ha convinto una sua amica di non essere andata al letto con un uomo, ammette di averle detto di essere lesbica, di aver perfino arredato casa per essere una lesbica credibile, quindi ammette di essere bugiarda. Leggendo e rileggendo il racconto del suo viaggio si capisce che c’è qualcosa di improbabile ma non si riesce a decidere cosa. Le troppe visite all’ospedale? «Una guida irresistibile, quasi tutto negro e per il resto cinese», che poi ritrovano attore sullo schermo del cinema?
A legare tutto non c’è la verità del racconto ma la verità dell’effetto che Holly vuole ottenere: impressionare gli altri, e che riesce a ottenere mescolando parti della propria vera vita, già interessante di per sé, con altre (a meno che, certo, non sia tutto tutto vero, ma ciò che stupisce è proprio come al mondo vi siano persone molto affascinanti che hanno bisogno di mentire per dare un tono più rotondo alla propria rappresentazione sociale).
(more…)

Seminario sui luoghi comuni

febbraio 9, 2010

5. Il giovane moralista

di Francesco Pacifico

Gioventù, di J.M. Coetzee, è uno dei più bei romanzi di formazione degli ultimi anni. Il protagonista, J.M. stesso, è un aspirante poeta chiuso, freddo, deciso a diventare un grande artista e a conquistare donne come un Picasso, ma destinato al lavoro ben più congeniale di programmatore informatico in una Londra che non riesce a schiudersi all’immigrato sudafricano pur esplodendo di vita nel dopoguerra che sta americanizzando la capitale.
Coetzee ha avuto una sfortuna fondamentale come autore: è stato legato indissolubilmente al tema del razzismo grazie al successo di Vergogna, che trattava di una relazione di difficile lettura morale e sociologica fra un professore bianco e una studentessa nera. La sfortuna del grande tema di solito penalizza perfino più i lettori che gli autori stessi, e più di tutti i lettori che vogliono imparare a scrivere: prendiamo Proust e quella indigeribile madeleine che sazia con un morso ogni curiosità nei confronti del vate di St. Germain consegnando a un virtuale oblio la teologia della vita sociale in relazione allo scorrere del tempo, una raffinatissima commedia delle mode linguistiche dei salotti parigini, e uno dei più complessi personaggi della letteratura, M. Swann. Così finisce che non si riesca a trarre da certi autori altro che dei giganteschi e ingestibili temi, che tutt’al più, e con imbarazzo, si riesce solo a citare senza evocare. E ogni sciocchezza della propria infanzia, dal tè alla pesca alla sigla di Pollon alle figurine Panini, diventa una raffazzonata madeleine, e accecati non riusciamo più a saccheggiare la quantità di tesori narrativi che Proust ha lasciato talmente in bella mostra che non ce ne accorgiamo.
Torniamo dunque a Coetzee: ho ricopiato un brano che racconta dell’antipatia del protagonista per il ballo. Il giovane originale che parla male di una realtà cui non vuole conformarsi è una figura arcinota: la letteratura dei giovani scrittori ne ha offerto esempi chiarissimi, come la dolce antisocialità del Giovane Holden e la meno dolce misantropia onirica del Patrick Bateman di American Psycho. Questi sono modelli ormai classici, ma di classico non hanno la prima cosa: la normalità che lascia passare gran parte delle frasi e delle idee sotto i radar (come tutta la saga di Swann) per andare più in profondità delle semplici trovate ad effetto. (Nonostante siano poi due personaggi veri e profondi e nati da esigenze irrinunciabili dei loro autori.) L’aspirante scrittore, nel momento di farsi un’idea su come trasformare certe proprie idiosincrasie in un personaggio letterario, segue l’esempio di J.D. Salinger e Bret Easton Ellis (nel migliore dei casi… nel peggiore prendiamo come modello i protagonisti illuminati a buon mercato di Andrea De Carlo), e non avendone lo smalto si ritrova a esagerare certi propri vizi borghesi flebili flebili, cominciando a sentirsi un gran pazzo scatenato, un beone, un tossico, quando poi magari non è che uno studente fuoricorso con la passione per la parmigiana di melanzane e per i peggiori epigoni di Capossela.
(more…)

Seminario sui luoghi comuni

febbraio 2, 2010

4. Le leggi della fisica

di Francesco Pacifico

Dopo la prospettiva Nevskij, porto oggi una versione italiana del quadro d’insieme: la descrizione di una pensione in «Una buona nutrizione», racconto contenuto in Accoppiamenti giudiziosi. Gadda si impasta le mani di tutti gli elementi quasi obbedendo ai principi della dodecafonia e volendo usare tutte e dodici le note della scala nella stessa descrizione. Tutto è citato, dal vegetale all’umano, dai metalli alle stoffe, ma in un modo che trovo più complesso che nella prospettiva gogoliana: dove Gogol’ ha osservato con attenzione qualcosa che ha una vita certa, un certo viale conosciuto in tutto il mondo, Gadda ha riprodotto oppure inventato un luogo che spettava a lui costruire sulla carta in modo che non potesse crollare: e l’ha fatto con pochi elementi tutti eterogenei, riuscendo a farli rimare (dove in Gogol’ contava e interessava soprattutto la varietà di umani).
Allora ci racconta di vasi da fiori capovolti e di una sporta fiammeggiante di sedani dove i sedani sono come ipocalorici fulmini di Zeus. Ci racconta di una cameriera che sculaccia col battipanni il groppone indignato dei tappeti: ci sta dentro tutta la morale italiana, in cui non si capisce mai se l’igiene è una metafora o il vero scopo della repressione violenta. Bisogna far prendere aria alle cose per ritardare la decadenza della cose e delle persone: vasi capovolti, tappeti sbattuti: come rinnoviamo la sopravvivenza ogni giorno. Chi di noi apre le finestre della camera la mattina? Chi no? E come differiscono questi due generi di vita? (Oggi ci metterei senz’altro il collutorio e quelle specie di yogurt da bere molto pubblicizzato; oggi si parla tanto dell’intestino e di come si va di corpo, nonostante lo schermo multitouch e il trionfo dell’inorganico.)
Poi: arriva Cesare il giardiniere e viene descritto nelle sue abitudini come fosse una creatura non umana, comprensibile, quel poco, solo per analogia con gli umani – se ama qualcosa ama il caldo estivo, ma non si saprà mai bene il perché, lo si potrà solo dare per assodato osservandolo, è una lucertola; mentre il pero, all’opposto, reagisce agli eventi della propria vita (la visita provvidenziale del giardiniere) come un umano, anzi, come un vecchio appena uscito dal podologo che gli ha limato i calli: prende l’aspetto di chi s’è liberato d’un fastidio.
Trionfa infine, come nel disneyano Fantasia, l’insalata di mutandine delle ragazze pensionanti: capriccio di colore e promessa di assoluto che è il fiore all’occhiello del mondo nodoso e naturale della pensione Wedekind: possiamo dire la sua ragion d’essere ultima – la donna? la giovinezza? l’allegria? l’amicizia? insomma, la ragion d’essere della pensione Wedekind e della vita.
Così Gadda, sempre tanto temuto da chi non lo idolatra, temuto come un professore di matematica che pone problemi insolubili usando parole antiche o localissime al posto di x y z e suscitando in noi altrettante incognite, è in realtà un molto responsabile dio che crea un mondo in cui uscio, cameriera, pero, giardiniere e mutandine respirano insieme: invece di produrre insolubili problemi, Gadda stabilisce con certezza le leggi della fisica di un mondo destinato a durare, come dimostra il fatto che aprendo un suo libro a caso per sorprenderlo nell’insensatezza, lo si trova sempre in perfetto controllo, e del tutto sensato.
(more…)

Seminario sui luoghi comuni

gennaio 26, 2010

3. Idiosincrasie di un protagonista

di Francesco Pacifico

Pnin è il protagonista per eccellenza. Ha un romanzo che porta il suo nome, e l’autore, Vladimir Nabokov, è talmente sicuro di avere tra le mani un personaggio irresistibile, che con malizia tipicamente nabokoviana, nel descrivere alcune caratteristiche di Pnin, le definisce «tipicamente pniniane».
Pnin è un emigré russo che insegna in America. È tondeggiante, di buon carattere, apprensivo, metodico, pedante. I personaggi universali non esistono. Esistono solo dei miscugli improbabili fra il vostro compagno di banco e Čičikov delle Anime morte di Gogol. Tutti i grandi personaggi sono inattuali perché si arriva al loro cuore per vie traverse. Il «precario» non esiste. Lo «sfortunato» non esiste. In questo paragrafo di Nabokov compaiono insieme diverse cose: gli entusiasmi di Pnin, le sue fissazioni, ciò che aveva in comune con la gran parte dei russi (i «trucchetti insulsi»). E Nabokov usa un trucchetto insulso anche lui, da buon russo: prende le distanze da un luogo comune – il professore tedesco distratto, solo per approfittarne, per cominciare ad avvicinarsi al bersaglio. Come per un eccitante strabismo, le cose migliori non sono quelle forzatamente originali, che sono luoghi comuni rovesciati, ma sono quelle cose che stanno a un passo dai luoghi comuni e ne sfruttano l’aura senza farsi sopraffare.
(more…)

Seminario sui luoghi comuni

gennaio 19, 2010

2. Compassione per la comparsa

di Francesco Pacifico

Visto che siete presi a catalogare i tipi umani che girano per il corso e con gran zelo rimanete accampati in piazza da una settimana con penna e quaderno, oppongo al primo brano un secondo brano molto meno impegnativo (meno lungo): la breve impietosa descrizione di una donna che è ormai «l’ombra matta dei vecchi tempi» e che se ha perso lo smalto, è deperita, sta invecchiando, prova comunque sempre a mettere in piedi la baracconata dell’affascinare, con inevitabili modesti risultati. Il racconto è «I blue jeans non si addicono al signor Prufrock», di Alberto Arbasino, contenuto in Le piccole Vacanze.
Con molto più smalto della Clara, Arbasino riesce a far sembrare condanna e assoluzione la stessa identica cosa, a essere crudele e allo stesso tempo pietoso, a suscitare la tanto agognata empatia senza darlo a vedere; anzi, direi, lo fa in una maniera tale che se qualcuno glielo andrà a dire lui potrà negare di averlo fatto.
Nella sua versione dandy delle scoperte del Budda, l’orizzonte livellante di vecchiaia, malattia e morte si riassume in questa perfezione da cantautore: «… invecchia anche lei, o forse non sta bene».
Adesso, secondo il nostro piano, dovreste prendere una persona che non vi piace e applicarle questo trattamento. O, più perversamente, prendere una che vi piace, e cercare in lei i segni del passare del tempo, i segni dello smalto perduto. (Dopo non glielo andate a dire)
Notare che i tocchi sono pochissimi: due aggettivi semplici come «magra» e «deperita», una storiella raccontata male, la semplicità di un gelo creato fra amici. Il centro del paragrafo mi pare appunto questa consegna da parte del gruppo alle autorità del successo: la poveretta rimane sola, e la sensazione è così forte e nota per quasi chiunque, che non servirebbe aggiungere una montagna di dettagli. Si conclude con il tradimento ideale da parte del protagonista: «…ma io ho fatto finta di non capire. Faceva meglio a stare a casa».

Da Piccole Vacanze
di
Alberto Arbasino

(al bar…)

È venuta una volta la Clara, che magra, oggi ancora più deperita di prima, invecchia anche lei, o forse non sta bene. A corto d’argomenti, è l’ombra della matta dei tempi belli, anche se cerca disperatamente di tener su il morale a sé e agli altri. Ma fa compassione. Non ha trovato di meglio che raccontarci la storiella di un cassiere di banca, che dovendo contare un pacco di soldi a una bellissima bionda le fa: «sessantasei, sessantasette, sessantotto, almeno, settanta…» ma ha ammesso subito che è debole, visto che si rideva poco. Mi guardava spesso, in macchina ha tentato di venirmi vicina, ma io ho finto di non capire. Faceva meglio a stare a casa.

Leggi la precedente puntata di Seminario sui luoghi comuni
1. Il viale per lo struscio

Seminario sui luoghi comuni

gennaio 12, 2010

1. Il viale per lo struscio

di Francesco Pacifico

Comincio oggi una rubrica sulla scrittura, come continuazione in pubblico di una attività privata: interrogare i grandi della letteratura, andare da loro a chiedere «cos’è un protagonista? cos’è un viale? cos’è una comparsa? cos’è un albergo?»

I grandi scrittori di altre epoche ci consegnano un patrimonio il cui valore va perfino al di là delle loro intenzioni: hanno indovinato l’ordine in cui riferire ciò che vedevano, il criterio per selezionare le loro esperienze, ma ci danno, senza volerlo, molto di più: col passare dei decenni i dettagli dell’esperienza cambiano radicalmente, e ciò che leggiamo – pastrano, fiacre, la dote, corsetto – diventa spesso inutilizzabile. Cosa possiamo mettere al posto di pastrano, fiacre, la dote, corsetto? Cosa c’è da dire, adesso, qui, al posto di quel che ha detto Gogol’ a Pietroburgo nell’Ottocento, Gadda in Brianza sotto il fascismo, Arbasino su autostrade appena aperte, in decappottabile? E queste sostituzioni inevitabili non trasformano per intero il paesaggio di un paragrafo, esigendo e suscitando ritmi e sentimenti diversi? Cos’è una ragazza il cui ragazzo non vuole sposarsi, oggi, rispetto alla Roma degli anni Sessanta o alla Pietroburgo di metà Ottocento?

Ogni martedì posterò un brano, e chi vuole potrà rifare la propria versione, sostituendo, stravolgendo, rubando ai ricchi per dare ai poveri, cioè noi: prendere questi brani e riscriverli da capo, tentando di sostituire ciò che valeva per lo scrittore che riporto con ciò che vale per chi legge. La Prospettiva Nevskij con Piazza San Babila, una pensione in Brianza con un ostello di Praga o un agriturismo in Umbria o un albergo di suore a Roma.
(more…)

A me gli occhi

ottobre 21, 2009

Questo pezzo di Chiara Valerio è apparso sulla rivista Nuovi Argomenti e su Nazione Indiana.

di Chiara Valerio

Noi, gli uomini, chi siamo? Siamo veri, siamo dipinti? Tropi di carta, simulacri increati, inesistenze parventi sul palcoscenico d’una pantomima di cenere, bolle soffiate dalla cannuccia di un prestigiatore nemico?
G. Bufalino, Le menzogne della notte

I Lemmings (DMA design, 1991) cadono da una botola. Non sono cattivi, non sono buoni, non sono intelligenti e nemmeno stupidi. Sono indistinguibili gli uni dagli altri, indossano una uniforme, un grembiule quasi scolastico. Coincidono con ciò che indossano, bidimensionali. Il quadro di gioco è un percorso astratto e composito. Lo scopo è condurre, in un tempo stabilito e in un’altra botola, almeno una certa percentuale di lemmings. Non importa quali lemmings arrivino nella seconda botola ma solo quanti. Tuttavia, per farlo, il giocatore deve assegnare un ruolo, una funzione, a qualcuno dei lemmings. Il giocatore ne sceglie uno qualsiasi e lo investe scalatore, bloccatore, costruttore, perforatore, minatore, paracadutista, scavatore e kamikaze. Il giocatore dispone di una funzione di pausa per studiare il quadro di gioco e di una funzione di autodistruzione nel caso risulti impossibile salvare la percentuale di lemmings richiesta e non voglia attendere lo scadere del tempo. Nessun lemming può tornare nella buca dalla quale è caduto.

Le Benevole di Jonathan Littell (Einaudi, 2007) racconta una storia di uomini durante la seconda guerra mondiale. Le funzioni assegnate ai personaggi sono uomo, donna, madre, padre, tedesco, ebreo, zingaro, asociale, ufficiale, sano, ferito, antropologo, medico, costruttore di ponti, führer. Non c’è merito alcuno e dunque non c’è colpa a rivestire le funzioni e i panni di una cosa o l’altra. Non c’è merito alcuno e dunque non c’è colpa ad agire in accordo alle caratteristiche della funzione assegnata. In uno stato come il nostro a tutti era assegnato un ruolo: Tu, vittima, e Tu, carnefice, e nessuno poteva scegliere, non si domandava il consenso di nessuno, perché tutti erano intercambiabili, le vittime come i carnefici. I nomi propri utilizzati e i fondali dei percorsi di gioco sono documentati, minuziosi ed escerti dall’Europa dal 1938 al 1945. Le Benevole è un romanzo metafisico nella misura in cui, come in De Chirico, ogni oggetto, nome, data, cibo o accadimento è reale, quotidiano, riconducibile a una radice, geografizzato o catalogato in un archivio, e il complesso, la costruzione, che sia collage, olio, gas o tecnica mista, è estraniante e talvolta ambiguo. Un universo cristallino dal quale la vita sembrava bandita. È così ambiguo che le considerazioni morali nemmeno attecchiscono dietro le abilità dichiarate di risolvere più velocemente di tutti il cubo magico degli anni del Reich. È così estraniante perché ne Le Benevole sembra che capire tutto significhi giustificare tutto. Lo trovavo straordinario. Mi sembrava che ci fosse qualcosa di cruciale in tutto ciò, e che se fossi riuscito a capirlo, avrei capito tutto e avrei potuto finalmente riposarmi.
(more…)

PopCamp

agosto 31, 2009

Una recensione camp del nostro Francesco Pacifico apparsa qualche tempo fa sulla rivista Rolling Stone.

di Francesco Pacifico

«Il miglior modo di nascondere una cosa è metterla in mostra».
Bellissima frase che non si sa mai quando usare. Per i sodomiti della Londra tardovittoriana, invece, era uno stile di vita. Gruppo eterogeneo di poveri, ricchi, nobili, amanti delle cose belle e dell’inversione, in una società che aveva inventato da pochi decenni il concetto di omosessualità per misurarli e ghettizzarli, si trovarono in questa curiosa posizione: non potevano negare di essere molto distanti dal noioso modello britannico di virilità, ma nemmeno ammettere cos’erano. Di fronte ai bisogni contraddittori e ugualmente imprescindibili di segretezza ed espressione, la soluzione era agghindarsi, fare scena, spiazzare per sfuggire alle definizioni. Un garofano verde all’occhiello, una vistosa pelliccia, andarsene in giro a sparare aforismi. Per questo genere di comportamenti cominciò a utilizzarsi la parola camp, che più o meno voleva dire mettersi sulla scena, esibirsi. Da allora la parola ha fatto moltissima strada ed è stata di volta in volta sinonimo di gay, travestitismo, pop (quando esplose come fenomeno negli anni Sessanta e tutti cominciarono a parlarne).
(more…)

Un laico nel paese dei credenti

luglio 26, 2009

Carlo Carabba interviene in risposta all’articolo di Andrea Inglese, Un ateo nel paese dei credenti, pubblicato su Nuovi Argomenti e riproposto da minimaetmoralia; lo fa sostituendo significativamente una parola del titolo e spostando di non poco le argomentazioni del dibattere.

di Carlo Carabba

È difficile negare il peso della Chiesa cattolica sulla vita politica italiana. Da vicende apparentemente futili (la mancata visita di Benedetto XVI all’inaugurazione dell’anno accademico della Sapienza), ad altre ben più drammatiche (drammaticità particolarmente evidente in casi che pongono problemi di bioetica, quali la morte di Piergiorgio Welby o i recenti fatti di cronaca legati all’aborto da Napoli a Genova), passando per gli appelli ecclesiastici e le manifestazioni in piazza in occasione del dibattito sui Dico o sulla fecondazione assistita sino agli appelli del voto con discernimento, la chiesa cattolica rivendica un ruolo determinante nella direzione politica del paese (ambizione che vanta peraltro origini millenarie[1]).
(more…)

Un ateo nel paese di credenti

luglio 24, 2009

Francesco Pacifico ci ha segnalato due pezzi sull’ateismo usciti nel 2008 per Nuovi Argomenti. Il primo qui sotto è di Andrea Inglese, un ateo (appunto) nel paese dei credenti; per la risposta di Carlo Carabba dovrete attendere qualche giorno invece, perché entrambi i pezzi sono molto lunghi e densi di riferimenti e approfondimenti sul tema, e non volevamo noi di minimaetmoralia, che vi perdeste neppure un colpo di questo scontro sui massimi sistemi.

di Andrea Inglese

Nessuno può negare una cosa, l’Italia è un paese di credenti. La fede religiosa, da noi, è posseduta perfino dagli atei, nella forma del come se. Anche il non credente, insomma, non si priva dei vantaggi della credenza. In effetti, ognuno vi attinge un po’ secondo i suoi bisogni. Il serbatoio è certo ampio, anche per ragioni geografiche. La Santa Sede, collocata proprio al centro del paese, ne permette un approvvigionamento di tipo cattolico, mirato e costante attraverso tutte le sue terminazioni curiali e parrocchiali. Benché questa elargizione appaia senza remore, ed ognuno vi tuffi secchi quanto gli garba, l’istituzione passa poi a riscuotere il dovuto compenso.
(more…)