Archivio dell'autore

L’ipersonno

febbraio 4, 2010

di Carlotta Vissani

L’ipersonno è una condizione globale. È uno status diffuso, come un’epidemia asintomatica che sgretola il sistema nervoso in tante piccole molecole disconnesse senza più ombra di attività elettrica. Mi è venuto in mente l’ipersonno per due ragioni fondamentali: la prima è che stanotte ho sognato di essere Sigourney Weaver e alla memoria è affiorato il terzo episodio di Alien in cui l’ipersonno era una letargia indotta furbamente per far sì che il corpo non invecchiasse nei lunghissimi viaggi nello spazio (si parlava anche di decenni). E mi sono detta che questa sospensione/glaciazione capsulare/fisico/mentale era qualcosa di necessario, conservativo, fondamentale per poter salvaguardare la vita, un’invenzione geniale.

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L’inventario dell’amore

gennaio 28, 2010

Pubblicato sulla Domenica del Sole24Ore il 10 gennaio 2009.

di Gianluigi Ricuperati


L’amore inizia come un’esperienza di invenzione e finisce come un’esperienza di inventario. Il secondo libro di Leanne Shapton, trentasettenne autrice canadese e residente in America, si regge interamente su un’idea: raccontare la nascita, lo sviluppo e la dissoluzione di una storia d’amore come se i due protagonisti avessero deciso di mettere all’asta tutto ciò che di tangibile ha attraversato l’aria che univa e separava e definiva i loro corpi e i loro cuori: gli oggetti, le cartoline, le fotografie, le stampe di e-mail, le scritte sui tovaglioli, i piccoli doni e i soprammobili, gli abiti e i fermacarte: e ancora libri usati e amati, portafortuna e compact disc, videocassette e ritagli. Ma Important artifacts and personal properties from the collection of Lenore Doolan and Harold Morris, including books, street fashion and jewerly non è un romanzo che racconta di un’asta. È la fedele, inventaria riproduzione di un catalogo d’asta, di un’asta in cui nessun articolo vale più di cento dollari, che nessun collezionista frequenterebbe e nessun battitore consegnerebbe al tirannico ritmo del martelletto.

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Sul pubblicare per Berlusconi

gennaio 25, 2010

In questi giorni si sta sviluppando in rete e sulla stampa un ampio dibattito sul rapporto tra intellettuali e potere editoriale. Il primo fronte polemico si è aperto sulla decisione di Paolo Nori di pubblicare alcuni suoi pezzi sul quotidiano Libero, criticata tra gli altri da Andrea Cortellessa (qui, nei commenti) e discussa, in presenza dell’autore e del critico, in un incontro pubblico che si è tenuto a Roma martedì 19 gennaio alla libreria Giufà. E di questo e di altro parla Tiziano Scarpa in un pezzo uscito sulla Stampa e ripreso qui. Su Nazione Indiana Helena Janeczek ha scritto, invece, un’appassionata difesa delle ragioni di chi lavora o ha deciso di pubblicare per il gruppo Mondadori pur non condividendo le idee e la politica culturale della proprietà. L’articolo che pubblichiamo qui di seguito, scritto da Vincenzo Ostuni, direttore editoriale di Ponte alle Grazie, risponde in qualche modo al pezzo della Janeczek ed è stato pubblicato sul Manifesto di ieri, domenica 24 gennaio 2009.


di Vincenzo Ostuni

Quando lo scorso novembre Saviano rivolse un appello a Berlusconi perché ritirasse la legge sul processo breve, a Luisa Capelli, editrice di Meltemi, e al sottoscritto saltò il ticchio di rilanciare, mettendo in campo il più perverso tabù della nostra società letteraria (o dei suoi frantumi). Fondammo un gruppo Facebook chiedendo allo scrittore di lasciare il suo editore qualora, com’era scontato, non avesse desistito. Per chi non lo sapesse, ricordiamo che la maggioranza del gruppo Mondadori (oltre al marchio eponimo, Einaudi, Piemme, Sperling & Kupfer, Frassinelli, Electa: circa il 30% del mercato librario) è di proprietà della Fininvest, ovvero Silvio e famiglia. In poche settimane abbiamo ricevuto 2200 adesioni e alcune critiche. Saviano in un’intervista ha dichiarato, in maniera forse indipendente dall’appello: «Sto riflettendo se continuare a pubblicare i miei libri con Mondadori». Da altri autori del gruppo quasi nessuna voce, ed è quest’ultimo aspetto a stupirci. Ma è davvero moralmente indifferente, per uno scrittore dell’ampio e disunito fronte nonberlusconiano, pubblicare i propri libri per B.? O almeno è un errore politico? Si tratta di una scivolatina, incoraggiata da migliori condizioni economiche (mica sempre), dalle maggiori prospettive di successo (ma non è affatto detto), dallo charme del bianco Einaudi (dove c’è ancora), o dall’indubbia (ma ineguagliabile?) professionalità dei suoi editor? O all’opposto, come sostiene ad esempio Wu Ming, pubblicare per B. ha un valore politico aggiunto, l’occasione di attizzare un focolaio di resistenza nel cuore delle cittadelle occupate, all’interno delle quali noialtri si «resisterà un minuto di più»?

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Aldo Moro: essere padri, portare il fuoco

gennaio 22, 2010

di Ivan Carozzi

Ecco un libro su Moro, l’ennesimo, verrebbe da dire. In quanto è una vicenda, anche editoriale, che non si decide a lasciarci, come quei morti che nei film si ripresentano sulla soglia di casa – come spesso titola Dagospia: Moro per sempre. Un demone a cui può capitare d’infilare le dita dentro il guanto di pezza della cronaca e muoverla a piacimento, vedi l’affaire Marrazzo che con la scena di Moro condivide un’unità di luogo: il condominio di via Gradoli 96, lo stesso in cui abitarono i Br Mario Moretti e Barbara Balzerani. Due volte prigioniero, il saggio di Rocco Quaglia, psicologo e psicoterapeuta, pubblicato a settembre (Lindau, pp.210, 16 euro) è una piccola sorpresa e un libro che può incidentalmente fare da body scanner allo stato permanente di crisi e agitazione che stiamo attraversando. Tra le pagine di Quaglia, spesso liriche e accorate, non ci troviamo nel gamelan ipnotico dei misteri del caso Moro, ma veniamo posti in contemplazione della maschera umana di Moro, del suo carattere, per come appare nella serie di lettere che il Presidente scrisse nella prigione del popolo brigatista.

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Fatta l’Italia

gennaio 18, 2010

Questo racconto breve è apparso su Reset novembre-dicembre 2009 n.116.

di Ernesto Aloia

Prima della scuola il mio amico Marco Luanello detto Il Principe mi aspettava al bar, con una tazzina di caffè in una mano e una MS nell’altra, per la partita. C’era sempre il tempo per la partita. Giocavamo a Centoventicinque, come nello Spaccone, di cui non perdevamo una replica e nei cui personaggi convintamente ci immedesimavamo dichiarando ad ogni tiro, ad alta e scandita voce, «la cinque in buca d’angolo», o «palla nove nella buca di mezzo», e soprattutto scommettendo a più non posso. Naturalmente, la posta non era in dollari. Ci giocavamo bottiglie di Ceres Strong. Eravamo arrivati ad accumulare crediti reciproci talmente cospicui da risultare, a meno di sfidare il coma etilico, inesigibili. Dopo la partita ci si incamminava nel lungo viale terminante a ridosso di una tozza costruzione in mattoni, dal tetto piatto, dalle forme squadrate e dalle ampie finestrature – tutto secondo i canoni dell’edilizia scolastica dell’epoca – sulla cui facciata spiccava un cartello rettangolare con la scritta a grandi lettere blu Liceo scientifico “Ettore Majorana”, che qualche spiritoso senza troppa fantasia aveva ritenuto di dover correggere in «Ettore Marijuana».

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Il corpo e il sangue d’Italia. Note su letteratura, etica e società

gennaio 2, 2010

Questo breve saggio è stato pubblicato in francese col titolo Le corps e le sang de l’Italie: littérature, éthique et société, sulla rivista Raison Publique, Presses de l’Université Paris-Sorbonne nel maggio 2009. L’autore è dottorando in letteratura italiana presso l’Università di Chicago.

di Raffaello Palumbo Mosca

È possibile raccontare un paese attraverso un romanzo o un short-story? E perché dovrebbe essere consigliabile o addirittura necessario? Mai, si sa, è stato così facile nella storia dell’uomo ottenere informazioni, mai il sapere (almeno nei paesi dall’economia avanzata) è stato così a portata di mano come oggi; giornali, televisione, internet: ogni notizia (quotidiana, storica, di costume) è a click away. Eppure, dopo un ventennio di giochi linguistici più o meno riusciti, di strutturalismo e “letteratura come menzogna”, assistiamo ad un nuovo impulso della letteratura a provarsi nel racconto serrato del reale.

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Aristofane, il Bagaglino e l’economia della bestemmia

dicembre 23, 2009

di Raffaele Alberto Ventura

Perché il Bagaglino è considerato uno spettacolo di destra, ovvero disdicevole? Daniele Luttazzi, che si crede Aristofane e pontifica di conseguenza, risponde con un bel luogo comune: perché la loro farsa non trasgredisce le regole. La comicità del Bagaglino, che si vuole non ideologica, è conservatrice, mentre il vero comico pratica lo scandalo e osa la bestemmia. Insomma mostra la merda, come direbbe Kundera, e la lancia sul pubblico. Aristofane scandalizza perché dice troppo, il Bagaglino rassicura perché dice troppo poco. La distinzione passa tra l’eccesso di rappresentazione (la bestemmia dunque) e il difetto di rappresentazione (eufemismo o eufemia). Ma fino a che punto Aristofane si spinge nella bestemmia? E dove si arresta, invece, il Bagaglino?
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La città degli scrittori

dicembre 21, 2009

Quest’articolo è stato pubblicato su D – La Repubblica delle Donne. Le foto sono di Alessandro Imbriaco.

di Veronica Raimo

«E tu devi essere l’italiana», è la prima cosa che mi viene detta appena atterrata all’aeroporto di Cedar Rapids, mentre un ragazzo biondo americano in jeans e camicia a scacchi mi stringe la mano. Si chiama Joe, ci siamo scritti per un mese, è stato lui a farmi avere il visto per arrivare in Iowa. Dopo quasi 24 ore di volo, 3 scali, e un paio di bloody mary presi sull’aereo, non mi rendo ancora conto che «essere l’italiana» è la sintesi di quello che sarò per i prossimi tre mesi. Joe mi prende la valigia e stringe la mano a Hu, «il cinese», e a sua moglie Jo. Siamo gli ultimi scrittori a essere arrivati, fuori è già notte.

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Il falso Napoleone

dicembre 15, 2009

Quello che segue è un estratto da Sarà vero. La menzogna al potere. Falsi, sospetti e bufale che hanno fatto la storia, il saggio di Errico Buonanno, edito Einaudi, da qualche giorno nelle librerie. L’autore ha gentilmente concesso a minima & moralia un breve e illuminante passaggio su una clamorosa falsificazione napoleonica.

di Errico Buonanno

Nel 1817 (…) in Russia veniva pubblicata dalla rivista nazionalista Ruskoj vestnik la prima versione estera di un documento sconcertante, uscito in Francia un anno prima: un accurato commento al Principe di Niccolò Machiavelli scritto di pugno da Napoleone, che non faceva che mettere in mostra le nefandezze dell’imperatore stesso e, di riflesso, coprire di lodi i suoi più acerrimi rivali. Anche soltanto scorrendo il fitto apparato di note che accompagnavano lo scritto (e risalenti, si diceva, a quattro periodi diversi: generalato, consolato, impero ed esilio all’isola d’Elba), non si poteva non notare tutta la lucidità con cui il “tiranno” aveva sempre attentamente perseguito i suoi obiettivi. «Tagliare le braccia e bruciare le cervella» a chiunque esprimesse malcontento, poco curandosi dei metodi – «che importanza ha il cammino se alla fine si arriva alla meta?» –, «mantenere fazioni di qualunque tipo nelle città e nelle province» così da tenerle occupate e impedire ribellioni; e poi «la forza», la forza a tutti i costi, per coronare un grande sogno. Niente di meno: «Ah, se potessi nominare me stesso Augusto e supremo Pontefice della religione in Francia!».

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Intervista a Fulvio Bortolozzo

dicembre 9, 2009


Fotografo torinese, autore di lavori dedicati al paesaggio urbano della sua città (e non solo), Fulvio Bortolozzo viene qui intervistato da Fabio Severo di Hippolyte Bayard.

di Fabio Severo

Quali sono stati i primi stimoli verso la fotografia? Puoi dirci qualcosa della tua formazione fotografica? I tuoi lavori che abbiamo potuto vedere, seguendo il filo che tracci sul sito, partono dalla fine degli anni ’90, eccezion fatta per Affissi, di cui parleremo. Che altro ci puoi dire del tuo lavoro negli anni precedenti?

Per tutti gli anni Settanta sono stato un appassionato lettore e autore di fumetti. Questo interesse forte mi spinse ad orientarmi verso studi artistici, dove feci fondamentali esperienze formative, oltre ad avere l’opportunità di avvicinarmi alla scena torinese dell’arte povera e concettuale. In quel clima maturai il primo interesse consapevole per la fotografia, acquistando nel 1980 una biottica 6×6 sovietica, la Lubitel 2, che sistemai su un treppiede e con la quale iniziai ad esplorare da autodidatta la tecnica fotografica. Successivamente mi avventurai a sviluppare e stampare le mie fotografie nel solito bagno di casa. Nel frattempo mi “acculturavo” leggendo diverse riviste fotografiche. Ricordo ancora la fortissima emozione che mi diedero alcuni numeri monografici di storia della fotografia curati da Roberto Salbitani per Progresso Fotografico. Negli anni successivi abbandonai definitivamente il bianco e nero a favore del colore nella sua espressione più squillante: la pellicola per diapositive. Con questo materiale iniziai a fotografare durante i miei spostamenti ogni cosa che mi interessasse, finendo per concentrare sempre più l’attenzione su alcuni soggetti ricorrenti. Fu in quel periodo che mi avvicinai all’opera di Franco Fontana, in specie Paesaggio urbano e Presenza-Assenza. Successivamente scoprii alla Libreria Agorà di Torino un libro che mi travolse definitivamente: Kodachrome di Luigi Ghirri. Da allora, seppur lentamente, andai maturando la necessità di concentrare ogni mia energia sulla fotografia di ricerca personale.

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