Archivio dell'autore

Critica da toccata e caduta: prove di testamento di Bloom

aprile 24, 2010

di Marco Pacioni

Com’è noto, gli angeli volano e si recano istantaneamente nei luoghi più lontani e diversi. Forse per questo hanno facilità a comparire in tante religioni, culture e forme d’arte. In molti hanno provato a seguirne il percorso e ad assumerne il punto di vista per capire di più le cose degli uomini. Si pensi all’angelo della storia della Tesi Walter Benjamin o agli Angeli sopra Berlino del film di Wim Wenders.
Nella cultura odierna, a tutti i livelli, la presenza degli angeli sembra godere ancora di ottima salute. È recentissima una monumentale pubblicazione di 2012 pagine a cura di Giorgio Agamben ed Emanuele Coccia, Angeli. Ebraismo, Cristianesimo, Islam (Neri Pozza). Circa tre anni fa, in dimensioni materialmente meno cospicue di quelle del libro di Agamben e Coccia, ma non meno ambiziose, ha toccato l’argomento Harold Bloom, Angeli caduti (trad. it. di Elisabetta Zevi, Bollati Boringhieri).
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Bukowski, Epimeteo postmoderno

marzo 18, 2010

Questo articolo è apparso sul Riformista il 6 marzo.
di Marco Pacioni


Se non ci si lascia subito sedurre dal rituale della lettura maledetta della prosa di Charles Bukowski e si prendono in mano le sue poesie si ha la possibilità di sondare quanto più in profondità riesca ad andare la maniera pulp della sua scrittura. Del resto quanto più ricco della retorica splatter può essere il pulp lo ha mostrato anche Quentin Tarantino, l’altro grande autore che ha determinato il successo del genere.
L’indecenza di mettersi a distanza di sicurezza, cioè la presunzione di ergere tra sé e gli altri la scrittura, pone Bukowski nella posizione di esibire continuamente la sua partecipazione alla vita e di rimarcarne gli aspetti più laidi. Ma come rivela la raccolta di componimenti postumi Cena a sbafo, curata da Simona Viciani (Guanda, «poeti della fenice», pp. 325, € 18), l’impulso fondamentale di Bukowski non è l’estetizzazione di questi aspetti. Come in parte avviene anche nelle poesie di Raymond Carver, il suo afflato è fondamentalmente morale. Ma mentre Carver nelle sue situazioni di scrittura raggiunge una sospensione indecidibile tra il surreale e l’iperreale, Bukowski tende a chiudere con una nettezza di sapore stoico: «ci saranno […] le solite malattie / seguite da una malaccetta / morte. / ma la maggior parte di noi è distrutta molto / prima / com’è giusto che / sia». Il compiacimento o il disgusto che la poesia esprime, concerne la composizione e decomposizione dei corpi, gli squilibri e le stabilizzazioni parziali delle pulsioni. Anche se messo su carta però, il personaggio Bukowski si lascia sempre spiare on stage. La sua autobiografia va oltre la confessione e l’autodenuncia. Compie una performance continua che raggiunge, senza trasformarlo in astrazione, anche il momento dell’intuizione poetica. È per questo che molte sue poesie si costruiscono su se stesse corrodendo la loro aulicità lirica per lasciare balenare a volte un’umoristica pietas.
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Ma la natura dei pixel è antiecologista

gennaio 27, 2010

Questo articolo è apparso sul Riformista il 20 gennaio.

di Francesco Longo

Sui messaggi contenuti nel film Avatar di James Cameron si è molto discusso, e uno dei temi trattati è chiarissimo, molto meno lo è però la scelta operata per trasmetterlo. Avatar è stato letto da molteplici punti di vista, non sono mancate le interpretazioni politiche e geo-politiche, ideologiche, religiose, culturali. È stato detto, riassumendo tutte le possibili letture, che questo film è: antimilitarista, che critichi la tecnologia e le armi, e che inchiodi il modo di conquistare le risorse senza responsabilità. Non è così scontato intendere questa pellicola come un concentrato di anti-americanismo o di critica radicale all’Occidente (come anche è stato proposto), ma un tema è insomma certamente cristallino: la denuncia della distruzione della Natura. Pandora, infatti, il pianeta abitato dagli innocenti indigeni azzurri, sembra una sorta di Foresta Amazzonica minacciata dagli umani e dalle loro macchine devastatrici. Le possibili allegorie che si attivano nel film generano molti sensi e numerosi piani di lettura, è indubbio, però, che tra tutti questi sensi spicchi un richiamo alla difesa della Natura e che Avatar sia cioè un film dichiaratamente ecologista. James Cameron tuttavia crede possibile comunicare il valore di un ambientalismo panteista col più mastodontico sfoggio di tecnologia che si sia mai visto al cinema. La natura e l’ambiente incontaminato raccontati nel film sono infatti frutto di una sofisticatissima realizzazione informatica. Il Grande Elogio della Natura Incontaminata viene comunicato nel momento stesso in cui si stanno mostrando i Vertiginosi Miracoli della Tecnologia e del Progresso Informatico. Il valore della Natura, nel film, coincide col sogno delle possibilità virtuali, e tanto più ci piace e ci seduce questa Natura, quanto dobbiamo ammettere – con euforia – che questa è un enorme Eden artificiale. L’incanto è dato dai pixel, non dagli alberi. Pandora infatti, che vorrebbe forse essere l’emblema di una terra vergine, è in realtà il santuario della grafica computerizzata e il più raffinato dei mondi sintetici. Un videogame divino.
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Una bolla di sapone fatta di Corano e vodka

dicembre 2, 2009

Come Frankenstein di Mary Shelley, gli arabi si sono voluti sostituire al Creatore. Un’utopia multiculturale annunciata da tre libri. Questo articolo è uscito qualche giorno fa sul Riformista.

di Francesco Longo

Che Dubai fosse simile ad una bolla di sapone era sotto agli occhi di tutti. Dubai e la bolla di sapone condividono la stessa mirabile lucentezza, la capacità di catturare la luce e di rifletterla, e il potere segreto di ritrarre il mondo in piccolo, deformato. Ma la bolla effimera dei bambini e il gioiello degli Emirati Arabi hanno in comune anche la tragica vendetta della realtà: la loro scomparsa ricorda che i sogni si infrangono sempre, appena qualcuno apre gli occhi. Da quando è arrivata la notizia che la Dubai World, una holding che controlla le società dell’emirato, era schiacciata da un debito di 59 miliardi di dollari il mondo ha tremato.
Quando Dubai inciampa, cascano Tokyo e Hong Kong. Quando Dubai World chiede, come ha fatto mercoledì scorso, un congelamento del pagamento degli interessi, gli investitori impallidiscono a Francoforte a Parigi e a Londra. Ma il motivo di tale contraccolpo, l’ondata negativa che è partita da Dubai e ha investito i mercati europei e quelli asiatici è dovuta anche alla potenza simbolica di cui questo luogo si è caricato negli ultimi anni. Quando nel mondo si respirava la crisi, a Dubai si innalzavano grattacieli a specchio. Quando in Europa montava la disoccupazione, a Dubai si inaugurava l’Atlantis con il più grande party della storia (con Robert De Niro, Janet Jackson, Denzel Washington). Le cronache dei giornali di tutto il mondo parlarono di una notte fatta di aragoste e champagne. Lo spettacolo dei fuochi d’artificio era visibile dallo spazio. Allora, in Occidente, le società che non venivano assorbite dichiaravano fallimento e recessione era l’unica parola più pronunciata di crisi. Dubai, in questi ultimi anni, è stato il faro acceso per dare speranza che la crisi non fosse mondiale.
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Obama e gli ufo

novembre 17, 2009

Questo articolo è apparso sul Riformista.
di Francesco Longo

La notizia sarà pure falsa ma certo è sintomatica. Il 27 novembre il presidente degli Stati Uniti Obama rivelerà i segreti sugli alieni. Perché proprio il presidente nero? L’unico dato ufficiale è che la notizia è di tipo virale e che è rimbalzata così tanto nella rete (siti americani, social network e siti italiani) da uscirne fuori.

L’origine è un convegno di esopolitica tenuto a Barcellona lo scorso luglio.
Già dai primi giorni di ottobre la notizia si presentava con questo profilo: «Siamo alla vigilia di una clamorosa rivelazione sugli Ufo». Adesso ne parlano le tv. Il succo della diceria è il seguente: Obama avrebbe deciso la data di una conferenza (il 27 novembre) per affrontare l’eterna ambigua questione degli extraterrestri. Svuoterebbe il sacco carico di misteri e insabbiature di cui forse è ricca la storia degli Stati Uniti. Potrebbe essere la più grande notizia della storia dell’umanità.

La simpatia tra gli ufologi e Obama ha già i suoi snodi e i suoi retroscena. Nel discorso tenuto da Obama ad Henderson (Nevada) il 1° novembre 2008, si disse che il presidente fosse controllato dagli alieni. I video del comizio mostravano in cielo un oggetto nero e discoidale che svolazzava tra le nuvole del Nevada, alto, sopra il presidente in maniche di camicia.
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Ti racconto una storia

novembre 2, 2009

di Francesco Longo
(Apparso sul Riformista)

barhopper«“Ti racconto una storia”, dice Carver a Hopper. “È un’immagine che ho avuto. Non so se è una storia che si può definire realmente tale. Potrebbe essere una poesia. Forse un giorno la scriverò, e potrebbe essere un racconto breve quanto una poesia”. “L’ascolto con piacere”, dice Hopper».
L’incontro tra lo scrittore del cosiddetto minimalismo americano Raymond Carver e il pittore del cosiddetto realismo americano Edward Hopper non è mai avvenuto nella realtà. Ma sappiamo che la letteratura è una delle più raffinate forme di estensione del reale. Se qualcosa accade in un libro possiamo ancora dire con assoluta certezza che non è mai accaduto? Ebbene, da oggi, questo incontro plausibile, seppure storicamente fallito, in un certo senso c’è stato.
Aldo Nove ha appena pubblicato un libro che si intitola Si parla troppo di silenzio. Un incontro immaginario tra Edward Hopper e Raymond Carver (Skira, pp. 78, euro14) in cui racconta l’incontro tra lo scrittore e il pittore. Appuntamento mancato per un soffio, visto che si trovavano entrambi in California, negli stessi mesi del 1958, ma si sfiorarono. Aldo Nove, ex-cannibale, autore di Superwoobinda (1998), di Amore mio infinito (2000), di Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese (2006) e di altri libri, ci dà la possibilità di assistere a questo contatto tra due giganti e lo fa in una narrazione pienamente riuscita. Nella prima scena vediamo Hopper («L’uomo con il Borsalino è Edward Hopper. Famoso per i suoi silenzi e per i suoi quadri»), e la moglie (anche lei pittrice, modella sempre presente nei quadri del marito). I due vengono presentati così: «Una coppia che per l’America, di tanto in tanto, scorrazza in cerca di tagli di luce, di angoli di case». Si fermano in un locale dove stanno parlando due uomini: «Il ragazzo sui 20 anni con la camicia a scacchi si chiama Raymond Carver».
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Se a Mari e Scarpa gli tirano le pietre

ottobre 1, 2009

Questo articolo è apparso sul Riformista.

di Stefano Ciavatta

La principale novità dello Zingarelli 2010 è la segnalazione di oltre 2800 parole da salvare: parole come fragranza, garrulo, solerte, sapido, fulgore il cui uso diviene meno frequente perché tv e giornali privilegiano i loro sinonimi più comuni (ma meno espressivi) come profumo, chiacchierone, diligente, saporito, luminosità.
2800 parole: un’oasi ancora utile per uno scrittore, o l’immagine di un dizionario obsoleto?
Quale la scelta per un letterato?
Al Festival della Letteratura di Mantova lo stregato e istrionico Tiziano Scarpa e l’austero e categorico Michele Mari hanno risposto all’appello di Giuseppe Antonelli, storico e linguista, portando ognuno un termine esemplare per il loro vocabolario.
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Questa è l’acqua

settembre 11, 2009

L’ultimo libro dell’ultimo genio della letteratura americana (Articolo apparso sul Riformista).

di Francesco Longo

Acqua_blog«A distanza di anni sentiremo ancora il gelo che ha accompagnato la notizia della sua morte», disse Don DeLillo nel discorso che tenne a New York, nell’ottobre del 2008, in ricordo di David Foster Wallace. Oggi, quel breve testo, che allora fu letto in pubblico, è diventato la prefazione del nuovo libro di Wallace che Einaudi ha appena pubblicato in anteprima mondiale. La raccolta si chiama Questa è l’acqua (Einaudi, pp. 166, euro 16,50) e contiene sei testi inediti in Italia (cinque racconti) più il testo (che dà il titolo alla raccolta) che è il discorso che Wallace tenne ai giovani laureati del Kenyon College nel 2005 e che Luca Briasco definisce, nella nota che chiude questa edizione di cui è il curatore, come «un testo quasi sapienziale».
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