Archivio dell'autore

Somiglianze di Famiglia

febbraio 22, 2010

Rapporti disfunzionali tra scrittori e autori di fumetti.

di Fabio Guarnaccia

Scrivo questi appunti in qualità di lettore. Con l’autorità che mi conferisce questo ruolo, vorrei provare a tracciare certe parentele tra alcuni scrittori americani contemporanei e alcuni autori di fumetto, sempre americani, sempre contemporanei. Mi gioco subito i nomi: Rick Moody, Jonatham Lethem, David Foster Wallace, da una parte; e Chris Ware, Daniel Clowes, Adrian Tomine, dall’altra. Tre e tre. Va da sé che la lista dei nomi potrebbe essere più ampia, e forse lo sarà pure, ma anche così dovrebbe essere sufficiente a far passare due concetti che ho in mente. I due concetti, a loro volta, hanno a che fare con un terzo concetto, quella della Somiglianza di Famiglia formulato da Wittgenstein, vi riporto la citazione: chi ha occhio per la somiglianza di famiglia può riconoscere che c’è una certa parentela tra due persone, anche senza saper dire in che cosa consista la somiglianza. È mia intenzione affermare che questi autori formino il nucleo di una famiglia molto più ampia nella quale compare almeno uno zio Paul Auster e uno zio Art Spiegelman, un cugino di primo grado di nome Michael Chabon (quasi un fratello a dire il vero), un cugino acquisito, David Mazzucchelli, e una zia giovane con la quale andare a fare compere al centro commerciale, AM Homes. Forse è meglio non aggiungere altro: le famiglie sono “tutto un gioco di specchi”, per citare Moody. È altresì mio dovere, però, affermare che come Wittgenstein, a questo punto della trattazione, non saprei dire con precisione in che cosa consista la somiglianza tra questi autori.
Però.
Tutti e sei condividono, grosso modo, un dato biografico essenziale, sono cresciuti negli Stati Uniti d’America durante tra gli Anni ’60 e ’70 . Hanno consumato la stessa cultura pop, sono stati ricoperti dalla stessa polvere sottile. Questo significa che tra i loro consumi giovanili c’erano i fumetti della Marvel e della DC Comics (anche se la Marvel era di gran lunga la favorita: La DC Comics presentava una realtà ridicola e appiattita: Superman e Batman erano dei poveretti rovinati dalla televisione. J. Lethem, La fortezza della solitudine), più tutta la parafernalia che gravitava attorno a questi mondi. Questo dato biografico essenziale, ci porta al primo concetto: l’uso dei materiali pop della propria adolescenza come efficaci metafore per raccontare i dolori della crescita, la crisi della famiglia e i mali della società americana. E scusate se è poco.

Esempio N.1, La tempesta di ghiaccio, Rick Moody 1994: dicembre 1973, una tremenda ondata di freddo colpisce le regioni nordorientali degli Stati Uniti, il tempo sembra fermarsi: per due giorni la neve e il ghiaccio isolano paesi e città… Ma a New Canaan, una cittadina del Connecticut quasi sospinto dalla furia dell’evento meteorologico, un destino feroce scardina i delicati equilibri della famiglia Hood…
In sintesi, Moody racconta la crisi della famiglia americana. Per farlo utilizza un narratore che è un suo potenziale alter ego, un ragazzino che torna a casa da scuola per il giorno del Ringraziamento. Paul Hood, questo è il suo nome, è un vorace lettore dei Fantastici Quattro.
(more…)

Perché noi italiani adesso siamo itAlieni

febbraio 17, 2010

Questo articolo di Giorgio Vasta è uscito stamattina su Repubblica e presenta un’iniziativa che si svolge a Torino, un ciclo di incontri dal titolo Italieni. Come siamo diventati extraterrestri, che si terrà a partire da stasera al Circolo dei Lettori.

di Giorgio Vasta

La gelatina è una sostanza spessa e collosa. Ha soprattutto a che fare con gli alimenti. Ma non solo. Gelatinoso, ad esempio, è l’aggettivo che, connesso al sostantivo sistema, ricorre nelle intercettazioni telefoniche relative alle indagini sulla gestione del mancato G8 della Maddalena. Ci si riferisce a un contesto in cui, in una prospettiva criminale, prevale l’amalgama indistinto, l’indifferenziazione nella quale tutto si mescola dando forma a un densissimo blob. Al di là di questa recente ricezione del termine, l’impressione è che la consistenza gelatinosa possa essere odiosamente emblematica dell’esperienza complessiva che facciamo oggi della cosa Italia. Delle sue sabbie mobili. Perché nel nostro quotidiano di esseri umani che sono cittadini e che vorrebbero essere ancora, tenacemente, soggetti storici, a imporsi è la percezione di un presente sempre più vischioso, una sostanza del tempo in cui, prevalendo il mescolamento che omologa e azzera, ogni avvenimento tende a sfocarsi e a perdere una sua reale significatività. Lo spazio sociale che ne discende è un luogo nel quale le anomalie si saldano numerose tra loro, e inglobando sparuti frammenti di normalità danno forma a quella materia omogenea, omogeneamente vaga, che è il nostro presente.
ItAlieni. Come siamo diventati extraterrestri è un ciclo di incontri – organizzato e ospitato dal Circolo dei Lettori di Torino, già da tempo promotore di iniziative analoghe – che attraverso uno strumento essenziale e memorabile come la parola (una parola adulta e condivisa da intendere a tutti gli effetti come parola politica) si propone di intervenire sulla materia nella quale viviamo immersi con l’obiettivo di ripristinare metodi e prospettive. Persino gerarchie, definizioni.
(more…)

Cose. Il potere degli oggetti in Mad Men

febbraio 10, 2010

Il brano che state per leggere è un estratto dal testo Arredo di serie. I mondi possibili della serialità televisiva americana, curato da Grasso e Scaglioni per le edizioni Vita e Pensiero.

di Fabio Guarnaccia

Now I am quietly waiting for
the catastrophe of my personality
to seem beautiful again,
and interesting, and modern.
Frank O’Hara, Meditations In An Emergency


Mad Men è una serie ambientata a New York all’inizio degli anni Sessanta. Quest’affermazione contiene due verità parziali, incomplete: New York e gli anni Sessanta. I Sessanta della serie sono allo stesso tempo la coda degli anni Cinquanta – relativamente al mondo rappresentato e alla percezione che di esso hanno i protagonisti – e l’anticipazione di un decennio che con il Vietnam, la rivolta studentesca, i movimenti di liberazione delle minoranze e gli assassinii di JFK, Martin Luther King, Bob Kennedy e Malcom X ha reso manifesta la fine di una società che aveva portato gli Stati Uniti a conquiste e successi straordinari.
L’altro termine di verità parziale è New York.
La serie racconta le vicende di un gruppo di pubblicitari di Madison Avenue, la strada di NY dove si registrava la più alta concentrazione di agenzie pubblicitarie (ora è maggiormente nota per i negozi di moda, specie italiani). Non c’è alcun dubbio che New York è protagonista della serie al pari dei creativi della Sterling & Cooper. E questo perché era il centro del mondo, in ogni ambito: televisione, radio, teatro, arte, musica, libri, finanza, commercio. All’interno della serie, New York è continuamente presente e rimandata ma – e questo è il punto della parzialità – non è mai mostrata. Non la vediamo mai, fatta eccezione per gli sfondi intravisti dalle finestre. New York è una nostra proiezione mentale stimolata dal mondo finzionale costruito dalla serie. Crediamo di vederla, ma non c’è.
Interrogato su questo punto, Matthew Weiner, creatore della serie, ha dichiarato che il budget della produzione non permetteva di ricostruire la città così come appariva, ma scavando un po’ sono emerse ragioni più profonde che fanno di questa presenza-in-assenza una marca stilistica della serie. «Le limitazioni finanziarie spesso offrono spazio all’esplosione della creatività. Non ci potevamo permettere di uscire dagli studi e decorare una città. Cerchiamo di andare in esterna almeno una volta per episodio, ma credo che un interno molto dettagliato sia per il pubblico più soddisfacente. Mad Men è sulla vita di queste persone, gente che non vive granché all’aperto. Ogni volta che si vede un paesaggio fuori dalla finestra o dal treno, è sempre ricostruito. A New York non è rimasto nulla dell’arredo urbano di quel periodo. Inoltre, a quei tempi non c’era l’abitudine di uscire e filmare in contesti reali».
(more…)

Babbo Natale Rampicante Multiplo #3

gennaio 9, 2010

Questo articolo è uscito su Repubblica nell’edizione di Milano, il 3 gennaio. La foto è di Sabrina Ragucci.

di Giorgio Falco

Caro Babbo Natale Rampicante Multiplo, ogni inizio anno sembri fermo nella posizione di sempre, ieri, l’anno scorso. Usi questa tecnica per minimizzare le aspettative irrealizzate, tue e nostre, non vuoi offrire tutto te stesso all’inizio dell’anno, così centellini la delusione per l’inevitabile dispersione di senso. Nessuno ti ricorderà il giorno dopo l’Epifania, se non per afferrarti e rinchiuderti in una valigia nera, poi depositata nell’angolo in cantina, tra scatoloni inumiditi, bottiglie in penombra e scarpe incupite, che sembrano rimpicciolite di due numeri. Noi dobbiamo sopravvivere per te fino al prossimo dicembre, attraversare Carnevale, la fine dell’inverno, le nuvole primaverili, i timbri postali, i saldi estivi prima delle code autostradali, i quaderni a quadretti che attendono cifre e rifiutano lettere, fino alla prossima natività, quando tornerai nella zolla di cemento, per proseguire la tua carriera in una nuova esperienza merceologica. Dopo questi giorni festivi ti riveli come documento, residuo epifanico appeso alla tua muta ostinazione. Se ti guardassimo davvero, noteremmo che in queste settimane hai subito lievi variazioni, movimenti impercettibili dovuti al vento anomalo che soffiava in un vortice le foglie decomposte sotto di te, con quell’affare rumoroso a motore, le spingeva in alto, verso i tuoi talloni, prima che le foglie cadessero ricomposte nella terra. Anche in questa nuova prateria d’inizio anno c’è la promessa, abbiamo troppo poco tempo, ma vogliamo dividerlo con te. C’è il germogliare nella dissipazione, nella noncuranza del sentire comune, così speriamo che qualcuno possa abbandonarti alla tua posizione abituale, per lasciarti vivere come il fiore incongruo nell’aiuola spartitraffico, ancora vivo, irripetibile esemplare.

Una (sola) storia italiana

gennaio 5, 2010

di Franco Marineo

Nel 1992, l’attore Tim Robbins ha esordito alla regia con Bob Roberts, una satira della politica americana che, oggi, torna alla memoria con più di una ragione. Il film racconta la fortunata campagna elettorale di un cantante folk che intende diventare senatore: le sue tendenze politiche sono di estrema destra, e la sua abilità nel comunicare pone in secondo piano la rozzezza delle sue idee. Alla vigilia delle elezioni, un giornalista accusa Bob Roberts di essere coinvolto in loschi traffici di droga e armi; quando la partita elettorale sembra ormai perduta, un attentato riduce Roberts in fin di vita e l’onda emotiva suscitata negli elettori lo spinge fino alla vittoria contro il candidato democratico. Ma l’attentato era solo una messa in scena e Roberts non è mai stato colpito…
Circola in rete un curioso montaggio video relativo al ferimento di Berlusconi del 13 dicembre. Si ipotizza, appigliandosi a particolari narrativi minimi e a prove visive che forse non meritano un’analisi più profonda, la possibilità che l’attentato sia in realtà un falso. Una messa in scena, ordita dalla vittima per ragioni che sono facilmente immaginabili. In poco più di tre minuti (un collage di sequenze tratte dai tg, ingrandimenti di alcuni fotogrammi, didascalie esplicative) si afferma che il souvenir non ha colpito il volto del premier, che il sangue è stato spruzzato sul suo viso con una pompetta, che Berlusconi aveva già in mano, pronto, anche il fazzoletto usato per tamponare la ferita. Insomma, una sequenza di fiction realizzata a uso e consumo di un’opinione pubblica troppo impegnata da Mills e Spatuzza. Anche tra i più appassionati ammiratori delle teorie complottiste, però, questo video fatica a essere convincente; si avverte una certa stanchezza del periodare ipotetico, i frammenti visuali sono stirati, sfibrati, sottoposti a una brutale torsione pur di intravedere un particolare, un frantumo di oggetto o di sguardo che supporti la tesi proposta.
(more…)

Babbo Natale Rampicante Multiplo #2

gennaio 3, 2010

Il pezzo che state per leggere è uscito su Repubblica il 29 dicembre e la foto è di Sabrina Ragucci. Qui trovate la prima parte.

di Giorgio Falco

Caro Babbo Natale Rampicante Multiplo, sei arrampicato da tre settimane e non sei ancora diventato famoso. Non sei stanco di essere solo anonima manovalanza dei sogni da distribuire? Hai preso qualche goccia di pioggia e di neve, una cimice marrone si è riparata tra la barba sintetica annerita dall’aria mimetizzata. Natale è appena passato, sta per terminare l’anno, devi fare un gesto straordinario per questa fine, un atto inserito nella sequenza più banale: diventa tu stesso sogno! Arrampicati su un ripetitore televisivo, non per rivendicare qualcosa, fallo solo per esserci, entra nei fatti da ricordare in questo anno e nel decennio. Le televisioni non devono neppure inviare troupe per riprenderti, sono già lì, sopra e sotto di te, centosettanta centimetri d’acrilico: sono te! Appeso a trenta metri d’altezza con una sola mano, gli stivali neri di plastica piantati, lì in alto fa freddo davvero, rimpiangi di non indossare la tenuta di lana. Le telecamere ingrandiscono il tuo corpo ad altezza naturale, stringono l’inquadratura di te deforme nella vicinanza, esaltano i limiti della divisa, dell’appartenenza. Quando infili la mano nella tua sacca dietro la schiena, i tiratori delle truppe speciali d’assalto ti tradiscono e quasi premono i grilletti, se non fosse per l’intervento di un opinionista domenicale. Animaletto, mettiti in scena! urla l’opinionista domenicale, sii verificabile, benché spolpato, disperso, ma disponibile a una sintesi finale! Allora tu lasci cadere i regali avanzati, eppure non precipitano, fluttuano, entrano nei televisori, invadono gli scarichi, le tubature, gli interstizi più sottili, risalgono nei corpi docili. Lo sai da tre settimane, da sempre. La merce non interessa più, da molto tempo sopravvive come conformismo, abitudine al respiro, il mondo.

Impegno in doppiopetto

dicembre 30, 2009

Questo articolo di Gianluigi Ricuperati è stato pubblicato qualche domenica fa sul Sole 24 Ore e racconta la persona e il lavoro di Frederick Seidel, poeta inedito in Italia considerato però un maestro nel suo paese. Data la recente apertura di minima&moralia alla poesia ve lo riproponiamo.

di Gianluigi Ricuperati

Signore, voglio sentire le tue mammelle. / Voglio far partire le cellule staminali. / La Casa Bianca è preparata / A farmi volare a velocità Mach 3 verso una località sicura segreta. Frederick Seidel ha 73 anni e abita in un appartamento dell’Upper West Side con vista da falco su Broadway, veste in doppiopetto italiano e possiede almeno cinque motociclette Ducati di cui una fatta apposta per lui. Ha pubblicato Final Solutions (lui, ebreo) nel 1963, sotto l’egida di Robert Lowell, il padre della confessional poetry che di lì a poco avrebbe intervistato per la Paris Review. Poi niente, per trent’anni circa: infine, uno dopo l’altro, volumi sempre più originali e potenti: è l’ennesimo caso di artista che trova la propria corda in tarda età, e quando la trova non sbaglia un colpo e d’incanto se ne accorgono tutti – anche il Paris Review, che lo intervista a sua volta sul penultimo numero. Nelle fotografie ha lo sguardo di chi si presenta all’ennesima cena in un ristorante stellato Michelin e vede, intorno, commensali, poi cannibali, poi ancora commensali, e infine ancora cannibali. Vede se stesso. Vede te e vede me. Io vorrei raccontare chi è Frederick Seidel; cos’hanno di unico ed esemplare i versi raccolti per la prima volta in Complete Poems 1959-2009, un volume antologico uscito in primavera da Farrar Straus & Giroux, raccogliendo recensioni entusiastiche da parte di critici, di poeti come Charles Simic e soprattutto una vasta ed eterodossa compagine di giovani narratori sparsi in giro per il mondo; vorrei raccontare perché all’improvviso mi è successo di riconoscere in un uomo nato nel 1936 un esempio d’impegno pressoché assoluto – sì, impegno: ho usato proprio quella parola, per uno che ha passato tutta la vita a collezionare amanti bellissime, beni di lusso, e tonnellate di sprezzatura. Passo la gran parte del mio tempo a non morire. / È a questo che serve vivere. / Mi arrampico su una moto. / Mi arrampico sulle nuvole e sulla pioggia. / Mi arrampico su una donna che amo. / Ripeto i miei temi.
(more…)

Babbo Natale Rampicante Multiplo #1

dicembre 25, 2009

Questo articolo è uscito su Repubblica, edizione di Milano, il 22 dicembre. La foto è di Sabrina Ragucci

di Giorgio Falco

Caro Babbo Natale Rampicante Multiplo, sei un po’ meno seriale degli ultimi dicembre ma resisti arrampicato alle ringhiere con funi illuminate e intermittenti, attaccato agli infissi, alle insegne, assalti i capannoni e le grondaie, gli intonaci scrostati decorati da tubi fluorescenti, sei appeso alle case di nuova costruzione, edifici che l’anno scorso erano un campo di mais o un plastico in cui tu eri grande quanto il cane, accanto alla minuscola auto dei vicini. Credevo che fossi una moda passeggera, come le bandiere della pace o i maglioni e le magliette di quel lilla artificiale e sintetico, le donne lo indossavano all’inizio del decennio, adesso è sepolto nei cassetti, con gli anelli d’argento delle bancarelle giovanili. Non capisco mai se tu stia portando doni, un merchindiser pensionato o un giovane truccato da vecchio filantropo. Forse dovevi solo controllare le caldaie ma eravamo spaventati e nessuno ti ha aperto il portone, anzi, volevamo chiamare la polizia, i carabinieri, ti abbiamo spiato dietro i vetri o nel videocitofono, il grandangolo ti ha schiacciato, reso più lontano, deforme ai nostri occhi. Sei solo, abbiamo investito le renne, lasciate accanto alle nutrie decomposte sul ciglio della strada. Hai abbandonato la slitta, vaghi disperso nel territorio ostile, rendi visibile la ferita del nostro sguardo, da troppi anni ci ricordi che i posticci siamo noi. Vorremmo che te ne andassi presto, ma per il momento ci esprimiamo con un sentimento neutro, speriamo che tu possa precipitare, per renderci vivi nel soccorrere il tuo corpo partito qualche mese prima da una fabbrica cinese. E sotto quell’acrilico rossastro speriamo ci sia carne, da venerare per tessere, oltre i limiti dell’epidermide, il rimpianto della merce.

Essere altro

dicembre 24, 2009

Questo articolo, in forma ridotta, è uscito ieri 23 dicembre sul quotidiano Il manifesto

di Giorgio Vasta

In questi giorni di semiotiche febbrili concentrate su un unico fenomeno – Berlusconi colpito al volto da Massimo Tartaglia con un souvenir del Duomo di Milano – per ogni segno è stato individuato un simbolo e ogni simbolo è stato connesso a un altro simbolo per comporre, nell’insieme, il rebus di ciò che è accaduto, e l’eventuale soluzione del suo significato. In alcuni momenti la sensazione è stata quella di avere a che fare con un’ermeneutica impazzita, con l’ostinata ricerca di un’allegoria interna all’episodio, o per lo meno di una metafora esplorabile. Si tratta di tentativi di lettura comunque legittimi e indispensabili per provare a comprendere, dal particolare, qualcosa di più ampio. E se è del tutto naturale che in questi casi il nostro sguardo si focalizzi sul centro dell’immagine – il corpo di Berlusconi, il suo volto ferito – è ugualmente utile far lavorare anche la coda dell’occhio per andare in cerca di ciò che si colloca più in là, al margine, confuso e defilato, per quanto drammaticamente decisivo nel determinare ciò che è successo: il corpo di Massimo Tartaglia. Ed esattamente il momento in cui, nel brulichio della folla, Tartaglia solleva il braccio destro, lo carica facendolo oscillare un paio di volte nell’aria e poi scaglia contro Berlusconi il suo proiettile di pietra. Questa immagine – che ognuno di noi ha assorbito, in televisione o in rete, al ralenti o in un fermo immagine – ha attivato l’equivalente della coda dell’occhio nell’ambito del ricordo, una sorta di “coda della memoria”, facendomene venire in mente un’altra e generando così una rima, sia di struttura sia di senso. Un’alternativa pratica e politica.
(more…)

Pelle

dicembre 12, 2009

di Giorgio Vasta

Se dovessi scegliere un verbo per descrivere quello che la pelle fa sempre, da sempre, sceglierei il verbo accadere. La pelle accade. Questo suo elementare superficialissimo abissale accadere è intrinsecamente un trauma con il quale ognuno di noi cerca di convivere. La pelle è un trauma perché nel confinare subito oltre la propria pellicola tutto il resto del mondo è anche l’organo dello sconfinamento, lo strumento attraverso il quale imploriamo il mondo di invaderci. Dunque, in quanto strutturalmente lamina che distingue e separa, crinale tra il nostro organismo e tutto ciò che nostro organismo non è, la pelle è crisi, è critica sensoriale, è scudo e preghiera, una membrana sulla quale concentriamo percezione conoscenza e affettività.
La pelle, poi, è la mia biografia.
Quando mi annuso l’incavo del braccio ascolto con il naso il racconto della mia storia, una storia agrammaticale, molecolare, dunque perfettamente autentica e inattingibile (solo trasformando la percezione in linguaggio potrò decidere cosa ho annusato e comincerò, con le parole, a condividere).
La pelle del palmo di mio padre – quando mi pettinava tenendomi fermo il mento e lavorando di balistica, gomito in alto e spazzola tra le dita per dare forma all’informe – sapeva di mattone rosso.
(more…)